Le rubriche di Don Ivano Colombo

Le rubriche di Don Ivano Colombo

A 50 ANNI DALLA MORTE DI GIUSEPPE UNGARETTI
LA POESIA CI SALVA ANCORA

(parte 5)

DANNAZIONE (Mariano 29 giugno 1916)

Chiuso fra cose mortali
(anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?

Più ci si inoltra, nella tragedia di una guerra sanguinosa, nel carnaio del fronte e più ci si rende conto della propria mortalità. In effetti non si può che essere condannati ad essa, perché essa continua a dominare e a restar sospesa come spada di Damocle. A questo punto anche la bellezza di un cielo stellato, che prima avvertiva in modo sensibile come una carezza, come un sostegno, ora si rivela in tutta la sua “dannata” inesorabilità nel finire. Che senso ha continuare a sperare, continuare a desiderare qualcosa, qualcuno? Eppure il poeta dice di desiderare Dio, anche a non sa-pere perché …

Viene a mancare la vita,
vengono a mancare in tanti:
Dio, dove sei?
Anch’io ti bramo!

Non è sullo stesso orizzonte della poesia di riferimento, ma questa vuol sottolineare la mancanza, l’assenza, la privazione. È la vita che manca, e non è solo quella come principio o come bene concettuale. Manca la vita quando mancano le persone e qui ne vengono a mancare tante. Sembra che manchi con loro Dio stesso! Dov’è mai questo Dio, che noi ci ricordiamo di invocare quando siamo fra le tempeste e in mezzo ai guai, travolti nella nostra mortalità? Dio è comunque dove uno vive, dove ciascuno vive anche il suo ultimo atto, l’attimo estremo della sua esistenza. Non resta a noi altro se non desiderarlo. Il poeta si domanda per-ché lo brami. Noi diciamo semplicemente di bramarlo, proprio quando meno lo avvertiamo presente o ne sentiamo la mancanza.

 

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(parte 3)
 
TRAMONTO
Versa il 20 maggio 1916
Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore
Nel pieno della guerra il poeta conosce pause di serenità che gli provengono da una natura incantevole. Anche un tramonto con il cielo rosato richiama una sorta di carezza che lo sfiora e lo risveglia in uno spazio incantato, come può essere un’oasi nel deserto che gli è familiare. In quei momenti di pace, in quelle isole temporanee di serenità, lui si sente ricercatore d’amore.
Sono ammirevoli questi suoni di lettere che si susseguono all’inizio, quasi dilatandosi per lo spazio, avvertito come un volto intenerito, per poi indugiare in una sillabazione che sembra rincorrere colui che invece fugge, ansimante e anelante d’amore.
Ricerco un abbraccio
che mi risvegli alla vita.
Ma il cielo è lontano …
Oggi, rinchiusi fra quattro mura, ci sembra negato persino l’abbraccio della natura. Ogni alito è avvertito come pestilenziale ed ha in sé germi di morte, che non sono più in grado di risvegliare alla vita. In quella carezza del cielo rosato si avvertiva la vicinanza dello spazio infinito. Ora, invece, questo cielo appare sempre più lontano e magari fino all’estremo di non farci più avvertire neppure la mano carezzevole di Dio. La poesia dice che la ricerca non può mancare, anche ad avvertire la lontananza di Dio. Ma Lui è più vicino di quanto immaginiamo!

 

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(parte 2)

ALLEGRIA DI NAUFRAGI
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Con lui vogliamo tentare di stare a galla in questo “naufragio” a cui siamo sottoposti da un nemico invisibile e temibile che ha già messo a dura prova tutta la nostra ostentata sicurezza di poter dominare ogni cosa, senza limiti, senza timori, senza freni, senza inibizioni. E invece ci ritroviamo quanto mai sprovveduti, anche a crederci “lupi di mare”, e quindi ben navigati. Non è così. Ci dobbiamo ricredere. Anche oggi, come già allora il poeta, dobbiamo ritrovare le giuste dimensioni e le vere ragioni del vivere. Lo possiamo fare. Lo dobbiamo fare. Lo facciamo seguendo questo magistero che riaffiora a 50 anni dalla scomparsa del poeta.
E ne parliamo a 100 anni da quella grande tragedia che fu la prima guerra mondiale e la vasta epidemia della “spagnola” che ne accelerò la fine, aggravando ancor di più il tragico computo dei morti.

Poesie a confronto
Avrei l’audacia, quasi la sfrontatezza, di emulare il grande poeta, scrivendo, accanto ai suoi versi, ciò che potremmo oggi dire in presenza di questa pandemia che sta mietendo vittime e sta mettendo a dura prova il nostro vivere, la nostra convivenza, la nostra speranza nel futuro. Ci possono essere d’aiuto le sue parole, scaturite sul fronte della guerra e ancora oggi di valore, e soprattutto vorrei che divenissero stimolo a cercare parole analoghe, sentimenti dello stesso genere, per essere aiutati a riprendere anche noi il viaggio, pur sentendoci superstiti di un naufragio, magari perché ci riteniamo esperti lupi di mare. Ma così non è!
Qui vengono proposte alcune sue poesie, come una specie di diario sofferto, che si accompagna ai giorni più terribili dei combattimenti, quando la guerra si trascinava senza soluzioni e con la prospettiva di un naufragio generale. Collocate nel loro contesto e offrendo di esse un saggio di lettura, per meglio comprenderle, possono costituire lo spunto per elaborare qualcosa di analogo, tentativo qui offerto perché poi il suggerimento favorisca parole dello stesso tenore, in modo tale che ciascuno, in questo ritrovarsi solo sul fronte di una lotta impari, faccia emergere il meglio di sé, quanto lo spirito può suggerire, perché il viaggio continui …

 

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A 100 ANNI DALLA “SPAGNOLA”

LA POESIA CI SALVA ANCORA

Introduzione – (a seguire l’analisi di singole opere)
In questa forzata pausa che ci costringe tutti a casa, ma soprattutto ci vede isolati, non c’è spazio se non per la parola, la nostra e la sua, quella di Dio. E’ la parola semplice e ricca della poesia, quella di sempre e quella che si rinnova in presenza di realtà che impongono all’uomo di non perdersi, di non lasciarsi andare, di non rinunciare ad essere, ad esistere. E l’uomo c’è, soprattutto per la parola, quella che l’ha creato e quella che lui stesso crea, quella che l’ha salvato e quella che lo continua a salvare, perché non abbia a cadere nel nulla. Questa parola, anche a non poterla dire, perché isolati e perché il nostro parlare, aprendo la bocca, potrebbe veicolare il male, può e deve diventare comunicazione di vita, come lo fu anche in altri tempi, in cui la morte ballava vorticosamente mietendo con la sua falce, sia con la violenza, stupida, degli uomini, sia con la violenza, cieca, dei virus. Lì sembrava morta la parola, come se essa avesse il solo spazio della bocca, della gola, dei polmoni pieni d’aria: ma se la morte spegneva ogni alito, allora anche la parola rimaneva spenta. Eppure ci rimane la parola scritta, quella a cui si affida anche Dio per raggiungerci. E la parola scritta risveglia la speranza, fa risorgere la vita, ridona l’alito dello Spirito … purché sia una parola creatrice, come quella di Dio; purché sia una parola salvatrice, come quella del Signore risorto che fa risorgere. E questa parola, proprio perché crea, produce, rivitalizza, procede, come è nell’agire delle persone divine. È la parola della poiesis (= poiesis), cioè del verbo greco poiew (= poieo), con cui si indica il fare che procede dal cuore, lo stesso fare che appartiene a Dio e che Dio partecipa all’uomo. E’ la parola della poesia, quella innata in ciascuno, perché ognuno di noi, anche senza tecniche particolari, può generare da sé la parola con cui è stato generato e con cui può continuare a generare.
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In tempi di morte, o, meglio, di una vita sempre più flebile, perché la morte vorrebbe trionfare, facciamo venir fuori la parola ricreatrice, rivelatrice, rigeneratrice, perché anche così possiamo vincere quel silenzio e quel caos che vorrebbe travolgerci e spegnerci. Si è parlato nel secolo scorso della morte della poesia, perché nessuno più poteva cantare, come diceva l’antico salmista, in presenza di un disastro che aveva annientato la vita di tanti e la speranza di tutti. Si è aggiunta poi la constatazione che insieme con la poesia si era pure spento il poeta, come dava ad intendere nel suo film, “La tigre e la neve”, Roberto Benigni, quando l’amore appare calpestato e, con esso, il senso della giustizia, che è prima di tutto il rispetto e l’onore da tributare ad ogni persona, soprattutto a chi è più debole. E, se pure il poeta si appende “ai salici di quelle terre” insieme con la sua cetra, allora non resta più chi possa elevare la voce, quella del cuore, voce creativa e quindi operativa. Ma la poesia non è mai del tutto spenta, anche quando risultano morti quelli che la creano, perché la poesia alberga nel cuore di chiunque conserva lo spirito vitale, lo spirito creativo e anche in tempi oscuri è capace di far parlare la voce del cuore. Ed è questa poesia, così “naturale”, che dobbiamo far emergere dal cuore, perché questa comunicazione ci è ancora possibile, proprio mentre ci viene richiesta la distanza, la segregazione, l’isolamento. Ci resta la parola. E non è cosa da poco. Soprattutto quando pensiamo che in principio a tutto ci deve essere sempre la parola; anzi, la Parola, quella che facendosi carne assume la fisionomia di ciascuno di noi e ci viene a dire che la Parola, cioè la vita, cioè la persona vivente, va conservata, sempre, anche quando, spegnendosi, non avendo più respiro, verrebbe negato di esserci. Ma la Parola che ha creato l’essere vivente è la stessa Parola che lo fa rivivere, o comunque sentire sempre vivo. E noi così vogliamo sentire anche coloro che in queste ore ci sono stati portati via, davvero strappati anche nella lacerazione già dolorosa della morte, di una morte che non consente più nessun saluto, in quella fisicità che per noi è tanto importante, è davvero di valore.
La parola con la poesia di Ungaretti
Recuperiamo allora la Parola e anche la nostra parola, quella che ci esce spontanea dal cuore e che può essere poesia, non come artificiosità, ma come espressività profonda, che le attuali circostanze possono far affiorare.
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Ci fa da guida un grande poeta, Giuseppe Ungaretti (1888-1970), che aveva a cuore proprio la parola, mentre aveva sull’orizzonte del suo tempo uno sfacelo, un dissolvimento, una consumazione dell’essere umano. Eppure, anche sul fronte di una guerra insensata, proprio davanti alla carneficina che si consumava sotto i suoi occhi, trovava le parole, semplici e pure per reclamare un sussulto di umanesimo nella totale disumanizzazione di una guerra spietata. Proprio quelle sue poesie, dove le parole non sono puro suono, ma un suono puro, fanno risorgere quella fisionomia umana che sembrava morire insieme con tutta la gioventù mandata al macello. Lui su quel fronte, anche a dover combattere con i fucili, diveniva di giorno in giorno la sentinella per il sorgere di un nuovo mondo, grazie alla poesia. Le liriche composte in trincea diventano poi, dopo la fine del conflitto, la raccolta “Allegria di naufragi”, dove nella catastrofe devastante la sua voce e la sua parola infondono speranza a cui aggrapparsi come ad un relitto, ciò che rimane, insomma, perché un naufrago si salvi, per riprendere poi il suo cammino. Così in effetti troviamo scritto in una sua poesia che apre la sezione de “I Naufragi”.

 

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