“Gli articoli” di Susanna Chicco

“Gli articoli” di Susanna Chicco

 

Nel 1985 il Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez scrisse “L’amore ai tempi del Colera”, uno dei suoi molti lavori. Personalmente, preferisco di gran lunga la sua opera maggiore ‘Cent’anni di solitudine’ del 1962, con cui è diventato famoso in tutto il mondo, tuttavia il titolo del romanzo del 1985 evoca istantaneamente la nostra attuale situazione…quindi, “Stiamo assieme ai tempi del Covid”.

Infatti, come dicevano i Latini…”Mala tempora currunt”, cioè siamo in un brutto periodo. E per alleggerirlo un po’ noi dell’ACU abbiamo pensato come stare vicini agli affezionati frequentatori dei nostri Corsi a cui non possiamo ancora offrire la possibilità di trovarci assieme fisicamente.

In questa rubrica, ed in Facebookpubblicheremo piccoli articoli dei nostri docenti, molti dei quali hanno già pronti i Corsi che avrebbero dovuto iniziare quest’anno.

Non è molto, ma l’obiettivo è sempre quello di offrire occasioni di pensare, stimolare curiosità, creare condivisione di conoscenze.

Speriamo così di mantenere i contatti e di intrattenere tutti coloro che ci hanno seguito finora in ACU, e soprattutto di smentire la pessima versione ulteriore del detto latino precedentemente citato: “Mala tempora  currunt  sed  peiora  parentur”, cioè corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori.

 

 

IL MIO PICCOLO ELZEVIRO

Tempo fa ho letto un libro, ‘Il pollice del Panda’, dell’evoluzionista Stephen Jay Gould, in cui lui sostiene la Teoria degli Equilibri punteggiati. Detta in modo semplificato, la teoria dice che in Natura la selezione di nuove specie di Viventi è stata causata da eventi ‘puntiformi’, cioè globali, veloci (relativamente ai tempi geologici) ed improvvisi, nei quali sopravviveva chi aveva maturato le capacità necessarie per la nuova situazione.

Ora siamo di fronte ad un evento, la pandemia virale che causa il Covid 19, che non ha sicuramente la portata e la grandezza di uno degli eventi elencati da Gould (per esempio una aridità climatica globale o una carestia totale) ma che per la sua velocità nel cambiare la vita dell’Uomo ha oggi una notevole somiglianza. E quindi, per uscirne, dovremmo avere sviluppato nel tempo le qualità che ci consentano di superare questo periodo. E non mi riferisco alla creazione di un vaccino che ci protegga, né alle disposizioni governative che proteggano la nostra economia.

Dovremmo avere sviluppato quelle caratteristiche che l’Evoluzione ha sempre premiato, e cioè la Flessibilità, la Resilienza e la Collaborazione, come quelle di un boschetto di Bambù che si piegano comprendendo ed adattandosi alla forza della tempesta per poi tornare a stare in piedi.

L’impressione, invece, è che le nostre caratteristiche non siano quelle giuste. Siamo come grandi superbe Querce isolate che urlano la loro forza e la loro opposizione alla tempesta che, ovviamente, le abbatterà. Parlo dell’aggressività con cui persone e gruppi si accaniscono cercando ‘colpevoli’ di scelte e decisioni, parlo della protervia e stupidità dei negazionisti, della miope competizione politica, ma soprattutto parlo della mancanza dello spirito critico, cioè di quella capacità culturale che ci consente di distinguere, in autonomia, il vero dal falso nella immensa paccottiglia mediatica di informazioni in cui ci hanno sommersi.

Purtroppo questa capacità si sviluppa solo con l’aumento delle nostre conoscenze (che non è l’aumento dei ‘dati’) soprattutto scientifiche che, per formazione scolastica o necessità lavorativa, tantissimi di noi non hanno. Speriamo, quindi, che presto ci siano le condizioni per tutti noi di riprendere il nostro percorso di ‘crescita’ con ACU per ottenerle e sopravvivere a questo e ad altri eventi uscendone migliorati.

 

Un Natale al tempo del Covid

La parola Natale mi evoca l’immagine di una di quelle grandi cattedrali gotiche erette nel Medioevo, come quella raccontata ne ‘I Pilastri della Terra’ di Ken Follett. Un edificio creato dall’Uomo per i bisogni dell’Uomo, un luogo di attività sacre con un contorno di attività profane lucrose per l’arrivo dei pellegrinaggi religiosi, un commercio di cose e attività che arricchiva le città sedi di queste grandi costruzioni. Per confronto, altre feste come Tutti i Santi o la Festa della Liberazione o Ferragosto mi evocano per analogia piccoli Santuari regionali con annessa Sagra popolare.

Una curiosa confusione tra un Tempo (il periodo temporale del Natale) un Oggetto (la Chiesa), ma anche una più che vistosa sovrapposizione della connotazione commerciale con quella sacrale: una sensazione che forse anche altre persone possono condividere emotivamente.

Abbiamo sentito raccontare che il lock down primaverile ha tarpato le ali alla produzione e vendita di Uova di Pasqua e Colombe e quant’altro, e l’impressione attuale è che le preoccupazioni mediatiche riguardo al Natale siano perlopiù legate alla sicura flessione dei consumi e dei regali, con conseguente peggioramento della nostra economia.

Mentre invece la nostra perdita è ancora una volta la mancanza dell’esercizio di quella socialità innata nella nostra specie che ci spinge a condividere fisicamente i passaggi grandi e piccoli della nostra vita, da un compleanno ad una conferenza, da un gioco di squadra a un rito religioso. Ed è questa perdita che dobbiamo accettare, almeno momentaneamente, esercitando una intelligenza superiore a quella di un virus che ha capito da tempo che proprio questa nostra esigenza, la socialità, è il suo punto di forza per espandersi e vincere.

Quindi pazienza, inutile arrabbiarsi o ‘forzare le regole’ del buon senso. Biologicamente so che se tutti, ma proprio tutti, potessimo stare immobili per soli 15 giorni, il virus sparirebbe in tutto il mondo di colpo. Spettacolare ed impossibile. Ma se vogliamo essere più furbi del Virus la storia è solo questa: se ci troviamo, ci abbracciamo, e seguiamo i noti passi delle festività, avremo perso contro un piccolo mucchio di nanocentimetri genetici che ci terrà ancora sotto scacco per molto tempo ancora.

 

Gli Eventi del Venti e Venti

Ho letto un libro, tempo fa, intitolato ‘Requiem per il Celacanto’, di Christine Adamo. Si tratta di un romanzo imperniato intorno ad una creatura, il Celacanto o Latimeria, un pesce oggi quasi estinto, anche a causa della ricerca che ne è stata fatta per vendere ad alto prezzo gli esigui esemplari trovati a studiosi di Evoluzionismo. Di questo pesce, infatti, erano stati trovati solo resti fossilizzati, e lo si riteneva l’elemento evolutivo intermedio tra Pesci ed Anfibi. Gli studi sui pochissimi e preziosi esemplari pescati vivi dal 1938 in poi hanno svelato che questi animali sono Pesci ‘diversi’, gloriosi fossili viventi risalenti a 400 milioni di anni fa. Una scoperta scientifica che ne ha quasi provocato la fine, da cui il ‘Requiem’.

Ma il 2020, l’anno che se ne va, non merita affatto un Requiem, ma l’oblio eterno. Di questo anno non riesco a trovare elementi positivi, un’annata che il termine duemila non se lo merita proprio: al massimo lo possiamo chiamare l’anno 20 e 20. Un anno che i profeti della ’Fine del Mondo’ avrebbero potuto scegliere: bastava osservare la posizione delle lancette dell’orologio sulle 20 e 20, che dividono lo spazio in tre ‘magici’ spicchi identici. Anche la Dottrina Pitagorica dei numeri, che valutava i numeri pari come ‘imperfetti’ , avrebbe potuto sicuramente segnalarcelo.

E invece ce lo siamo goduto tutto, con tutta la sua portata sanitaria, economica, sociale e personale. Sono sicura che tutti noi abbiamo attribuito allo sfortunato 20 e 20 anche tutte le piccole e medie sventure che di solito sono fisiologiche: una scottatura, una multa, un oggetto perso, etc. E con il terremoto lombardo di metà dicembre il 20 e 20 ci lascia col botto ad aspettare un 2021 che si prospetta ancora difficile.

Che fare? Proporrei di evitare Catastrofismo, Negazionismo, Complottismo: ricordiamo di questo anno quel che è stato bello, una nascita, una guarigione, la bella cometa Neowise e la congiunzione Giove Saturno. E prepariamoci ad accogliere con gratitudine il grande regalo di quest’anno, frutto di scienziati, finanziatori e studiosi capaci.

Farci somministrare il vaccino anti-Covid sarà per tutti non solo una tutela personale, ma un segnale che abbiamo capito che la contiguità con persone, parenti ed amici, che ci è tanto mancata, è mantenibile solo con una corretta scelta sociale nei confronti degli altri;  soprattutto di coloro che, affetti da patologie o da estrema giovinezza, non possono farlo.

 

 

Il ‘Farmaco’, un termine ricco di storie      

In questi tempi in cui la parola ‘Vaccino’ continua a rimbalzare, riflettevo sul fatto che questo vaccino antiCovid possa essere ritenuto un Farmaco. Ovviamente si, dal punto di vista del significato, visto che un farmaco è qualcosa che elimina uno stato di sofferenza/malattia o che stimola il sistema immunitario a difendersi. Anche se, più propriamente, il Vaccino previene soltanto la malattia, mentre il Farmaco la cura.

E mi sono ricordata la ricchezza di notizie che il termine Farmaco contiene, scoperta mentre preparavo alcune lezioni per il mio corso sui Miti degli Alberi: una storia molto intrigante.

Pare che nella antica Atene (e poi anche in altre zone della Grecia) esistessero delle ricorrenze religiose dette Targhelìe, in onore del Dio Apollo, durante le quali veniva eseguito un rito particolare. Due persone, scelte tra i condannati o volontari (sempre condannati, ma garantiti di buon mantenimento e vitto fino alla cerimonia) venivano denudati, adornati con collane di fichi secchi e portati in processione fino al mare, fustigandoli nel tragitto. Successivamente, venivano lapidati ed uccisi, bruciati e le loro ceneri sparse in mare (secondo altri autori del tempo semplicemente imbarcati ed espulsi dalla Grecia). I due malcapitati venivano detti PHARMAKÒI, ed erano lo strumento rituale per allontanare ed eliminare simbolicamente malattie contagiose presenti e future. Erano, quindi, capri espiatori, altro termine interessante che svela lo stesso rito svolto similmente altrove, ma con l’uso di animali invece che uomini.

L’origine della cerimonia è storicamente controversa. Per alcuni autori ricorda la storia del greco Pharmakos che aveva rubato dell’Olio sacro ad Apollo. Fu catturato da Achille e lapidato a morte, ovviamente per evitare le ire del Dio solare che avrebbe potuto inaridire col calore la Terra, causando malattie.

Secondo altri autori è la rievocazione di un evento mitologico: la storia di una pestilenza mandata ad Atene da Zeus per soddisfare il desiderio di vendetta del re cretese Minosse che pretese, per farla cessare, l’espulsione ed invio di giovani Ateniesi per nutrire il figlio Minotauro. Come dire, dei ‘Farmaci’ contro la pestilenza, in forma umana.

Quindi il PHARMAKOS è qualcosa che guarisce, che elimina malattie, in particolare le pestilenze. Quindi il Vaccino antiCovid si merita a tutto tondo l’appellativo di farmaco. Rimane il pensiero di quale ‘Farmaco’ potremmo aver bisogno per eliminare tutti i guai sociali ed economici che la pestilenza sta causando. Oltreoceano la democrazia americana ha cambiato direzione con l’espulsione di un Pharmakos dal ciuffo biondo. I recenti avvenimenti nostrani raccontano che nelle stanze del Potere qualcuno ha già tentato di identificare un altro Pharmakos da espellere per avere un governo migliore sulla Res Publica italiana.

Come diceva Alessandro Manzoni….’Ai posteri l’ardua sentenza’

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acubrugherio administrator

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