“Il Cinema” di Giulio Fedeli e Maurizio Fantini

“Il Cinema” di Giulio Fedeli e Maurizio Fantini

Giovedì 21/1,  ore  17: 20,  Iris  can. 22

FANDANGO  (1985)  di  Kevin  Reynolds

Uno dei film che rappresentano al meglio quello che è poi diventato una sorta di sottogenere del cinema USA dopo Hollywood. La tela di fondo narrativa è, naturalmente, quella ‘eterna’ del viaggio, cui però si sovrappongono i temi nuovi della nostalgia, del malinconico passaggio dalla spensieratezza della gioventù alla maturità e ai conseguenti ‘obblighi’. La macchina del cinema si sovrappone – in un gioco continuo di rimandi – al trascorrere della quotidianità del reale, nel senso che la perdita dell’innocenza giovanile si accompagna a una rivisitazione di miti e generi cinematografici. Si veda, per esempio, l’episodio ambientato nel luogo dove venne girato Il gigante, con James Dean mito generazionale anni 50, vissuto da giovani anni 70 in partenza per il Vietnam. Eccolo qui l’incubo di una generazione di americani (di una società…)! Fandango inizia con la contestuale consegna dei diplomi e delle cartoline-precetto per due dei protagonisti. In cinque poi partiranno in auto – ed ecco il “rito di passaggio”… – alla volta del confine messicano, in una zona sperduta del deserto dove anni prima avevano dato vita al gruppo. Peripezie surreali e divertenti, che culminano nella sequenza del paracadutismo, dove il “no go” viene letto al contrario “go on”, e alla fine gli ex-ragazzi dovranno accettare l’ineluttabilità del reciproco allontanamento.

È un film generazionale e struggente. Inevitabile che i due estensori di questa scheda lo segnalassero ai loro omologhi, visto che negli Stati Uniti Maurizio ha vissuto in prima persona la traversata del deserto su un’automobile presa a noleggio, e Giulio, rimasto in panne con l’auto (no, in Italia…), ne vide ‘partir via’ una parte della carrozzeria anteriore per un traino sbagliato da parte degli amici chiamati in soccorso. Nel film l’idea è quella di far trascinare il mezzo da un treno merci di passaggio, ma insomma, siamo lì!

Attenzione: il sorriso – in Fandango – è sempre venato di amarezza. Facile scorgere presentimenti bellici nella scena del cimitero, dove gli effetti pirotecnici provocati dai petardi e la lapide di un caduto preannunciano la ‘guerra vera’ che attende i protagonisti. Come il cinema ci ha insegnato, la colonna sonora in questo tipo di film (L’ultimo spettacolo, American Graffiti, Un mercoledì da leoni…) è fondamentale: dunque se Carole King, Keith Jarrett, Pat Metheny, gli Steppenwolf vi dicono qualcosa, no, vedete di non perdere questo toccante, appassionato, un filo doloroso Fandango.

 

 

 

Il  dittico  epico  di  MICHAEL  CIMINO

Domenica  17/1,  ore  21.00,  Iris  can. 22:  IL  CACCIATORE  (1978)

Lunedì  18/1,  ore  21.10,  RaiMovie  can. 24:  I  CANCELLI  DEL  CIELO  (1980

Dopo potrete essere soddisfatti o no, affascinati o freddi, ma una cosa non potrete con onestà negare a voi stessi: ogni appassionato di cinema non può non fare i conti con l’incredibile figura di Cimino (1939-2016), il Cecil De Mille del cinema moderno, l’Orson Welles della Hollywood anni 70-90. Questa nostra segnalazione è un caldo invito a esplorare in Rete quanto potrete trovare – tantissimo, e spesso illuminante… – su M.C., a cominciare dal mai spiegato cambiamento di aspetto fisico (un po’ come uno dei suoi divi, Mickey Rourke).

Il cacciatore (The Deer Hunter), un autentico “film ad affresco”, trova il giusto equilibrio tra commozione e crudeltà nel rendere conto con forza del trauma vietnamita e delle sue conseguenze negli USA: orrori della guerra, sequenze bucoliche (il matrimonio ortodosso, la caccia al cervo), la chiusa sconvolgente sull’inno di speranza God Bless America. Per molti, per noi, un mito assoluto.

 

 

 

I cancelli del cielo (Heaven’s Gate), indubbiamente un capitolo a parte della storia del cinema, kolossal prima massacrato dalla critica e disertato dal pubblico, poi rivalutato e diventato un “film di culto”, pone in modo acuto un problema filologico (la corrispondenza tra il testo filmico pensato dal regista e ciò che effettivamente è giunto sugli schermi). Vi sottoponiamo i pareri di due critici: il compianto esponente della vecchia generazione, e quello di un fan più giovane ed entusiasta. Aiuteranno per una prima, personale costruzione di un parere.

Tullio Kezich: «Nel 1892, i baroni del bestiame della Contea di Johnson – nel nord del Wyoming – assoldarono un esercito di mercenari per spargere il terrore fra i coloni. La “Johnson County War” è un tipico episodio di capitalismo selvaggio che Cimino rievoca con grossolana brutalità, senza le mezze tinte e le affascinanti ambiguità del suo film sul Vietnam. Ridotto di un’ora rispetto all’originaria versione di tre ore e mezza, detestato dai critici e condannato dal pubblico negli USA,  I cancelli del cielo contiene pagine bellissime, ma non convince né come evocazione storica, né come racconto.»

Mauro Gervasini: «Il flop più celebre della storia del cinema, che secondo la leggenda causò il fallimento della United Artists, e una sorta di esilio per Michael Cimino. Costò 44 mln di $, venne maciullato al montaggio, ma questa è la versione definitiva di 216 minuti restaurata nel 2012. Un’opera immane, con un lavoro impressionante sull’immagine (luce quasi sempre naturale, un’ossessione per Cimino), una troupe standard di 600 persone, 220 ore di girato, un andamento narrativo poderoso con due ellissi temporali (la prima di 20 anni; la seconda di 13), movimenti di macchina di stupefacente respiro, un controllo dello spazio che trova nel ‘totale’, ma anche nel vento, nella polvere o nel fango, la sua epica. Una resa dei conti con il sogno americano che lascerà disilluso l’unico superstite. Un capolavoro assoluto.»    E Voi che ne dite?

 

LA MALEDIZIONE  DELLO  SCORPIONE DI GIADA 

Titolo originale: THE  CURSE  OF  THE  JADE  SCORPION – 2001

regia  di  WOODY  ALLEN

Lunedì 11  gennaio  2021,  ore  16:00 –  Iris  canale 22

New York, 1940: una donna energica e indipendente (Helen Hunt), viene assunta per modernizzare una compagnia assicurativa. Subito si scontra con il miglior investigatore della casa (W.A.), un attempato signore misogino e fanfarone, dai metodi tanto efficaci quanto obsoleti. I due – a una festa tra colleghi – sono ipnotizzati dal mago Voltan per mezzo di uno scorpione di giada: sarà l’inizio di una serie di rocambolesche avventure (le quali termineranno come devono terminare le commedie).

Debitore nella sua idea-chiave a un molto più drammatico film di Don Siegel (Telefon, 1977), La maledizione si presenta come un divertissement brillantemente congegnato, in cui l’autore si riallaccia agli inizi della propria carriera. Nostalgia e amore per il cinema degli anni Quaranta, per le commedie poliziesche, le pellicole con Bob Hope e i fratelli Marx, si impongono con evidenza fin da una prima visione, ma tutta ‘moderna’ è l’atmosfera e la ricercata fotografia a colori. Il motivo dell’ipnosi, che si individua come centrale in La maledizione, dà al film un sapore fantasmatico, nella misura in cui non poche azioni censurabili sono commesse in stato di trance. Come spesso accade con Woody Allen, ci scontriamo col tema della fuga dalla realtà (qui in modo involontario) sotto il potere di un ipnotizzatore imbroglione. Ma la presenza della ‘magia’ (tornerà anche in Scoop, del 2006) non è tale da velare alcune sue ‘fisse’: la battaglia dei sessi, il gusto delle battute sparate a cadenza da mitragliatrice con ‘tornei’ dialettici esilaranti tra lui ed Helen Hunt.

Il film è tutt’altro che avaro di gag, sorprese e situazioni stravaganti. Enrico Magrelli, specialista alleniano riconosciuto, ha scritto: «Allen attore è quasi più in forma di Allen regista e si regala gesti, facce e giri verbali notevoli. I duetti-scontri feroci tra l’investigatore e l’ottimizzatrice, si ispirano – con rispetto e senza presunzione – a quelli straordinari, frizzanti e insuperabili tra Katharine Hepburn e Spencer Tracy. Il cast, come sempre, mette insieme attori che sembrano già appagati di avere il proprio nome nei titoli di testa, senza pensare al peso del ruolo (Charlize Theron è una boccoluta apparizione di secondo piano).

Mentre ovunque impazza il restauro delle vecchie copie, Woody Allen mette a stagionare i suoi film».

 

TERRA LONTANA   

Titolo originale: THE  FAR  COUNTRY – 1954

regia  di  ANTHONY  MANN

Martedì 12  gennaio  2021,  ore  16: 45 – Retequattro

Attenzione, ché il genere western ha una storia abbastanza diversificata. Dalla “horse opera” è passato al “western maggiorenne” (fu l’ottimo Tullio Kezich a coniare la fortunata definizione) della coppia Ford-Wayne, ma un ulteriore – e più importante – passo avanti giunse con un’altra coppia davvero mitica, quella formata da Anthony Mann e James Stewart, che tra il 1950 e il 1955 girarono insieme i cinque film fondativi del “western moderno”: nell’ordine Winchester 73, Là dove scende il fiume, Lo sperone nudo, L’uomo di Laramie e, appunto, questo splendido Terra lontana. Stewart incarna perfettamente gli eroi di Anthony Mann (1906-1967: dunque quasi una generazione dopo Walsh, Ford, Hawks), uomini tutt’altro che riconciliati, i quali sovente hanno alle spalle un passato pesante di segreti, e un presente che tende alla redenzione ma dove la violenza e una sorta di volontaria ‘selvatichezza’ ne sigillano un carattere bisognoso di liberarsi dalla brutalità che distingue, che segna, la dura vita della Frontiera. Di contro è impossibile non soggiacere al fascino immenso dei totali, dei campi lunghi sui paesaggi naturali che scendono direttamente dai pittori della “Hudson River School”: e quando si parla di american wilderness, è ad Anthony Mann che si dovrebbe in primo luogo pensare. La sostanza narrativa di Terra lontana è complessa, e naturalmente si identifica in un doppio itinerario.

Quello interiore di Jeff Webster (J.S.), allevatore che scopre in sé un senso di responsabilità, una solidarietà verso gli altri, la constatazione che non essendo soli in questo mondo, a un certo punto bisogna pur fare i conti col prossimo senza armi in mano. Vogliamo dire che Jeff scopre la necessità della morale? E poi quello geografico: Wyoming, Seattle, Skagway, Dawson. Ciascuna “sede di tappa” è da ricordare perché di una chiarezza cristallina nel far capire allo spettatore come si costruisce drammaturgicamente un film western (un film western “moderno”, appunto…!).

Obbligatorio però citare l’importanza dei secondi ruoli, senza i quali la performance di James Stewart non avrebbe risalto: Walter Brennan (Ben) e Jack Elam (Frank) of course; John McIntire (Gannon); Jay Flippen (Rube); Royal Dano (Luke). Brilla come oro la presenza della franco-americana Corinne Calvet (Renée Vallon). Quanto a Ruth Roman (Ronda Castle), ancora una volta ci dice a voce alta che le attrici hollywoodiane univano alla perfezione capacità di recitare e fascino (tutti i westernofili e  i westernologi possiedono una copia della sua fotografia abbracciata a Gary Cooper ne Il colonnello Hollister).  

 

LE MIE  DUE  MOGLI 

Titolo originale: MY  FAVORITE  WIFE (1940)

regia: GARSON  KANIN

  • Domenica 3 gennaio  2021,  ore  21:10,  Rai  Movie  canale 24

 

Appuntamento obbligato con una delle migliori riuscite nel genere commedia della Hollywood età d’oro, quando ogni titolo che l’officina dei sogni allestiva, era una pepita d’oro (“golden nugget”…) grossa così.

La spedizione scientifica di cui è parte Irene Dunne fa naufragio, e la donna viene data per dispersa. Trascorsi sette anni, il marito Cary Grant ne chiede la scomparsa legale al fine di sposare Gail Patrick. Proprio il giorno del nuovo matrimonio tuttavia, la donna ricompare, e il meccanismo perfetto della commedia si mette in moto: non solo i due ‘vecchi’ coniugi sono ancora innamorati, ma si viene a sapere che lei – durante i sette anni – è certo stata su un’isola deserta, ma in compagnia del bello e aitante Randolph Scott…!

Come è noto, non si dà commedia di successo senza interpretazione ‘giusta’: e qui – capeggiate dallo specialista Cary Grant – anche le partner fanno scintille, a cominciare da Irene Dunne e Gail Patrick (1911-1980), curiosamente poco note nonostante la bravura e la venustà. Perfetto anche Randolph Scott (1903-1987), il quale interpretò più western di John Wayne, ma la cui recitazione ‘calma’, l’alta statura e l’aspetto di uomo integro ne fanno anche qui una ‘spalla’ ideale: il “momento della verità” (ovvero il primo incontro tra Grant e Scott) ha luogo accanto alla piscina di un albergo di lusso dove Scott sta ‘intrattenendo’ due splendide bellezze al bagno. Quanto a Cary Grant, si pensi, per esempio, all’inquadratura in cui è in ascensore e scorge all’improvviso Irene Dunne: occhi spalancati, gambe ferme, l’attore sposta il tronco in sincronia con la porta dell’ascensore che si sta chiudendo. Impagabile!

Ma non è finita qui, figuriamoci. Fra il molto che rimarrebbe ancora da dire, noteremo che il soggetto del film è invece di una serietà (di una ‘lacrimosità’) incredibili: si tratta nientemeno che dei 911 splendidi versi del poemetto Enoch Arden (1864), uno dei capolavori di Alfred Lord Tennyson, il maggior poeta dell’età vittoriana. Enoch Arden diede origine a una pièce teatrale, a un’opera musicale, a due film muti (uno dei quali diretto da D.W. Griffith). Pensate poi a che cosa è diventato qui nelle mani di Leo McCarey e di Garson Kanin!

Lo conoscete già? Bene, è il momento di ripescarlo prima di vedere il film. Non lo conoscete? Bene, è il momento di utilizzare  Amazon!     

Info sull'autore

acubrugherio administrator

Lascia una risposta