“Gli articoli” di Don Ivano Colombo

“Gli articoli” di Don Ivano Colombo

RIFLESSIONE

A 50 ANNI DALLA MORTE DI GIUSEPPE UNGARETTI

A 100 ANNI DALLA “SPAGNOLA”

LA POESIA CI SALVA ANCORA

 

Introduzione – (a seguire l’analisi di singole opere)

In questa forzata pausa che ci costringe tutti a casa, ma soprattutto ci vede isolati, non c’è spazio se non per la parola, la nostra e la sua, quella di Dio. E’ la parola semplice e ricca della poesia, quella di sempre e quella che si rinnova in presenza di realtà che impongono di non perdersi, di non lasciarsi andare, di non rinunciare ad essere, ad esistere. E l’uomo c’è, soprattutto per la parola, quella che l’ha creato e quella che lui stesso crea, quella che l’ha salvato e quella che lo continua a salvare. Questa parola può e deve diventare comunicazione di vita, come lo fu anche in altri tempi.e se sembrava morta la parola ci rimane la parola scritta, che risveglia la speranza, fa risorgere la vita, ridona l’alito dello Spirito, purché sia una parola creatrice, come quella di Dio; purché sia una parola salvatrice, come quella del Signore risorto che fa risorgere. E questa parola, proprio perché crea, produce, rivitalizza è la parola della poiesis con cui si indica il fare che procede dal cuore, lo stesso fare che appartiene a Dio e che Dio partecipa all’uomo. E’ la parola della poesia, quella innata in ciascuno, perché ognuno di noi, anche senza tecniche particolari, può generare da sé la parola con cui è stato generato e con cui può continuare a generare.

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In tempi di morte, o, meglio, di una vita sempre più flebile, perché la morte vorrebbe trionfare, facciamo venir fuori la parola ricreatrice, rivelatrice, rigeneratrice, perché anche così possiamo vincere silenzio e caos che vorrebbero travolgerci e spegnerci. Si è parlato nel secolo scorso della morte della poesia, perché nessuno poteva cantare, in presenza di un disastro che aveva annientato la vita di tanti  e la speranza di tutti. Si è aggiunta poi la constatazione che si era pure spento il poeta, come dava ad intendere nel suo film, “La tigre e la neve”, Roberto Benigni, quando l’amore appare calpestato e, con esso, il senso della giustizia, che è prima di tutto rispetto e onore verso ogni persona, soprattutto chi è  più debole. E, se pure il poeta si appende “ai salici di quelle terre” insieme con la sua cetra, allora non resta più chi possa elevare la voce creativa e quindi operativa. Ma la poesia non è mai del tutto spenta, perché alberga nel cuore di chiunque conserva lo spirito vitale e anche in tempi oscuri è capace di far parlare la voce del cuore. Ed è questa poesia, così “naturale”, che dobbiamo far emergere perché questa comunicazione è ancora possibile, proprio mentre ci è richiesto l’isolamento. Ci resta la parola. E non è cosa da poco. Soprattutto quando pensiamo che in principio a tutto ci deve essere sempre la parola; anzi, la Parola, quella che facendosi carne assume la fisionomia di ciascuno di noi e ci viene a dire che la Parola, cioè la vita, cioè la persona vivente, va conservata, sempre, anche quando, spegnendosi, non avendo più respiro, verrebbe negato di esserci. Ma la Parola che ha creato l’essere vivente è la stessa Parola che lo fa rivivere, o comunque sentire sempre vivo. E noi così vogliamo sentire anche coloro che in queste ore ci sono stati portati via, davvero strappati anche nella lacerazione già dolorosa di una morte che non consente più nessun saluto, in quella fisicità che per noi è tanto importante, è davvero di valore.

Recuperiamo allora la Parola e anche la nostra parola, quella che ci esce spontanea dal cuore e che può essere poesia, non come artificiosità, ma come espressività profonda, che le attuali circostanze possono far affiorare.

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Ci fa da guida un grande poeta, Giuseppe Ungaretti (1888-1970), che aveva a cuore proprio la parola, mentre aveva sull’orizzonte del suo tempo uno sfacelo, un dissolvimento, una consumazione dell’essere umano. Eppure, anche sul fronte di una guerra insensata, proprio davanti alla carneficina trovava le parole, semplici e pure per reclamare un sussulto di umanesimo nella totale disumanizzazione di una guerra spietata. Proprio quelle sue poesie, dove le parole non sono puro suono, ma un suono puro, fanno risorgere quella fisionomia umana che sembrava morire insieme con la gioventù mandata al macello. Lui su quel fronte, anche a dover combattere con i fucili, diveniva di giorno in giorno la sentinella per il sorgere di un nuovo mondo, grazie alla poesia. Le liriche composte in trincea diventano dopo la fine del conflitto, la raccolta “Allegria di naufragi”, dove la sua voce e la sua parola infondono speranza a cui aggrapparsi come ad un relitto, ciò che rimane, insomma, perché un naufrago si salvi, per riprendere poi il suo cammino. Così in effetti troviamo scritto in una sua poesia che apre la sezione de “I Naufragi”.

 

RIFLESSIONE (parte 2)

E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Con lui vogliamo tentare di stare a galla in questo “naufragio” a cui siamo sottoposti da un nemico invisibile e temibile che ha già messo a dura prova tutta la nostra ostentata sicurezza di poter dominare ogni cosa, senza limiti, senza timori, senza freni, senza inibizioni. E invece ci ritroviamo quanto mai sprovveduti, anche a crederci “lupi di mare”, e quindi ben navigati. Non è così. Ci dobbiamo ricredere. Anche oggi, come già allora il poeta, dobbiamo ritrovare le giuste dimensioni e le vere ragioni del vivere. Lo possiamo fare. Lo dobbiamo fare. Lo facciamo seguendo questo magistero che riaffiora a 50 anni dalla scomparsa del poeta.

E ne parliamo a 100 anni da quella grande tragedia che fu la prima guerra mondiale e la vasta epidemia della “spagnola”  che ne accelerò la fine, aggravando ancor di più il tragico computo dei morti.

Poesie a confronto
Avrei l’audacia, quasi la sfrontatezza, di emulare il grande poeta, scrivendo, accanto ai suoi versi, ciò che potremmo oggi dire in presenza di questa pandemia che sta mietendo vittime e sta mettendo a dura prova il nostro vivere, la nostra convivenza, la nostra speranza nel futuro. Ci possono essere d’aiuto le sue parole, scaturite sul fronte della guerra e ancora oggi di valore, e soprattutto vorrei che divenissero stimolo a cercare parole analoghe, sentimenti dello stesso genere, per essere aiutati a riprendere anche noi il viaggio, pur sentendoci superstiti di un naufragio, magari perché ci riteniamo esperti lupi di mare. Ma così non è!

Qui vengono proposte alcune sue poesie, come una specie di diario sofferto, che si accompagna ai giorni più terribili dei combattimenti, quando la guerra si trascinava senza soluzioni e con la prospettiva di un naufragio generale. Collocate nel loro contesto e offrendo di esse un saggio di lettura, per meglio comprenderle, possono costituire lo spunto per elaborare qualcosa di analogo, tentativo qui offerto perché poi il suggerimento favorisca parole dello stesso tenore, in modo tale che ciascuno, in questo ritrovarsi solo sul fronte di una lotta impari, faccia emergere il meglio di sé, quanto lo spirito può suggerire, perché il viaggio continui …

 

RIFLESSIONE    (parte 3)

 

 

TRAMONTO
Versa il 20 maggio 191
Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore

Nel pieno della guerra il poeta conosce pause di serenità che gli proven-gono da una natura incantevole. Anche un tramonto con il cielo rosato richiama una sorta di carezza che lo sfiora e lo risveglia in uno spazio incantato, come può essere un’oasi nel deserto che gli è familiare. In quei momenti di pace, in quelle isole temporanee di serenità, lui si sente ricercatore d’amore

Sono ammirevoli questi suoni di lettere che si susseguono all’inizio, quasi dilatandosi per lo spazio, avvertito come un volto intenerito, per poi indugiare in una sillabazione che sembra rincorrere colui che invece fugge, ansimante e anelante d’amore.

Ricerco un abbraccio
che mi risvegli alla vita.
Ma il cielo è lontano …

Oggi, rinchiusi fra quattro mura, ci sembra negato persino l’abbraccio della natura. Ogni alito è avvertito come pestilenziale ed ha in sé germi di morte, che non sono più in grado di risvegliare alla vita. In quella carezza del cielo rosato si avvertiva la vicinanza dello spazio infinito. Ora, invece, questo cielo appare sempre più lontano e magari fino all’estremo di non farci più avvertire neppure la mano carezzevole di Dio. La poesia dice che la ricerca non può mancare, anche ad avvertire la lontananza di Dio. Ma Lui è più vicino di quanto immaginiamo!

 

 

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