I Racconti di Maurizio Maniscalco

I Racconti di Maurizio Maniscalco

Mi chiamo Maurizio Maniscalco, docente di fotografia e postproduzione.
  Cinque anni fa, tradendo i dogmi fotografici, presentai una serie d’incontri sulla

vita di Leonardo da Vinci e sul Rinascimento.
   Dopo circa un anno dagli esordi, sentii fortemente la necessità di scrivere la sua storia a episodi. Rispettando scrupolosamente i dati storici raccolti nei vari testi, introdussi elementi deduttivi assolutamente personali.

   Prima di allora non avevo mai scritto nulla di narrativo, ma avevo solo redatto una serie di testi tecnici sulla fotografia, questa nuova opportunità mi spinse a osare di più, da allora ho scritto racconti e poesie.

   Sono uno scrittore autodidatta, non ho pretese, ma ho scoperto quanto sia importante scrivere, pensare e dedurre, è una palestra per la mente ed evolve lo spirito.

   Mi auguro di non essere giudicato troppo severamente. Buona lettura

 

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BUTTERFLY
   Una favola per pensare
(Immagine, elaborazione e testo Maurizio Maniscalco)

PREFAZIONE
    Questo racconto si discosta molto dagli altri che ho pubblicato perché è particolare, si snoda tra passato e presente, meditazioni e considerazioni sono scaturite osservando lo svolazzare di una farfalla.

   E’ diviso in tre parti apparentemente slegate tra loro, ma leggendo con attenzione, il legame c’è. I miei scritti, oltre a raccontare una storia, porgono materiale per riflettere: gli spazi bianchi sono fatti per questo. Buona lettura.

 

 

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Questo racconto chiude un trittico dedicato ai sentimenti: solidarietà, affezione, amore, amicizia e così via. Emozioni astratte ma molto potenti, esse attivano nella nostra mente stati di euforia travolgente, ma  se non corrisposti, ansia e depressione. Non tutto ciò che è materiale ha valenza su questa terra, bisognerebbe  saper dosare logica e irrazionalità: non sempre è possibile.

   I miei scritti traggono le loro fonti principalmente da questi elementi spesso in antitesi tra loro, aggiungo poi una morale, che più o meno esplicita, si rivela all’attento lettore.  Buona lettura.

 

 

UNA FASCIA DORATA
Una storia vera
Immagine, elaborazione e testo di Maurizio Maniscalco

 

      Era il mese di giugno di due anni fa, martedì. Quel giorno, decisi di lasciare alcuni impegni pressanti per dedicarmi una giornata di vacanza.

   Il desiderio era così forte che senza rendermene conto, mi ritrovai, inspiegabilmente, a guidare sull’autostrada in direzione dei laghi.

   Giunsi ad Arona, città che conosco discretamente, parcheggiai di proposito lontano dal centro: passeggiare sul lungo lago di mattina è straordinario.

   La riva era deserta, silenziosa, l’aria immota, nel piccolo molo, fra le barche ancorate, scivolavano cigni che, procedendo senza movimenti evidenti, apparivano come figure irreali.

   L’atmosfera circostante, dalle tinte rarefatte, ricordava i dipinti di Monet, ma quello che mi stupì maggiormente, fu l’udire il mio respiro e l’incedere  dei  passi.

   Sostai in un bar del centro per un caffè e proseguii senza abbandonare la passeggiata lungo lago: la mia intenzione era quella di raggiungere un piccolo, strategico promontorio, che permette una visione  ad ampio raggio.

   La cosa che rende piacevole la sosta in quel punto è la presenza di una panchina circolare che cinge un albero al centro, un punto d’osservazione fantastico, realizzata ad arte per osservare il castello di Angera che si specchia proprio di fronte sull’altra riva. La leggera foschia si era alzata, l’aria era così tersa che tutto ciò che si riusciva a inquadrare sembrava ritagliato e incollato su un cielo azzurro.

   Da quel punto, dando le spalle alla città, si possono vedere le montagne innevate a sinistra e un promontorio a destra che cela una parte del lago, non mi stancavo di far scorrere lo sguardo da un lato all’altro: era uno spettacolo ipnotico.   

Le persone sulla passeggiata erano rare, una piccola figura in lontananza attrasse la mia attenzione, procedeva nella mia direzione: una signora anziana camminava a stento reggendosi su un bastone, sostando di tanto in tanto appoggiandosi alla ringhiera per prendere fiato. Appariva stanca e dolorante e il primo istinto fu quello di andarle incontro per porgerle aiuto. Probabilmente era molto conosciuta perché più di una persona, interpretando la mia intenzione, si offerse di aiutarla, ma la signora con un gesto della mano aveva sempre rifiutato. Passò qualche minuto e stremata giunse alla panchina, si lasciò cadere con un grande sospiro. Si mise la borsetta sulle ginocchia, incrociò le mani sul bastone di fronte a sé e lo sguardo si perse nel vuoto. Non potei fare a meno d’osservarla di nascosto: minuta, magra, viso scavato, sofferente, non per mancanza

di mezzi e sostentamento, infatti il suo abito era ben curato e di buona fattura, ma molto più probabilmente per dispiacere profondo.

   Valutai potesse avere più o meno novant’anni, l’età di mia madre, il modo di porsi non denotava fragilità mentale ma fermezza d’animo. Occhi azzurri piccoli e vivaci, capelli bianchissimi raccolti con ordine e fissati da un bellissimo fermaglio. No… non era una persona bisognosa, ma l’immaginai piuttosto, carente d’affetto e comprensione.

   Eravamo seduti molto vicino e questo mi creava un piccolo imbarazzo, anche se intuivo che per lei era come se fossi trasparente.

   L’istinto prese il sopravvento e conscio d’infrangere quasi un rito, ruppi il silenzio con una frase scontata e puerile: “Una bella giornata vero?”.

   Non rispose come se non avesse sentito, talmente immersa nei suoi pensieri, pareva fosse in un’altra dimensione. Mi morsi il labbro pensando che avrei fatto meglio a farmi i fatti miei.

   Ripresi ad armeggiare con la macchina fotografica e decisi di abbandonare l’idea di affrontare una conversazione, mi alzai e cominciai a scattare.

   La situazione, il luogo, l’assenza di passaggio e di rumore, accomunava indiscutibilmente persone così vicine ed era normale che potesse scaturire anche un dialogo di circostanza.

   Il silenzio si fece quasi tangibile, l’idea di riprendere il cammino si fece strada nella mia mente e raccolsi le mie cose. Ero in procinto di andarmene quando l’anziana signora, girandosi, sembrò tornare al presente, mi rispose con voce tremolante:

 “E’ una bella giornata, l’aria è così cristallina, ce ne sono poche in un anno come questa.”

   Fui sorpreso della risposta, evidentemente la mia persona non le era sgradita, ebbi la netta sensazione che avesse necessità di parlare con qualcuno, ma di mantenere comunque, un solido legame con il suo mondo, mi sedetti nuovamente.

 “E’ fortunata ad abitare in un posto così bello, sì insomma … la natura, il lago …”

   Rispose lentamente con voce rauca, tipica della sua età:

 “Sì ha ragione, pensi che sono nata a Milano ed essere qui … è così diverso …”

 “Anch’io sono di Milano, ogni tanto faccio una scappata qui.”

   L’imbarazzo e la diffidenza stavano lentamente sfumando lasciando posto a frasi meno convenzionali.

Parlammo a lungo, il sole temperato e le onde ipnotiche avrebbero fatto desistere chiunque ad andarsene e immergersi nel traffico.

   La conversazione si fece più amichevole, confidenziale e rilassata:

 “Vede, mio marito era ingegnere e lavorava qui al cantiere navale, sarò sincera, anche se abito qui da tanti anni, non ho mai dato confidenza a nessuno, sa com’è le persone sono un po’ pettegole, specie nei

piccoli centri. Ho degli amici, certo, ma ben selezionati non sono abituata a parlare con gli estranei, non so perché ma per lei ho fatto eccezione, forse perché mi ricorda mio nipote.”

   Mi strinsi nelle spalle come a sottolineare l’evidente spontaneità del caso, ben sapendo d’aver sentito quella frase molte volte: alla base del mio lavoro e del mio modo di fare ho sempre messo in evidenza i rapporti umani.

   Proseguì, la voce assunse un tono confidenziale come se intorno, nonostante il deserto, ci fosse qualcuno proteso ad ascoltare, il tremore si accentuò sollecitato dal ricordo di un passato sempre presente: “Le voglio raccontare una storia, piccola, breve, ma che non ho mai avuto il coraggio di rivelare a nessuno, appartiene a quella sfera di ricordi che si vogliono proteggere gelosamente.”

    Il rapporto personale aveva imboccato un sentiero preferenziale, fui sorpreso dalla lucidità e dalla proprietà di linguaggio che faceva intuire una passata istruzione, ma non erosa dal tempo, mi girai verso di lei cercando d’incrociare il suo sguardo per non perdere anche il minimo cenno degli occhi e delle labbra.

 “Mio marito si è sempre comportato con me, nonostante il suo lavoro rigidamente matematico e di responsabilità, con dolcezza, regalandomi amore sincero, eravamo anche amici e ci confidavamo pensieri profondi,

ci fidavamo l’uno dell’altra, il bene era grande e senza screzi, avevamo capito che la famiglia è l’ultimo baluardo che si oppone a una società che dona poco e prende molto.

   Bene, deve sapere che a volte la luna appare enorme dietro quelle colline, è talmente grande e luminosa che fa impressione, sembra quasi appoggiarsi sugli alberi. La sua luce crea una scia dorata che parte dall’altra sponda e arriva fino all’imbarcadero sotto casa, perché vede, io abito in quella casa bianca laggiù davanti al lago.”

   Indicò con mano tremula una serie di casette lontanissime dal “nostro” belvedere.

 “Una sera, sapendo che sarebbe sorta “la grande luna”, preparammo la nostra piccola barca e quando comparve, prendemmo a remare verso il centro del lago seguendo la fascia dorata.”

   La voce si fece fioca e rotta, il suo esile corpo fu preso da un lieve tremore, l’emozione del rinnovato dolore stava producendo il suo effetto, le appoggiai una mano sulla spalla volendole infondere conforto, ma lei si strinse ancor di più su se stessa, come a dire che ciò che provava, le dava gioia seppur con amarezza. Riprese schiarendosi la voce:

 “Una volta giunti nel punto più luminoso ci fermammo, appoggiammo i remi guardandoci senza parlare, ci stringemmo le mani, un fremito ci pervase, compresi cosa voleva dire avere un’anima sola, non so se si può amare più di così, io e lui soli nel silenzio più assoluto immersi in una intensa luce dorata, non avevamo la forza di parlare, non un fiato, ci guardammo intensamente facendo parlare solo i nostri sentimenti, mentre le lacrime scendevano copiose. Volendo, il paradiso è qui. Non so quanto tempo passò, ma ci svegliammo da quel sogno solo quando la luce svanì lasciandoci al buio, solo un bagliore delineava le nostre figure.

   Un’onda spinse la barca facendola fluttuare, compresi che era tempo di tornare.

   Per giorni parlammo poco, sapevamo tutt’e due che quell’esperienza ci aveva cambiato, ci bastavano gli sguardi di tenerezza e le strette di mano.”

 

   Sciocchi coloro che si perdono nelle iniquità di una vita frustrante, c’è ben altro da raccogliere in questa esistenza.

   Passò il tempo e la vecchiaia cambiò i nostri corpi, ma non l’amore, ogni giorno si rinnovava la luce nei nostri occhi, fino a che un dì di maggio mi guardò per l’ultima volta e insieme a lui si spense la mia vita.

   Non passa giorno che col sole o con la pioggia, percorra questa strada e intanto, anche se sono sola, son sicura che mi ascolta, ci raccontiamo tante cose come abbiamo sempre fatto.

   Una sera la luna rispuntò come succedeva da sempre, ero sul balcone e per non perdere l’attimo, corsi a prendere la macchina fotografica in soggiorno chiamando i miei nipoti, ma una volta tornata ad affacciarmi non vi era più nulla, il momento era passato come passano tutte le cose e il tempo di questa esistenza”.

   Ero immobile, in apnea, non riuscivo a sillabare alcun suono, la voce tremante, ma profondamente evocativa mi aveva paralizzato: è curioso costatare come parole pronunciate con vibrazione particolare, riescano a insinuarsi nel profondo dell’anima, mi accorsi che una lacrima stava rigando la mia guancia che per pudore rimossi subito senza farmi scorgere.

   Luisa, questo era il suo nome, abbandonò lo sguardo fisso sul lago e girandosi nella mia direzione mi disse con una semplicità disarmante:

  “Signore, non so perché le ho detto tutto questo, ma ora devo andare.”

  Non le chiesi spiegazione, ma sapevo perché avesse dato sfogo ai suoi sentimenti, mi sentii in dovere di accompagnarla, lei rispose che non era il caso, ma notando la difficoltà nel rialzarsi provai a insistere:

 “Signora mi permetta almeno di accompagnarla per un tratto.”

   Forse per la prima volta mi osservò intensamente: “Va bene signor … ?”

 “Maurizio e lei?”

 

  “Luisa”

  Mi porse il braccio e questo gesto mi commosse, mi rammentò mia madre.

  ” Signora Luisa, lei non lo sa, ma mi ha fatto un grande regalo, fa piacere incontrare persone speciali.”

  Non parlò ma mi sorrise.

  Lentamente arrivammo al bar sulla piazza vicino a un grande parcheggio, espresse il desiderio di entrarvi,   chiese un bicchiere d’acqua. Il barman: “Ecco qua signora Luisa, come va?”

  “Bene, vede oggi ho compagnia.”

 Si aggiustò il bastone e si diresse verso la porta.

 Feci per riprenderla sotto braccio, ma cortesemente …:

 “Signor Maurizio la ringrazio adesso proseguo, devo farcela da sola, è necessario.”

 “Ma …”, non feci obiezioni.

 Avevo visto dove abitava e le sarebbe mancato più di un chilometro alla meta, quasi leggendomi nel pensiero: “Tutti i giorni faccio questa strada, non si preoccupi.”

  Le depositai un bacio sulla guancia, strano a dirsi ma avevo l’impressione di averla sempre conosciuta, come fosse stata una vecchia zia. La seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro il rimessaggio dei traghetti. Recuperai la macchina nel parcheggio e ripresi la strada del ritorno, ebbi la sensazione che la mia mente si fosse sdoppiata: una controllava il traffico mentre l’altra faceva scorrere un film in sovraimpressione; come sia arrivato a casa è ancora un mistero.

   Passarono due mesi prima che tornassi ad Arona, mi recai nello stesso posto in riva al lago con la speranza di rinnovare l’incontro, ma non accadde.

  Tornai nuovamente al belvedere, ma dopo aver atteso invano, decisi di offrirmi un bel caffè fumante, proprio nel bar della signora Luisa. Chiesi al barista:

 “Mi perdoni, quella signora anziana, la signora che tutti i giorni passa di qui …”

 “Sì, la signora Luisa?”

 “E’ un po’ di tempo che non la vedo, volevo salutarla ma non l’ho più incontrata.”

 “Adesso che mi ci fa pensare è un bel po’ che non la vedo, non faccio sempre il turno di mattina, Paolo hai più visto la signora Luisa?”

 “E’ vero” rispose l’altro ” è un mese che non passa più, non saprei.”

   Fui assalito da un ragionevole timore, ebbi la tentazione di recarmi fino alla sua palazzina, ma desistetti per discrezione e per non peccare d’ingerenza nei fatti altrui, in fin dei conti, c’eravamo visti solo una volta

e in modo occasionale. Uscii dal bar e mi parve di rivedere in lontananza la figurina claudicante che a fatica si appoggiava sul bastone, per un attimo ne fui felice, ma era solo un miraggio dovuto alla speranza.

   Non ne seppi più nulla, forse era con il suo Giovanni in un mondo lontano a contemplare la grande luna dorata.

 

 

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Elaborazione Immagine e testo Maurizio Maniscalco

 

LETTERA DI UN SOLDATO

 

  Addì’, 16 ottobre 1915

     Accampamento militare sul fronte italiano prima della battaglia.

     Spira e sibila un forte vento che sbatte e gonfia i teli e fa tintinnare i ferri.

     Nell’oscurità della trincea, un soldato, fasciato nella sua divisa grigio verde, seppur distrutto dalla stanchezza e devastato nell’animo, trova la forza di scrivere una lettera alla moglie.

   Si apparta nell’angusto dormitorio, accende una lanterna schermata ed estrae dalle giberne un mozzicone di matita e un foglio sdrucito:

   “Ti scrivo amore mio perché la tua mancanza si fa sempre più opprimente, pensare a noi mi solleva e mi conforta. E’ quasi l’alba, tra poco monterò di guardia. Il morale è molto alto, ma a volte vi sono cedimenti. Come vorrei abbracciarti!

   Il vitto è buono, non ci manca niente, è una guerra di posizione, non succede nulla, dicono che la situazione è momentanea, presto torneremo a casa.

   Per fortuna c’è Paolo, ci facciamo compagnia, parliamo molto, a volte discutiamo come facevamo al bar dei suoi, anzi salutameli e dì loro che stiamo bene.”

   In quel mentre l’amico, al termine del suo turno di guardia, scosta la pesante tenda che scherma l’entrata e impedisce alla luce di filtrare all’esterno.

   “Giovanni che fai? Riesci a scrivere in un momento come questo?”

   “E’ proprio in un momento come questo che lo faccio, come va là fuori?”

   “C’è dall’altra parte un movimento che non mi piace, sta sorgendo l’alba, ho intravisto spostamenti e qualche luccichio metallico, molto strano! Di solito stanno attenti a non far brillare le canne dei fucili, sembra quasi che non gl’importi più di tanto, questo mi preoccupa.”

   “Scusa ma finisco la lettera tra poco sarà il mio turno, ho mandato i saluti anche per te.”

   Giovanni pensoso, nel porsi alla scrittura si rattrista. Piega capo in avanti, una lacrima cade sul foglio.

   L’amico fraterno, gli poggia la mano sulla spalla scuotendolo.

  “Giovanni cosa fai, piangi? Non è da noi, siamo soldati.”

  “E’ un attimo di sconforto, troppa sofferenza, freddo, fame, manca poco che ci mangiamo i topi, continuo a scrivere miserevoli bugie per non preoccupare Cristina che è in attesa, sai…. Paolo, avremo un bambino ed io sono qui lontano chi si prenderà cura di lei?”

  “Su dai fatti forza al paese sono molto uniti, tutti si danno una mano, questo schifo di guerra inutile prima o poi finirà e potremo tornare a casa, io ai miei campi e tu al tuo negozio.”

 Giovanni rinfrancato prosegue la scrittura infondendo alla lettera una nota di dolcezza:

  “Un sorriso m’increspa le labbra quando i ricordi ritornano al passato. Da ragazzo, passando tra i banchi del mercato ti osservavo, non sapevi chi fossi, ma ero lì solo per te, in ombra, silenzioso ma felice.

    Non ero ancora entrato nella tua esistenza, ma in cuor mio sapevo che se m’avessi amato, non avrei più chiesto nulla, anche se lontana, non immagini quanto mi sei d’aiuto.

   Mi farò onore, mi batterò come non ho mai fatto prima, lo farò per la nostra famiglia e per il mio paese.” Giovanni prosegue lo scritto terminando con una sorta di preghiera:

   “Che Dio mi protegga da colpi alle spalle e da fendenti al fianco, mi dia la forza di tornare così come mi hai visto andare.”

   La fiamma barcolla, si è disciolta in un minuto lago, si spegne, ma un’alba livida rischiara i truci scavi.

  Il soldato ripiega il foglio, depone lo scritto, brandisce il fucile, non vi è più tempo per il cuore, bisogna difendere la vita.

   In lontananza inquietanti bagliori illuminano il Carso, il nemico è partito all’offensiva, cannoni nemici, fino a quel momento muti, vomitano palle incandescenti irriverenti come bestemmie nel silenzio.

   Il suono della devastazione giunge in ritardo, segno che i colpi sono distanti.

   Le creste che si affacciano sulla valle saltano in frantumi.

   La montagna che da millenni s’erge regale e immacolata viene violata, distrutta, rocce granitiche vengono scagliate  verso il cielo terso, è un incubo!

 La mente non si capacita, fino ad oggi la guerra era solo teoria, ora si esprime cruda, vediamo la morte in faccia, l’inferno è qui!

  Lampi e fragori assordanti avanzano, si fanno più vicini. I colpi sparati a raggiera si avvicinano, bisogna mettersi in salvo correndo.

  A breve distanza un sole rosso dal nucleo accecante divampa, un proietto carico di morte esplode, seguito da un secco scoppio, travolge e scaraventa uomini e sassi al di sopra delle fragili mura.

  In mezzo al denso fumo, come inferno d’apocalittica memoria: sangue!

  Un crepitio assordante, una pioggia di pietre rovina al suolo, una voragine, la trincea non esiste più.

  Come se condanna fosse stata eseguita, giunge il silenzio. Degli uomini appostati, non vi è più traccia.

  A scoppi in lontananza seguono boati fragorosi e lampi incandescenti. Tutto si frantuma, i metalli fondono, i corpi bruciano. Un odore acre e soffocante riempie ciò che rimane di un inconsistente rifugio.

  Io, che di questo ho drammatica e agghiacciante visione, rimango attonito; quanti uomini morirono inutilmente? Fra le altre domande mi chiedo: Chissà se la missiva giungerà a destinazione, se gli ultimi pensieri di chi ha amato veramente, leniranno il dolore di lei, che in ansia attende?”                                                                                                                                                                          A mio nonno

 

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Elaborazione Immagine e testo Maurizio Maniscalco

 

IL MAESTRO DI MUSICA

   Il professor Emilio Bardi si presentò davanti al n° 90 di viale Bonaparte alle 16:00 meno trenta secondi, come ogni venerdì.

   Ruotò leggermente il polso per controllare l’orologio, attese che la lancetta terminasse il giro e alle 16:00 in punto suonò il campanello.

   Premette il pulsante del citofono d’ottone lucidato a specchio, passò qualche secondo, una voce, in stentato italiano rispose squillante:

   “E’ lei signor Bardi?”

   “Sì Esmeralda sono io.”

   Si udì un ronzio e subito dopo uno scatto secco fece aprire il pesante portone di legno.

Il palazzo risaliva agli anni ’30, lo si poteva arguire dall’architettura dell’epoca, solida, imponente e signorile. Entrò in un atrio spazioso, perfettamente lucidato, sullo sfondo, in controluce, si ergeva un massiccio ascensore in vetro e ferro battuto, originale, bellissimo, manutenuto con cura, ma che avrebbe fatto bella mostra in un museo.

  Il professore lo guardò con sospetto e rinunciò a salirvi come faceva ormai da un anno: una volta, vi rimase chiuso per mezz’ora prima che il custode venisse a liberarlo, lo spavento fu tale che si ripromise di non utilizzarlo più.  

  A causa di un dolore alla gamba, che lo assillava da giorni, sarebbe stato tentato di aprire il cancello cesellato, ma reputava quella vetusta gabbia, inaffidabile: lo attendevano quattro

piani a piedi, non sarebbe stato agevole.

   “Caro Emilio, pensò tra sé, non te ne vuoi convincere ma gli anni passano anche per te.”

   Il professore aveva appena compiuto i cinquantanove anni: li portava bene, se non fosse

stato per quei capelli radi e qualche ruga d’espressione, avrebbe dimostrato dieci anni di meno. Portava occhiali cerchiati d’oro, la sottile montatura metteva in risalto i suoi occhi chiari, ma gl’infondevano un’aria severa, questo contrastava con la sua vera natura, era inderogabilmente preciso nel suo lavoro, questo sì, ma umano e comprensivo.

   Giunse ansimante al piano, prese fiato e premette il campanello.

   La porta di legno scuro si aprì completamente, Esmeralda, rigorosamente in divisa bianco- azzurra si fece da parte per farlo passare. Il professore chinò il capo in segno di saluto.

   “Esmeralda”

   “Buon giorno professore, mi dia il cappotto.”

   L’appartamento era vastissimo, la padrona di casa lo attendeva al termine di un lungo e lucidissimo corridoio, gli porse il dorso della mano e Bardi abbozzò un garbato baciamano.

   Il professore reputava questo rito aristocratico un po’ démodé ma Donna Lucia ci teneva in modo particolare.

   La signora Caracciolo era una donna di mezza età di stirpe nobile dai lineamenti fini ed eleganti, vestiva sempre con gusto ricercato senza lasciare nulla al caso, eretta, truccata e pettinata alla perfezione, capelli grigi, occhi chiari, giro collo e orecchini di perle facevano di lei l’immagine della raffinatezza e del buon gusto.

   “Donna Lucia è sempre un piacere.”

   La padrona di casa, con un lieve gesto del braccio e un abbozzato sorriso, invitò il professore a entrare in soggiorno:

   “Andrea la sta aspettando impaziente ”disse.

  Bardi era affascinato da quel salotto immenso, il parquet rigorosamente originale, rifletteva la luce proveniente dalle ampie finestre, non presentava screpolature né rigature di sorta.   Sulla destra, protetto dalla luce da un ampio tendaggio, troneggiava uno splendido pianoforte a coda di antica fattura, raro strumento primo novecento, ricordava a chi l’osservava l’esemplare educazione della famiglia.

   Veniva spolverato e curato ogni giorno come fosse un pezzo da museo.

   Bardi, tempo prima, chiese e ottenne da Donna Lucia il permesso di suonarlo, ne estrasse suoni pieni e incisivi carichi di armoniche esaltanti, l’esteso salone fu inondato di vitalità e di vaporosa leggerezza, persino i muri parvero sciogliere la crosta dell’immobilismo. Quel pianoforte, erede del fortepiano, produceva un suono così potente che lasciava l’esecutore privo di fiato. Nato per sale da concerto, si ritrovava in un ambiente inadatto alle sue “potenzialità”, ma il professore, dall’alto della sua esperienza, facendo scorrere le dita con capacità sapiente, aveva convertito la potenza in melodia inebriante: fu domato il leone!

   Al termine del brano rimase in contemplazione con le mani sulla tastiera e sguardo perso all’infinito, era estasiato, suonare quello strumento era come aver parlato con il figlio lontano. Quanto avrebbe dato per possederne uno uguale.

   Al lato, quasi in penombra, su una splendida ribaltina, perfettamente in mezzo, un centrino di pizzo, ogni giorno vi veniva depositato un vaso di fiori freschi alla memoria del compianto marito.

   Quel palazzo e quell’appartamento erano “sorretti” da un ordine maniacale: tutto era lucido e curato con attenzione “militare”. Sul fondo, davanti ad un gigantesco camino, vi erano disposte a raggiera poltrone tappezzate con fine tessuto floreale. La loro posizione era stata predisposta per facilitare la conversazione tra gli ospiti, a ridosso della parete, in piena luce, un grande divano e cuscini sparsi invitavano la lettura. Tutt’intorno, sulle pareti, vi erano appesi dipinti di vario stile e grandezza.

   Sul lato più illuminato aveva trovato posto la galleria degli avi, mentre sulla parete opposta temi floreali, dalle tinte chiare e sgargianti, illuminavano la zona in penombra. Le spesse cornici ricordavano lo stile barocco appesantendo un locale che avrebbe desiderato più leggerezza.

   Il professore attraversò il soggiorno facendo scricchiolare le liste di legno ad ogni passo, le sue scarpe da passeggio, tirate a lucido, “scrocchiavano” all’unisono con il pavimento, un  imbarazzante suono crepitò per tutto il locale. Raggiunse il gruppo di poltrone, si fermò, Andrea, affondato tra i cuscini del divano, guardava il soffitto con occhio perso.

      Bardi lo guardò con compassione, aveva sedici anni, avrebbe avuto davanti a sé una vita di disagi e sofferenze: “Andrea come stai oggi?”

   Il giovane, immerso in un mondo lontano non rispose, il professore cercò di attirare la sua attenzione con la copertina di uno spartito che aveva appena portato:

   “Andrea guarda cosa ho trovato, è quel brano che mi hai chiesto.”

   Il giovane, non avendo pieno controllo dei suoi gesti, girò il capo reclinandolo di lato, il suo sguardo cadde sulle punte delle scarpe di Bardi:

   “Ma.. ma… llle lluccidi tttuuttti  iii gggiorni?“

   “Sì, ci sono affezionato, mi sono comode e le tengo pulite.”

   Sopraggiunse la madre, con un lieve tocco sul braccio indusse il figlio a guardarla:

   “Sii buono, caro tirati su, un’ora passa in fretta.”

   Bardi la guardò scuotendo leggermente la testa come a dire che  il tempo non aveva importanza. La madre s’inginocchiò, guardò il figlio negli occhi, gli accarezzò la mano:

   “Su non fare così, il signor Emilio è gentile, ma tu devi fare lo stesso, c’è Niccolò che ti aspetta.”

   Andrea chiamava affettuosamente il suo violino come il grande compositore Paganini.  Il giovane si alzò a fatica sorretto dal maestro e da Donna Lucia:

  “Vieni caro dopo avrai il tuo premio.”

   A queste parole lo sguardo di Andrea s’illuminò e sembrò dargli vigore.

   Bardi posò la custodia del violino sul divano e ne estrasse lo strumento con cura, non era certo uno Stradivari, ma il suo “lavoro” di strumento da studio lo eseguiva degnamente.

   Andrea lo prese delicatamente dal manico e lo portò al collo stringendolo con forza.

  “No caro non così, più delicatamente.”

   La madre seguiva il figlio per tutto il tempo delle lezioni e assisteva il professore nell’es-pletamento delle sue funzioni.

   Il giovane autistico era migliorato da quando la famiglia si era trasferita al nord, ma nonostante i progressi sarebbe rimasto così per sempre, per Donna Lucia era motivo di grande sconforto e ragione di vita.

   La lezione proseguì con pazienza per oltre un’ora, insegnare a suonare a un giovane così menomato era un’impresa considerevole, ma Bardi lo faceva con affetto e abnegazione.

   La luce cominciò a calare, il professore guardò il grande orologio che campeggiava sul camino e controllò la corrispondenza dell’ora col suo:

   “Bene! Pensò, sono perfetti!”

   Non c’è da meravigliarsi! Quella che poteva sembrare un’attenzione maniacale derivava dall’abitudine inveterata di chi ha seguito lo scandire di un metronomo per tutta la vita: tutto deve seguire rigorosamente a tempo! Non parliamo poi di un professore d’orchestra!

   Bardi accarezzò Andrea:

   “Per oggi abbiamo finito dobbiamo riporre Niccolò.”

   Così facendo, tolse con delicatezza il violino dalle mani del giovane, che guardando fuori dalla finestra, osservava il blu del crepuscolo e l’accendersi dei lampioni:

   “La .. la mu… musica è am.. am..amore!”

   Il professore, nell’udire quelle parole ingenue e sincere, ma di grande verità, rimase talmente colpito da rimanere con le braccia sospese mentre reggeva violino e l’archetto, la madre poco distante si portò le mani al volto commossa, l’emozione colmò i loro cuori e gli occhi si riempirono di lacrime.

   Sapevano entrambi che non avrebbe mai suonato un brano, ma per loro era una missione. Era stato lo stesso Andrea a chiedere d’imparare a suonare uno strumento così difficile, la madre, nella speranza di recuperarlo da una sconosciuta dimensione, l’aveva assecondato.

   Donna Lucia, asciugandosi il volto, lo prese dolcemente per un braccio:

   “Vieni adesso c’è il tuo premio, venga anche lei maestro.”

   Dopo un anno di conoscenza, i rapporti tra i due, erano rimasti molto formali basati sul reciproco rispetto, ma ingabbiati da un’educazione che non concede deroghe.

   Bardi annuì e si sedettero tutti e tre sul divano, da perfetta padrona di casa, Lucia alzò il campanellino e lo scosse, subito comparve sulla soglia Esmeralda:

   “La signora ha chiamato?”

   “Sì cara, ci puoi portare il tè e i pasticcini?”

   “Subito signora.”

   Anche con la collaboratrice domestica i rapporti erano distaccati, come si conviene nelle famiglie “bene“, ma dopo venti anni di servizio, Donna Lucia la considerava facente parte della famiglia e provava un profondo affetto per quella donna che, lontana dal suo paese d’origine, non aveva più nessuno.

  A volte, nella vita, si creano rapporti tra le persone di leggero distacco, il mutuo rispetto, produce nel tempo un equilibrio costante e armonico.

   Comparve Esmeralda spingendo un grazioso carrellino, sembrava che in quella casa tutto fosse stato acquistato da una giunta di esperti: tutto in ordine, niente fuori posto.     

   I vassoi furono posti con cura sul tavolino fra le poltrone e il camino acceso, il servizio da tè era di squisita porcellana, tramandato da madre in figlia, di generazione in generazione.

   “Guarda Andrea che biscotti fantastici ti ha preparato la mamma, sono molto buoni è una nuova ricetta, sono al burro, proprio come piacciono a te e guarda che forme hanno!”

   Il figlio allungò la mano e li ispezionò uno per uno, Donna Lucia li aveva plasmati facendoli assomigliare a strumenti musicali e chiave di violino.

   Andrea era rapito dall’assoluta novità, ma sopraffatto dalla stanchezza, la madre fece tintinnare nuovamente il campanello e subito Esmeralda comparve d’incanto. 

   “Cara puoi accompagnare Andrea nella sua stanza? E’ molto stanco.”

   “Subito signora, vieni tesoro andiamo a cambiarci.”

   Nonostante i suoi sedici anni, il giovane era avvolto da un affetto che normalmente viene riservato ai bambini, il giorno era scandito dalle attenzioni che le due donne gli riservavano

con amore.

   Bardi approfittò del momento propizio per parlare di un tema delicato che da tempo gli tormentava il cuore, guardò Donna Lucia e stropicciandosi le mani sudate, esordì:

   “Mi perdoni, ma le vorrei parlare di un argomento delicato, molto delicato.”

Non le nascondo che sono in imbarazzo, è un po’ che gliene voglio parlare, ma non ne ho mai avuto il coraggio.”

   Donna Lucia lo interruppe delicatamente, piegò leggermente il capo e a voce bassa: ”E’ forse per il suo onorario?” 

   “No, no, non è per questo“ Si affrettò a rispondere il professore agitando le mani dinanzi a sé. “ Vede“ proseguì sommessamente, “come lei sa, sono vedovo da tanti anni e mio figlio ha trovato lavoro all’estero, ho degli impegni con l’orchestra, ma la mia vita è priva di affetti e difficilmente riesco a conversare con altre persone, sembra che agli altri non interessino i rapporti umani e tanto meno l’amicizia, questo è un mondo superficiale dove conta solo l’apparire e si rifugge l’essere, non le nascondo che a volte non mi ci ritrovo più. Non si pretendono discorsi pesanti e intellettuali, ma non si esprimono più i sentimenti, i dialoghi sono fugaci convenevoli, l’esigenza di coprire i punti sensibili rende i rapporti umani effimeri, si prova quasi vergogna ad apparire per quello che si è in realtà.

   Nel frattempo Donna Lucia osservava il professore con leggera sorpresa e curiosità, quel dialogo, così aperto, era completamente al di fuori dei canoni e dell’etichetta che si erano instaurati e silenziosamente accettati.

   “ Vorrei chiederle”, proseguì il professore, raccogliendo tutto il suo coraggio, “se posso frequentare Andrea al di fuori degli orari di lezione, mi sono affezionato a lui e se posso,

vorrei fare qualcosa di più importante, parlargli, fargli compagnia, anche solo un’ora alla settimana non voglio fare l’invadente, ma questo darebbe di nuovo un senso alla mia vita, so che le sto chiedendo molto, ma per me sarebbe importante, forse potrei esserle anche di aiuto.“

   Bardi, aveva abbandonato il suo rigore a vantaggio del suo desiderio umano. Estrasse il fazzoletto e si asciugò il sudore come se avesse fatto le scale di corsa, aveva superato la sua discrezione entrando in una situazione molto delicata e rischiava d’incrinare il suo rapporto squisitamente lavorativo, inserendo note personali.

   Aveva fatto leva su se stesso e si era imposto di esprimersi così, quel discorso se l’era ripetuto tante volte nella solitudine della sua casa e riteneva la sua situazione ormai insostenibile: aveva bisogno di calore umano e di sentirsi veramente utile per qualcuno.

   La solitudine induce a questo e non guarda in faccia nessuno!

   Donna Lucia aveva ascoltato le parole, osservato le espressioni, vide il maestro come fosse la prima volta, lo reputò persona profondamente umana, provata come tutti, dalla piaga della solitudine, sentimento peraltro, che lei conosceva benissimo e sapeva cosa significava parlare in isolamento con se stessi, a volte a voce alta, come matti relegati in un mondo indifferente. Cercava dentro di lei un interlocutore invisibile pronto ad ascoltarla e consigliarla perché perfettamente in sintonia con i suoi pensieri. L’educazione rigorosa le impediva di condividere con altri il proprio dolore, le terribili incertezze, la sofferenza del dover apparire forti al culmine della fragilità, ma argomenti tristi e delicati sono estromessi dall’interesse altrui. Quante volte avrebbe voluto confidarsi per alleviare la pena di avere un figlio “diverso.”

  Donna Lucia tornò al presente, aveva apprezzato con attenzione ogni parola dell’impacciato maestro, che spogliandosi faticosamente del suo ruolo, ne aveva assunto a fatica, uno completamente diverso, ne dedusse che aveva di fronte una sua copia al maschile: una nobile del sud e un maestro di musica del nord accumunati dallo stesso destino.

   Sospirando con mani giunte, Donna Lucia abbassò il capo in cerca d’ispirazione:

   “Professore, quello che ha detto mi ha colpito nel profondo, ne sono commossa, la reputo persona degna di rispetto e comprendo il suo stato d’animo, per certi versi, questo convincimento si sovrappone al mio, ma le chiedo, prima di risponderle, di lasciarmi tempo per considerare la sua proposta.”

   “Ma per carità comprendo benissimo, ci mancherebbe e mi perdoni se mi sono permesso, non vorrei averla offesa in alcun modo. ”

   “Non c’è nulla da perdonare, anzi, le sono grata, ma non sono avvezza a queste confidenze, mi lasci qualche giorno per pensare, lei capisce, ne devo parlare con Andrea, le farò sapere.”

   “Donna Lucia è più di quanto potessi sperare.”

   I giorni passarono interminabili, non giunse alcuna notizia: “Forse ho azzardato troppo, forse avrei dovuto aspettare, ma mi è venuto di getto, che stupido! A volte non mi so controllare, non vorrei perdere questo lavoro, mi sta così a cuore….”.

   Una mattina, mentre Bardi era intento a radersi di fronte allo specchio, rimuginava nuovamente sul suo comportamento, pensieri foschi gli affollavano la mente, rimbalzavano nel suo cervello come scimmie inquiete, lo tormentavano al punto da renderlo insicuro.

   “Non posso più aspettare! Farò la figura del maleducato, ma devo assolutamente sapere

che futuro mi aspetta.” Uscì dal bagno con mezza faccia rasata e si diresse con decisione verso il telefono, cercò il numero e mentre stava agguantando la cornetta, il telefono squillò, rispose quasi stizzito per essere stato distolto dal suo intento: ”Sì?” rispose seccato.

   Gli rispose una voce calma e aggraziata: “Maestro è lei?”

“Sì, sì, sono io, Donna Lucia che piacere, attendevo la sua chiamata e….?”

   Donna Lucia lo interruppe: “sarebbe libero oggi pomeriggio alle cinque?”

   “Sì, penso di sì, perché? Mi può accennare il motivo…  ”

   “Lei sa che non parlo mai al telefono di cose private e delicate, ci vediamo alle diciassette.”

   “Ci sarò senz’altro, grazie infinite.”

   Alle diciassette precise, Bardi, più inquieto che mai, premette il pulsante del citofono, salì le scale agitato, era preoccupato, tutta quella segretezza: ”Capisco il rigore, la serietà, ma qui ci si mangia il fegato, bastava un cenno e non mi sarei macerato per giorni e….” Si spalancò la porta e senza preamboli mise il cappotto in mano a Esmeralda, percorse il corridoio e ottemperò al rito del baciamano, ma prima che aprisse bocca, Donna Lucia lo precedette con il solito gesto educato e invitante: ”Maestro gradisce un tè?”

   “Molto volentieri, grazie.”

Bardi respirò profondamente, voleva apparire assolutamente calmo anche dentro di sé si agitava un marasma indescrivibile, ma lo sguardo tranquillo e rasserenante di Donna Lucia

lasciavano ben sperare.

   Il maestro era un uomo compassato, ma tutta questa etichetta gli parve eccessiva, sembrava di essere a Buckingham Palace.

   Bardi si sedette davanti al camino con le mani giunte in mezzo alle ginocchia e si fece ipnotizzare dalle fiamme giallo-arancio che scoppiettavano allegramente, i suoi pensieri furono interrotti da Esmeralda che depose sul tavolino un vassoio colmo di pasticcini fatti in casa, gli venne posta dinanzi la tazza finemente lavorata: “Si serva pure maestro” disse con tono velato Donna Lucia.

Gli si sedette davanti versandosi il tè: “Dunque, veniamo a noi, ho soppesato la sua richiesta, è inutile mentire, ci ho pensato molto, ne ho parlato con Andrea e abbiamo deciso che …” si concesse una pausa portandosi la chicchera alle labbra, bevve un goccio; Bardi era al massimo della tensione “dicevo che ci farebbe molto piacere averla qui, Andrea le è molto

affezionato e ha detto immediatamente sì, lo si può capire, sarà anche stanco di dover condividere il suo tempo con due donne, sicuramente ha bisogno di avere intorno

una figura maschile” Donna Lucia alzò lo sguardo fino a incrociare quello di Bardi:

“Le sono molto grata, sono sicura che a tutti noi farà bene respirare un’aria diversa, grazie. Dimenticavo, pensi che Andrea mi ha chiesto se poteva venire addirittura tutti i giorni, glielo accenno perché sicuramente glielo chiederà, ma cosa vuole, non capisce che ognuno di noi ha i suoi impegni. Un’altra cosa, sicuramente dovrà sostenere spese aggiuntive, quindi mi dica pure …”

   Questa volta fu Bardi a interrompere Donna Lucia: “Assolutamente, il mio sarà un grande

piacere, lei non sa quanto, sincerità per sincerità, dedicarmi ad Andrea è quello che desidero di più, se per lei va bene, oltre al giorno della lezione, potrei venire anche al sabato, sa abbiamo le prove d’orchestra, ma in un prossimo futuro…”

   “Va benissimo così” disse Donna Lucia alzandosi e porgendo la mano a Bardi il breve colloquio era finito.

   Esmeralda, dopo aver salutato educatamente, chiuse la porta alle spalle del professore,

Bardi scese le scale a quattro a quattro come faceva da ragazzo, era sollevato e felice, aprì il portone e allargando le braccia respirò l’aria della sera.

Passarono settimane da quel giorno, l’inverno aveva lasciato il posto alla primavera e in quel parco ricco di verde, tutti sapevano che, rigorosamente alle ore 16:00, tutti i giorni, tre figure dall’incedere lento ma sereno, sarebbero apparse in fondo al viale.

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