Gli articoli di Giorgio Callegari

Gli articoli di Giorgio Callegari

Lunga Italia: dal Passo Giau a Piazza Armerina

Chi mi conosce sa che amo il mio paese, la sua storia, i suoi artisti e i Romani dell’antica repubblica, per ciò che hanno saputo creare e che ancor oggi ci rimane in eredità e ci rende, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, il paese al mondo con le maggiori potenzialità nel settore del turismo, tuttora purtroppo ancora inespresse.
Proprio per questo mi piace suggerire  a chi ha la pazienza e la curiosità di leggere i miei scritti – itinerari e località talvolta facili da raggiungere, ma fuori dai circuiti turistici abituali.

Oggi vorrei spaziare su luoghi molto distanti tra loro, ma che val la pena di andare a scoprire, sia per una vacanza programmata, sia per una giornata fuori dal comune.

Comincio volentieri con le mie montagne: le Dolomiti. Chi ci ha trascorso qualche vacanza, conosce senz’altro Cortina, Ortisei, Corvara, Canazei, Moena e qualche altra gradevole – se non splendida – cittadina in quelle vallate sotto i “Monti Pallidi”.

Perché Monti Pallidi, come li chiamavano i miei nonni e i loro contemporanei? Beh, risposta facile, perché sono montagne di roccia calcarea e quindi di color chiaro, non scuro come quello delle Alpi occidentali.

A parte questa breve digressione, vi sono valli o passi che spesso non si conoscono, anche se si trovano vicino ai paesi più noti e meta del turismo organizzato e che vengono di solito disdegnati, anche se sono facili da raggiungere.

Salendo da Cortina di solito si procede diritto e si arriva al passo Falzarego, sotto il Lagazuoi e le Tofane e di fronte all’Averau e da lì si scende a Colfosco e a Corvara per il passo di Valparola, o ad Arabba, sotto il tristemente famoso Col di Lana.

A metà della strada per il Falzarego, c’è una deviazione in direzione di Selva di Cadore/Colle di Santa Lucia. Si imbocca una strada panoramica e agevole (vent’anni fa era ancora bianca e spesso ci facevano transitare il giro d’Italia, per ritrovare il fascino degli anni dei pionieri in bicicletta), dopo circa 11 Km dalla deviazione (e solo una ventina da Cortina), si arriva al passo Giau, su una spianata deliziosa contornata dal Nuvolau, dall’Averau, dalla Croda da Lago. La strada è così bella che, senza saperlo, un mese di settembre di qualche anno fa portai al passo degli amici vantandone la bellezza, ma dovetti lasciare l’auto  a quasi un Km dalla cima, perché i parcheggi erano affollati da motociclisti Tedeschi e Austriaci.

Bene, quello che ormai non mi sorprende più in questo nostro paese, è come spesso gli stranieri lo conoscano molto meglio di noi che ci siamo nati e ci viviamo: individuano sempre i luoghi meno noti agli Italiani e li frequentano con assiduità, facendo propaganda gratuita presso i loro amici e parenti.

Qualcuno dirà: “Va be’, le Dolomiti son tutte uguali, un monte vale l’altro, la roccia è sempre la stessa, che cosa cambia da un passo all’altro, da una valle all’altra?” Sarebbe come dire : “Visto Michelangelo, che c’importa di Leonardo, Raffaello, Botticelli, Tiziano,  gli Impressionisti, Bruegel, Rembrandt, etc.?” I capolavori sia naturali, sia artistici, sono unici e irripetibili e vanno scoperti ad uno ad uno. Personalmente posso dire che ho il passo Giau – come le Odle, situate  tra Ortisei e Bressanone – nel cuore, perché ogni volta in cui lo vedo provo un’emozione ineguagliabile e appagante. Provare per credere e…suggerimento: se si ha voglia di camminare, da lì partono diversi percorsi anche brevi che stimolano l’appetito e la voglia di sperimentare il ristorante sito al passo: buon rapporto qualità/prezzo e ottimo strudel!

E ora mi piace muovermi verso gli antipodi e tornare – con la mente e con l’anima – in Sicilia, a Piazza Armerina. Che c’è in questo posto dove di solito non ti portano, perché ci son prima Palermo, Agrigento, Selinunte, Taormina, Siracusa, Catania, Noto? Occorre ammettere che, se non arrivi da Catania (120Km di cui circa 40Km di statale abbastanza tortuosa), il percorso è piuttosto lungo e faticoso, ma ciò che si vede vale la fatica e ti riempie gli occhi di arte musiva dell’impero romano .

Si tratta della “Villa del Casale” una villa signorile romana del 4° secolo DC che, essendo la meglio conservata giunta a noi, perché ricoperta di fango alluvionale, ci ha restituito quelli che a mio avviso sono i più bei mosaici di epoca romana imperiale e che hanno contribuito a farla annoverare tra i 55 Patrimoni Unesco Italiani.

Per chi volesse visitarla, un consiglio: gli ambienti sono coperti da lastre in plastica non coibentate per preservarli, ma ciò  causa elevate temperature e umidità. Io la visitai a inizio Giugno e c’erano 32°C, tuttavia ancora accettabili e ci rimasi mezza giornata, mia figlia ad agosto con quasi 40°  scappò dopo un’ora.

Per finire, chi ci volesse andare scoprirebbe che si dovrebbe retrodatare l’invenzione del bikini: vi sono scene di palestra in cui le donne romane già lo indossano, con 16 secoli di anticipo!

Buon viaggio a tutti, sperando  ci concedano di scoprire ancora le bellezze d’Italia in libertà, come negli anni passati…

 

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In vacanza in Italia centrale

Pensare di andare in vacanza nei prossimi mesi può sembrare un azzardo, ma forse alimentare quello che in questo momento ci pare un sogno, potrebbe dare maggiori certezze al nostro presente, vincolato da troppe limitazioni e proibizioni a cui non siamo più abituati.

In fondo, fare progetti per il futuro aiuta a mantenersi giovani e serve ad allenare le

cellule cerebrali, visto che è difficile mettere in pratica un altro tipo di allenamento e

allora, perché non viaggiare con la mente, in attesa di poterlo fare con il corpo?
Per me che amo il paese in cui vivo e che ogni anno riesco  a scoprire una città, un borgo, un palazzo, un museo, un  panorama che fino a quel momento mi erano sconosciuti, viaggiare in Italia può sempre rappresentare una novità assoluta, una sorpresa di incredibile bellezza da visitare o rivisitare in maniera diversa, ma sempre appagante.

Negli ultimi anni ho dedicato molto del mio tempo a programmare viaggi verso città che non sono pubblicizzate come le grandi, storiche, imperdibili sempre presenti sulle locandine di qualsiasi agenzia di viaggi in tutto il mondo, o a girare nelle campagne alla ricerca di monumenti che altrove sarebbero imperdibili e qui sono invece dimenticati o quasi.

Ovviamente può apparire difficile agire un po’ come  esploratori e trovare un  tesoro nascosto, ma in questo paese i tesori si trovano anche nei luoghi in cui mai ce li aspetteremmo, basta talvolta andare a zonzo senza una meta, per trovarla davanti a sé magnifica, imperdibile e viene voglia di ritornarci alla prima occasione.

Certo l’Italia centrale è piena di città  dove ogni vicolo  ha una sua storia, ogni stabile ha dato vita a personaggi famosi o li ha ospitati, ma medio evo e rinascimento a volte si trovano dove uno meno se l’aspetta.

Ad esempio pochi che amino arte e storia si saranno persi una visita ad Orvieto, ma credo che, come mi è accaduto qualche anno fa, molti non abbiano mai sentito parlare di Civita di Bagnoregio o abbiano sentito il desiderio di visitarla.

Si tratta di un borgo (che dista da Orvieto poco più di 15 Km) posto in cima ad uno sperone di tufo e rocce sedimentarie, contornato da un panorama  quasi lunare a 360° sulla Valle dei Calanchi, con ancora pochi abitanti rimasti a viverci e al quale non si può accedere in auto, ma solo a piedi e con molta fatica.

Sconsigliato a chi ha problemi cardiaci soprattutto d’estate  ma, anche se non si visita Civita superando il ripido sperone che vi consente l’accesso e attraversando prima la scarpata su un altrettanto ripido ponte sospeso, lo spettacolo vale il viaggio.

Vale la pena andarci anche perché – come succede pure a  Orvieto – la stabilità dello strato di roccia su cui si trova va diminuendo anno dopo anno, i crolli si sono succeduti già nei secoli passati e vi è il serio timore che molto presto sarà vietato entrare nel borgo. L’Italia è bella, ma fragile con le sue montagne sulle quali stanno sparendo i ghiacciai e le rocce si sgretolano come mai è successo in passato.

Se poi visitare Civita non ci convince perché lo consideriamo troppo faticoso, lì intorno si ha solo l’imbarazzo della scelta, tra il lago di Bolsena, Tuscania e Tarquinia a Ovest-Sudovest, le cascate delle Marmore e Narni a Sudest,  Viterbo a Sud e, poco distante  dal lago di Vico, è imperdibile il palazzo Farnese a Caprarola, con dei bellissimi  affreschi ben conservati e un giardino all’italiana abbellito da molte fontane .

A noi italiani piace molto andare in vacanza all’estero, ma forse sarebbe opportuno che prima  imparassimo a conoscere  questa penisola che non possiede  solo gli attuali 55 patrimoni Unesco, ma anche una vera miriade di monumenti e borghi che in qualsiasi altro paese sarebbero in prima pagina delle guide turistiche mentre qui, sovrastati dalle città d’arte e di storia antica e moderna, sono quasi dimenticati.

Per fare un paragone, ricordo quando 42 anni or sono, in occasione del mio primo viaggio in Inghilterra, passai per Windermere e cercai il castello così ampiamente pubblicizzato nel tourist office. Girai in auto attraversando 2-3 volte la cittadina e infine, spazientito, chiesi a un passante dove fosse ubicato il tanto decantato castello. Mi rispose lapidariamente :

“In front of you, sir”

Già, ma di fronte a me vedevo solo un ammasso di pietre e mattoni! Morale: ognuno pubblicizza ciò che ha e noi, purtroppo, spesso non ci rendiamo conto del tanto, forse troppo che abbiamo e a cui non sappiamo – o non vogliamo – attribuire l’effettivo valore… 

 

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Amare il proprio paese è un piacere, non un dovere

Poiché amo l’Italia, ancor più dopo aver visitato per lavoro gran parte dei paesi dell’emisfero boreale, talvolta mi chiedo per quale motivo i suoi abitanti preferiscano andare in vacanza sempre all’estero. Forse ignorano che l’Italia è al momento attuale la nazione che possiede il maggior numero di siti patrimonio dell’Unesco  (55 al momento + 11 di beni immateriali, ma città come Bologna, Bergamo e Padova, oltre ad altri siti, sono in lista per il riconoscimento e potrebbero ottenerlo entro breve) e, anche se la Cina, sostenuta dallo stato che se ne sobbarca i costi, ci potrebbe presto superare, resteremmo comunque il paese con maggior numero di siti in relazione all’area in cui sono distribuiti.Tuttavia, a parte le città più famose che son vi son tutte elencate (non solo Roma, Firenze e Venezia, ma molte altre, equamente distribuite in tutte le nostre regioni) molti altri luoghi, splendidi o per loro natura o perché qualche ingegnere o architetto vi ha voluto costruire qualcosa di importante (vedi Tivoli, due volte sito Unesco), sono normalmente dimenticati  dai turisti nostrani, o perché disagevoli da raggiungere  o lontani, o sconosciuti perché nessuno ne parla in televisione, o semplicemente perché recarsi in paesi tropicali permette di farsi maggior vanto al proprio ritorno  negli incontri con gli amici.Mi piacerebbe  pertanto iniziare a raccontare le mie esperienze con i siti – Unesco o non, ma spesso non fa gran  differenza – che ho personalmente visitato e apprezzato per la loro bellezza e unicità.In breve , 7 anni or sono scendevo  con mia moglie dalla mia Sedico (paese in cui nacqui nella frazione di Bribano, oggi noto nel settore occhiali per ospitare la più grande fabbrica di Luxottica in Italia, in cui si assemblano i famosi Rayban)  lungo il Piave per recarmi poi a  visitare Asolo .Giunto a Maser, che già avevo attraversato molte volte nei miei viaggi di ritorno a casa, vidi dei cartelli (era Giugno) che annunciavano una fiera delle ciliegie (famose e ottime nella zona fino  a Marostica) e, istintivamente  rallentai per cercare un parcheggio – mia moglie ed io siamo golosissimi di quel frutto e i cartelli stimolavano sapientemente i nostri succhi gastrici – quando ci accorgemmo che villa Barbaro era aperta e molti turisti vi stavano entrando per visitarla.Avevo tentato per anni di raggiungere quell’obiettivo, ma quando passavo era sempre chiusa: di proprietà privata, all’epoca era aperta solo in primavera estate un fine settimana al mese o, se meglio ricordo, una sola domenica al mese, cioè a grosse linee, 6 giorni all’anno.Entrambi ci dimenticammo subito delle ciliegie (per inciso, non ne mangiammo quel giorno…), parcheggiamo lontano dal sito, poiché la zona era colma di golosi avidi e affamati che, oltre alle ciliegie, volevano saziarsi con stinchi arrosto, luganeghe, polenta e formaggio alla piastra (la gola, dopo l’invidia, è il più diffuso dei peccati capitali…)In sostanza, dopo anni di tentativi in cui era impossibile prenotare, internet ancora non esisteva, quando la villa era aperta i figli avevano fame, erano stanchi,  avevano bisogni corporali diversi o, più semplicemente, rompevano perché non erano al centro dell’attenzione, finalmente potemmo accedere alla famosa Villa Barbaro di Andrea  Palladio, affrescata per quasi 1000 metri da Paolo Veronese. Beh, devo ammetterlo, come primo esempio dell’Italia sconosciuta ho iniziato da un patrimonio Unesco, una delle 24 ville del Palladio, insieme con Vicenza , elevate a tale ruolo. Strano che un Padovano come il Palladio abbia poi eletto Vicenza e circondario come sua dimora e fonte di arte creativa. A  Vicenza son famose sue creazioni come la Cattedrale – che chiesa non è, ma luogo pagano – e il teatro Olimpico, primo teatro coperto al mondo  (e un italiano ha inventato anche questo ), in stile classico, quasi una copia  rinascimentale dei famosi teatri greci e romani di Efeso,   Taormina  e altre città antiche, ma ben conservata perché al riparo dalle intemperie .La visita fu sorprendente e affascinante: pianelle in stoffa sopra le scarpe (mi sembrava di entrare nei laboratori di un’azienda farmaceutica) per non rovinare i pavimenti in legno, affreschi molto ben tenuti e conservati  e una guida competente che spiegava come i personaggi mitologici o di fantasia riportati negli affreschi, raffigurassero i proprietari della villa, amici e loro parenti e, perché no, i loro domestici. Ciò che mi colpì, fu la manifesta avversione del Veronese per il Palladio: rappresentò se stesso in divisa da cacciatore  con due cani, in fondo a una stanza che la prospettiva  ingrandiva man mano che gli si avvicinava. Dell’architetto, solo una piccola figura difficilmente riconoscibile, quasi a dimostrare la differenza di grandezza esistente tra i due artefici della villa, secondo il parere del pittore.Ciò non deve meravigliare:  i dissapori esistenti  tra Leonardo  e Michelangelosono noti, così come le critiche sollevate da Machiavelli e Petrarca nei confronti di Dante. Non ci dobbiamo meravigliare se tra i grandi uomini albergano  gli stessi sentimenti  che corredano la nostra vita quotidiana, spesso mossi dall’invidia nei confronti di chi riesce a fare quel che noi non abbiamo  pensato prima.Ad ogni modo, gli affreschi del Veronese a villa Barbaro sono veramente splendidi e molto ben conservati. Ciò che mi ha colpito, è il fatto che anche nel rinascimento e nei secoli successivi le mode spingessero i proprietari di capolavori a eliminarli, per far posto opere di artisti sconosciuti, ma più adeguate al pensiero della loro epoca. Così in una stanza di villa Barbaro su una parete è stato recuperato l’originale del Veronese, parzialmente distrutto a martellate, per farci  capire quanto vanità e mancanza di  adeguata cultura artistica non  siano caratteristiche peculiari dei nostri giorni  e di religioni  le cui origini si perdono nella notte dei tempi,  ma siano connaturate con il modo di pensare e di agire dell’essere umano.Un suggerimento  per tutti coloro che mi leggono : Maser non è così distante di Milano, ospita anche il tempietto circolare del Palladio che all’epoca della mia visita era purtroppo in restauro,  Asolo (nel cui cimitero è sepolta Eleonora Duse) e Possagno (patria del Canova, di cui sono  visitabili  il tempio  neoclassico e la gipsoteca ) sono solo a 10 Km e Bassano, splendida cittadina con un centro storico che ospita il famoso ponte in legno degli alpini, è a mezz’ora d’auto.Se poi alla cultura si vogliono unire piaceri e storia, sono poco distanti Montello e Monte Grappa, così come le colline di Valdobbiadene, patria del prosecco e da poco tempo, 54° sito Unesco con le colline di quel vino e da lì si può scendere lungo le strade del vino bianco e rosso.Infine, un suggerimento per tutti: quando finirà questa forzata clausura, diamo forza all’amore che ci unisce alla nostra terra, unica nel mondo per sapori, colori, storia, arte e panorami e cerchiamo di conoscerla meglio, contribuendo così a ridare vita a un patrimonio su cui stiamo seduti ogni giorno, spesso senza che ce ne rendiamo conto.  

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NON TUTTO ACCADE PER CASO …

Nei giorni scorsi, nell’amaro far niente a cui siam costretti da oltre un anno, qualcuno mi ha chiesto come sia nata la mia grande passione per i funghi e gli ho risposto “Per disperazione!” Stupito ,ha continuato la sua indagine, chiedendomi di spiegargli come mai e quando fossi così disperato, tanto da iniziare il mio studio, sia sul campo che sui libri, di questa strana categoria di esseri viventi che non sono né vegetali, né animali, ma costituiscono una importante specie a sé stante. In sostanza, quand’ero bambino chi non aveva soldi a sufficienza, non solo non trascorreva le proprie vacanze in costa Azzurra o ad Acapulco, sulle montagne Svizzere o alle Maldive o in viaggio per il Mondo e non poteva neppure approfittare del bonus vacanze perché a nessuno era venuta la balzana idea di crearlo, ma restava a casa o, in mancanza di meglio, faceva ospitare mogli e figli da qualche parente che risiedeva in località amene, anche se sconosciute ai più. Così a dieci anni, per la prima volta, con mia madre andai a trascorrere un mese in un piccolo paese ai piedi del monte Civetta e non lontano dalla Marmolada e dalle Tofane.

Oggi molti lo conoscono, come conoscono il vicino lago di Alleghe e le numerose piste da sci della zona, ma allora era il classico paesino di montagna, dove la gente viveva di pastorizia e di – peraltro scarsi – prodotti della terra. La vita in quei luoghi era dura, solo i pochi benestanti potevano dare ai loro figli una istruzione adeguata e molti, ancor giovani, andavano a lavorare all’estero, nelle miniere della Svizzera, del Belgio, della Germania.

Gli inverni erano molto rigidi, ma anche d’estate all’ombra faceva freddo e talvolta nevicava anche in Agosto sulle cime lì intorno e sui passi dolomitici. Detestavo tutto di quel paese: il latte di capra che mi propinavano tutte le mattine a colazione   (e spesso anche la sera a cena), la mancanza di aree ampie in cui si potesse giocare (il paese era stretto tra due torrenti in una valle angusta), il divieto di correre da solo sui prati  perché potevano esserci vipere ma, soprattutto, il non sentirmi un benvenuto tra i bimbi locali, che mi consideravano un privilegiato perché indossavo abiti senza “tacoj” (rattoppi),  venivo da una lontana città e parlavo italiano…In realtà, essendo Bellunese e avendo un nonno che conosceva solo il dialetto locale, ero in grado di capire chi mi parlava in tal modo, ma non riuscivo a comprendere quei bambini che si esprimevano in una lingua a me tuttora sconosciuta, che solo più tardi mi dissero essere Ladino…Così feci amicizia con il figlio del maresciallo dei carabinieri: parlava italiano con uno strano accento (era campano), ma lo capivo e avevamo un modo di giocare molto simile, meno violento di quello tipico dei bambini locali. Purtroppo il padre fu trasferito e il figlio se ne andò con lui e l’anno seguente, costretto ancora a trascorrere un mese in montagna per ripulire i polmoni dallo smog milanese, mi dovetti inventare un’attività diversa, ma nel contempo interessante e, non avendo alternative, iniziai a seguire la zia che se ne andava per prati e boschi a cercare erbe, mirtilli, lamponi e altre delizie del palato. Sicuramente, vista la mia passione per i mirtilli, ogni viaggio con la zia creava un concreto tornaconto sia immediato, sia poi a casa quando quei frutti si mettevano a bagno in vino e zucchero e costituivano una gustosa merenda.

Tuttavia alla fine mi stavo stufando fin quando un giorno in una piccola radura, la zia raccolse tre grossi, simpatici funghi marroni con il gambo bianco, smise di cercare mirtilli ed entrò nel bosco da sola, chiamandomi poi per aiutarla. In tutto raccogliemmo sette bei porcini che mi piacquero subito perché mi assomigliavano: pingui, come ero io all’epoca, ma ricercati, al contrario di me che venivo preso in giro per le mie rotondità e, soprattutto, se il tuo cesto era colmo di tali delizie, anche quelli del posto ti ammiravano e rispettavano. Da quel giorno non tornare ogni anno alle mie adorate Dolomiti sarebbe stata una vera iattura, perché era nata in me una passione che trasmisi a mio padre, al quale insegnai quali funghi scegliere e quali lasciare, finché   decisi di studiare le varie specie, soprattutto quelle velenose, perché astenersi, nel dubbio, è la regola da seguire per evitare grossi problemi a noi stessi e a coloro che con noi condividono pranzi e cene.

Oggi non posso più tornare nei miei boschi da solo, ma i miei nipoti mi han già seguito l’anno scorso con ottimi risultati e desiderano ripetere l’esperienza, anche se per il momento possono solo apprezzarne la forma e il profumo, ma non ancora gustarli. Le passioni e le ricette – come accadde per la tarte Tatin e il risotto con lo zafferano – spesso nascono per caso o per migliorare una situazione che appare difficile e complicata, ma poi ti incatenano e non ti lasciano per tutta la vita!

 

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EFFICIENZA DELLA SANITA ITALIA …

Tra quanti leggono questo mio scritto, alcuni saranno informati in merito a quanto mi accadde tre anni or sono mentre mi trovavo in vacanza a Roma: sincope, caduta, frattura alla testa con edema frontale e sanguinamento occipitale: imprevedibilmente, anziché recarmi al Quirinale come programmato, fui trasferito d’urgenza in ospedale. Successivamente i medici pensarono che tutto ciò fosse conseguenza di un arresto cardiaco temporaneo e mi fu impiantato un pacemaker. L’anno scorso il neurochirurgo mi disse che l’edema si era essiccato, non risultava più pericoloso e avrei potuto riprendere una vita normale.

Dopo l’ultima diagnosi favorevole, mi sentivo abbastanza tranquillo, ma la tranquillità nella vita non ha caratteristiche durevoli: a metà gennaio 2021, senza alcun preavviso, ebbi una fibrillazione atriale, conseguente sincope e, per mia fortuna, mia moglie era accanto a me e impedì che mi rompessi ancora la testa mentre cadevo pesantemente! E ora arrivo alla parte più interessante dell’argomento, con cui si dimostra come in Italia non vi sia eccellenza solo nella sua storia, nei suoi artisti del passato e del presente, nella moda, nel cibo e nel vino, ma talvolta si scopra in un settore che gli stessi Italiani hanno messo alla gogna nel corso dell’ultimo anno . n sostanza le dottoresse del centro Cardiologico Monzino, che si sono prese cura di me in questi ultimi tre anni, dopo un controllo del pacemaker dal quale è risultato che funziona perfettamente, hanno organizzato in una sola settimana un intervento di ablazione delle fibre cardiache responsabili della fibrillazione.

La cosa sorprendente sta nel fatto che tutto è stato predisposto in convenzione con il SSN: ricovero il lunedì, intervento il giorno dopo, dimissione il mercoledì, dopo le opportune ed approfondite verifiche e conferma del buon esito dell’operazione. Cosa per certi versi ancor più sorprendente, ma evidente testimonianza della creatività e inventiva degli Italiani nei settori più differenti, la tecnica chirurgica – che risulta meno invasiva delle precedenti e diminuisce drasticamente la durata degli interventi – è stata messa a punto dai chirurghi del Monzino e il primario tiene regolarmente delle videoconferenze con le quali informa i colleghi di tutto il mondo delle innovazioni nel campo cardiochirurgico nate in Italia , segnatamente in Lombardia .Per inciso, il Monzino è stato in assoluto il primo centro Cardiologico Europeo ed rappresenta tuttora un’eccellenza Italiana in questo campo  , tant’è che molti dei suoi pazienti vengono da molti paesi Europei ed extra-Europei, ivi comprese Germania e Scandinavia che dispongono di strutture sanitarie all’avanguardia! Questo con buona pace di qualche presidente di altre regioni che, all’inizio dell’epidemia del Covid-19, mise sotto accusa la sanità Lombarda per il ritardo e l’inefficienza palesati nell’affrontare questo malanno che ancora non se ne vuole andare , realizzando successivamente che per tutti – e non solo per gli Italiani – è risultato difficile, se non impossibile, effettuare le scelte adeguate al momento giusto.

A questo proposito, mi piacerebbe che gli Italiani smettessero di parlar male di se stessi e di coloro che vivono in altre regioni e, se Massimo D’Azeglio decidesse di lanciare uno sguardo verso il suo paese, potesse finalmente gioire scoprendo che, 150 anni dopo la nascita di una nazione, è finalmente nato un popolo e non viviamo più in mezzo a dispute tra contrade.Infine vorrei ringraziare il personale femminile del Monzino: la mia cardiologa, la chirurga che mi ha operato due volte, l’anestesista, la responsabile del reparto, tutte le infermiere che mi hanno assistito con empatia e disponibilità, a dimostrazione che efficienza, professionalità, innovazione non sono vocaboli al femminile per puro caso!     

 

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VIAGGIO IN INDIA

In occasione di uno dei miei primi viaggi in India, mi capitò di contattare diverse società sconosciute sia a me che alla mia azienda per aprire un dialogo che portasse a intavolare e poi a consolidare significativi rapporti commerciali e umani. Normalmente – soprattutto con le grosse aziende – si era fortunati se si riusciva a parlare con il direttore degli acquisti o dell’import-export, anche perché telefonare era complicato e costoso, il fax era appena agli inizi del suo utilizzo in tutto il mondo, le email non esistevano e il telex era chiaro quanto un rebus per esperti.

Con mia sorpresa, quando scrissi ad una importante   società farmaceutica, mi rispose la segretaria del presidente, dicendomi che egli mi avrebbe accolto con piacere, precisando giorno e ora dell’incontro e informandomi che, se avessi fornito i dettagli del mio volo di arrivo, avrebbe provveduto a inviare un auto in aeroporto per il mio trasferimento alla sua azienda. Son trascorsi più di trent’anni, ma ricordo ancora quanto piacere provai di fronte a tanta empatica disponibilità, da parte di un personaggio che non è normalmente avvezzo ad incontrare l’ultimo arrivato, come ero io per i top manager -non solo Indiani – a quell’epoca.  L’aereo arrivò in ritardo di oltre un’ora, ma trovai comunque l’autista ad aspettarmi, con un grosso foglio di cartone su cui risaltava il mio nome. Il percorso non fu breve e mi chiesi come mai il presidente fosse stato così cortese con una persona che non conosceva affatto

L’auto si fermò davanti a una breve scalinata, su cui campeggiava un tappeto rosso (scoprii poi che non era stato messo in quel luogo solo per me, ma accoglieva ogni giorno tutti gli ospiti) e diverse persone mi accolsero con un inchino quando iniziai a salire le scale. La segretaria, nel suo splendido sari multicolore, mi salutò con le mani giunte, come si usa da quelle parti, e mi disse che il presidente mi aspettava nel suo ufficio.

M’introdusse attraverso la porta d’entrata che richiuse alle mie spalle e, con mia grande sorpresa, il presidente mi invitò a sedermi esprimendosi in Italiano: “Benvenuto, signor Callegari, si accomodi. Gradisce una tazza di the?” Quando a mia volta risposi in Italiano, mi fermò dicendomi in Inglese: “Mi scusi, ho usato con sommo piacere metà delle parole che conosco della sua lingua così bella, ma non riesco ad andare oltre”

Così scoprii che amava l’Italia, la nostra lingua, il nostro cibo (aveva   gustato con piacere anche il risotto alla milanese…) e i nostri vini e che nella sua vita aveva visitato il nostro paese 21 volte, dalle Dolomiti alle isole, Elba compresa.

Non ci incontrammo più né avemmo mai business negli anni a seguire ma, quando lasciai il suo ufficio, mi disse “Ricevo personalmente tutti gli italiani, per aiutarmi a ricordare quello che ritengo il più bel paese del mondo e in cui purtroppo, per problemi di salute, non mi reco più da quasi dieci anni. Tuttavia, sono convinto di sapere perché la sua Italia è così bella: secondo me Dio, quando creò il mondo, si fermò su di essa 5 minuti in più e rese così più facile per chi ci vive, aumentarne la bellezza anno dopo anno, secolo dopo secolo, come avete fatto voi.”

 

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APOLOGIA DI BEETHOVEN di GIORGIO CALLEGARI

250 fa nasceva Ludwig Van Beethoven. Per me che ho sempre amato le persone che si son fatte da sole, grazie alle proprie qualità , alla forza d’animo e alla capacità di non fermarsi mai di fronte alle inevitabili difficoltà , un mito.
Un mito sin da quando ascoltai una sua opera per la prima volta (la famosa bagatella “per Elisa”) e poi, iscrittomi alla “Gioventù Musicale”, ebbi la ventura di assistere, dal vivo e in rapida sequenza, all’esecuzione delle sue nove sinfonie , con terza , quinta e settima in testa alle mie preferenze.
Scoprii meglio la nona , la sua apoteosi , grazie a un film di Kubrick, “Arancia Meccanica” e amai ancor più la sua musica quando scoprii che l’aveva composta quand’era completamente sordo.
Allora compresi che non bastano talento e fortuna per superare le avversità, ma serve qualcosa che pochi hanno dentro di loro e che li aiuta a non cadere nell’abbandono : la volontà di non cedere mai all’alternanza degli eventi, alle inevitabili sfortune che si profilano quando tutto appare promettente e su una facile discesa.
Pensare a lui, come a tanti grandi personaggi della storia e dell’arte, cresciuti poveri e spesso menomati nel corpo o nello spirito , ma capaci di creare opere indimenticabili, dovrebbe darci conforto in quest’anno così diverso e così disastroso, sotto molti aspetti.
Se, come diceva Qualcuno , si può cadere dall’altare nella polvere, credo ci sia ancora abbastanza spazio per risalire dalla polvere al paradiso di una quotidianità che pare persa , ma che tornerà migliore, se solo lo vorremo.

 

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