Le rubriche di Susanna Chicco

Le rubriche di Susanna Chicco

1° maggio…una Festa o una Vacanza?  

C’è un libro di Giovanni Capuano, intitolato ‘111 Errori di traduzione che hanno cambiato il Mondo’ che racconta come diverse credenze attuali sono solo il risultato di cattive interpretazioni di testi antichi, come l’idea delle 70 Hurì vergini che aspettano in cielo l’islamico martire, mentre Huri significa solo ‘uva fresca’; o che Mosè avesse 2 cornini come l’ha scolpito Michelangelo. Tra i possibili errori interpretativi, qualcuno afferma che nei testi originali San Giuseppe non fosse affatto un Falegname ma un ‘Maestro’ che insegnava l’arte di costruire abitazioni agli operai.

Beh, se fosse vero, pensate a quanta iconografia da cambiare sul personaggio…che giustifica comunque l’inserimento della festa di San Giuseppe lavoratore nella data del 1° maggio, la ‘Festa dei Lavoratori’. Oggi come oggi più che una Festa mi sembra, invece, una vacanza, ma non intesa nel senso comune di spasso e divertimento bensì proprio in senso letterale. Vacanza, infatti, deriva dal latino ‘vacuum facere’ cioè fare il vuoto, lo spazio tra periodi ‘pieni’ di lavoro; indica, quindi, una mancanza, come si evince dal termine comune ‘vacante’ cioè che manca.

E da qui il titolo, una considerazione sul fatto che questo 1° Maggio 2021 più che una Festa dei Lavoratori sia un momento di Vacanza = vera e propria Mancanza di lavoro per tante categorie, stroncate dal fermo provocato dalla pandemia di Covid.

Forse allora è meglio festeggiare il 1° Maggio con il suo altro nome: Calendimaggio, una ricorrenza gioiosa che, finchè è stato possibile, ha generato una serie infinita di Sagre e Feste in tutta Italia, con il Palo di Maggio spesso trasformato nel ‘Palo della Cuccagna’ e non solo. Famoso è il Calendimaggio di Assisi, con sfilate in costume d’epoca, ma anche i ‘Cantar Maggio’, le ‘Maggiolate’, il ‘Carlin di Maggio’e feste locali come la ’Galina Grisa’ e ‘Cantè j’euv’.

La Chiesa si è inserita anche qui, infatti in molte Sagre c’è una Messa o una Processione che tentano di mascherare il fatto che questa festa era una potente ricorrenza ‘pagana’, anche se questo spregiativo termine significa solo ‘popolare’ (deriva, infatti, dal latino ‘Pagus’ = Villaggio, per cui ‘pagano’ significa ‘degli abitanti del Villaggio’).

Ma pagana quanto, questa festa? Tantissimo. Già dal nome: Calendimaggio, derivato da ‘Calende’, un nome latino che indicava l’inizio di ogni mese (le Idi, per gli amanti dell’Enigmistica, erano a metà mese), e si capisce che si festeggiavano già presso gli antichi Romani, col nome di Floralia, feste licenziose e divertenti che celebravano il periodo della ricchezza vegetativa e di aumento della produzione agricola. Ma ai romani, si sa, piace festeggiare: solo in Maggio avevano anche le Lemuralia, le Ambarvalia, le Rosalia, le Targhelìe e scusate se ne dimentico altre.

Quello che si vede meno è che questa festa pagana del 1° maggio ha sempre preoccupato la Chiesa per la sua potenza nelle regioni del nord Europa, dove era conosciuta col nome di Beltane e di Valpurgisnacht. Ambedue feste dei fuochi (la parola Beltane deriva dal dio del Fuoco Belenos, conosciuto con altri nomi presso altri popoli come ad esempio Baal- Bel, che significa ‘Luce splendente’). Nella prima (anglosassone) si festeggiano (ancora oggi con colorate manifestazioni) le nozze tra la Regina di Maggio ed il Dio della Vegetazione, con danze simboliche in costume ed il fallico ‘Palo di Maggio’. Dunque feste pagane e ancora una volta legate al momento stagionale. Propria dei popoli germanici è invece la Valpurgisnacht = la Notte di Valpurga, citata anche da Goethe nel ‘Faust’, in cui la fertilità vegetazionale era festeggiata con danze notturne intorno ai fuochi….un Sabba di Streghe in cui la Chiesa ha inserito nell’11° secolo una propria festività, quella, appunto, di santa Valpurga, una Badessa cattolica del 750 circa.

Eh già, una data piena di sorprese, questo 1° maggio, come il mese stesso per altro, ricco di collegamenti con la dea greca Maja della fertilità, poi festa della Mamma, e quindi della Madonna, con storie abruzzesi di Majella, con la Mayflower (fiore di Maggio simbolo di speranza, nome della nave dei Padri Pellegrini in viaggio verso l’America), con il May-Day (la richiesta d’aiuto che ha sostituito l’S-O-S anche per la sua facilità di pronuncia) e tanto altro ancora.

E quindi, auguri per il Primo Maggio, festa di quello che volete. Per me, una festa anticipata del 2 Giugno, festa della Liberazione: finalmente mi sono vaccinata contro il Covid: una liberazione!!!!

 

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San Giorgio a Paneropoli           

Oggi,  23 Aprile, per la Chiesa ambrosiana, è la festa di san Giorgio. E ci sta, parliamone, è imminente. Ma Paneropoli? È forse una storpiatura della Paperopoli dei Topolini disneyani della nostra giovinezza? No, non c’entra, anzi, sarebbe meglio dire, la gh’entra no.

Questa storia inizia con Ugo Foscolo, la cui opera, l’Ajace, viene rappresentata a Milano nel 1811. Opera aulica, durante la quale l’eroe si rivolge agli abitanti di Salamina con un possente ‘Oh salamini….   I Milanesi non resistono: le risate arrivano all’orecchio dell’autore, che si sente offeso, e per vendicarsi da quel momento chiamò la città di Milano PANEROPOLI.

Già, ma che vuol dire? E perché dovrebbe essere dispregiativo? Paneropoli significa Città della Panéra = la Panna, quindi i Milanesi sono dileggiati perché mangiano la Panna. A me piace la panna, da piccola mi chiamavano spesso Susanna tutta Panna; i bambini non sono maliziosi, era ok per me.

Ma la Storia insegna. In quel periodo, era tradizione a Milano comperare latte e panna dagli ambulanti che portavano casa per casa il latte delle Bergamine (le mucche bergamasche stallate a Milano e dintorni). E la ricorrenza di San Giorgio era festeggiata con la PANERADA, una colazione a base di panna, la Panéra in milanese, accompagnata dal Pan Mejno, un pane povero fatto con farina di Miglio (il Mej) aromatizzato con i fiori di Sambuco. Oggi il Pan Mejno è diventato un dolce zuccherato, in cui la farina di miglio è scomparsa, sostituita dalla semola di Mais, mentre rimane l’ingrediente del Sambuco (ma purtroppo temo che ormai invece dei fiori inseriscano l’industriale ‘aroma naturale di sambuco’).

Rimane da capire perché la Panerada sia una tradizione del giorno di San Giorgio. Le possibili motivazioni sono tre. La prima riguarda la fioritura del Sambuco, necessaria per il Pan Mejno, che avviene a fine Aprile inizio Maggio. La seconda motivazione riguarda la Panéra: il giorno di San Giorgio era la data del rinnovo dei contratti delle forniture di latte e panna per Milano con i produttori ed i conduttori delle stalle. La terza motivazione ricorda un momento storico: come san Giorgio sconfisse il Drago, così Luchino Visconti (non casualmente con uno stemma a base di Drago-Biscione), nel 1339 catturò il brigante Vione, un ex soldato di truppe già sconfitte, che con i suoi accoliti depredava i contadini del milanese. Leggenda dice che i Casari di allora ringraziarono offrendo Panéra e Pan Mejno alle truppe viscontee nella zona della cattura, dove ‘morì Vione’ = il quartiere milanese di Morivione.

Bello, bellissimo. Mi piacciono queste storie, sembrano fiabe ma è il nostro passato, da cui si impara sempre qualcosa. Ma continuo a non sentirmi per nulla offesa di aver vissuto per anni a Paneropoli. Il signor Foscolo dimenticava che i Celti fondatori di Milano appartengono alla stessa etnia dei Galati = i ‘bevitori di latte’ che sono arrivati fino al nord della Grecia. E chissà se Foscolo, nella sua Zante natìa, ha mai mangiato la tipica locale Moussakà, a base di besciamella?

 

 

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L’importanza di chiamarsi …       

Immagino che molte persone abbiano avuto occasione di leggere o vedere l’opera di Oscar Wilde ‘L’importanza di chiamarsi Ernesto’, di cui ricordo in particolare un gradevole film omonimo del 2002 ottimamente recitato da Colin Firth e Rupert Everett.

Un titolo curioso. E mi sono sempre chiesta se avere un nome o un altro può fare differenza nella vita. Non è una domanda isolata, visto che se l’è posta anche Shakespeare che fa dire alla sua Giulietta: ‘Che cos’è un nome? La rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo in un altro modo’. E gli antichi romani ci credevano proprio, all’importanza del nome, coniando il modo di dire ‘Nomen Omen’, cioè ‘un nome un destino’. E ho verificato che, effettivamente, il nome può avere una rilevanza fatale, proprio nel significato etimologico del termine: il nome può determinare il Fatum (il destino).

E infatti, facendo una ricerca su un racconto che mi interessava, ‘Der Goldne Topf’ = Il vaso d’oro, mi sono imbattuta nel nome, anzi, nel cognome HOFFMANN. Leggendo la biografia dell’autore di quel racconto ho scoperto una personalità vivace ed esuberante, con capacità di un incredibile eclettismo. Ernst Theodor Amadeus HOFFMANN (1776-1822) è stato un tedesco storicamente importante che nei suoi soli 46 anni di vita è riuscito a fare un sacco di cose.  È stato scrittore, pittore, compositore, oltre che giurista e disegnatore e critico. Considerato da molti un esponente di spicco del Romanticismo tedesco, con le sue numerose, creative e fantasiose opere ha ispirato altre conosciute figure storiche come Allan Poe, Fëdor Dostoevskij, Puskin, Pirandello. Il suo racconto ‘Schiaccianoci e il re dei topi’ ha ispirato l’analoga Fiaba di Andersen e il famosissimo balletto di Ciajkovskij. I personaggi delle sue composizioni musicali hanno ispirato musicisti come Schumann; il suo melodramma ‘Undine’ ha stimolato la nascita della fiaba di Andersen ‘La Sirenetta’ e analoghe pellicole: di Disney nel 1989 e i due ‘Undine’ di Benjamin Lacombe (2013) e di Petzold (2020). Il suo racconto ‘Il Mago Sabbiolino’ ha ispirato il compositore Jacques Offenbach (I racconti di Hoffmann), il film ‘Metropolis’, il balletto di ‘Coppélia’ e persino il gruppo heavy metal dei Metallica (Enter Sandman).

E tutto questo condito con una vita amorosamente intensa e scapestrata e comportamenti spinosi per l’elite dell’epoca: le sue caricature satiriche gli hanno creato diversi problemi. Insomma, questo HOFFMANN è sicuramente stato una persona con una vita significativa per sé e gli altri.

Ma poi ho trovato altri suoi più o meno contemporanei quasi altrettanto tosti …e tutti di cognome HOFFMANN. Tra loro, il tedesco Heinrich Hoffmann (1809 –1894) fu medico e direttore dell’ospedale psichiatrico di Francoforte, mentore di Alois Alzheimer. Ma la sua fama è derivata dalla sua produzione letteraria di racconti per l’infanzia, famosi come quelli di Grimm, tra cui quel ‘Pierino Porcospino’ pubblicato più di 562 volte e tradotto in tutte le lingue.

Tra i musicisti ho trovato un compositore tedesco di nome Heinrich Karl Johann HOFMANN (1842 – 1902) autore di una famosa versione di una saga islandese, la ‘Frithjof’ Symphony in F maggiore, Op. 22, una delle più rappresentate nei teatri europei alla fine del XIX secolo. E tra i Pittori c’è il tedesco Johann Michael Ferdinand Heinrich HOFMANN (1824 –1911) conosciuto per i suoi numerosi dipinti raffiguranti la vita di Gesù Cristo, zio di un altro intenso pittore tedesco, Ludwig von HOFMANN.

E che dire di Josef Casimir HOFMANN (1876- 1957)? È stato un musicista, compositore, insegnante di musica e inventore polacco americano. La sua bravura di pianista (a sette anni suonò a Varsavia il ‘Concerto per pianoforte in do minore di Beethoven’) impressionò moltissimo Rubinstein e Rachmaninoff, ma anche Schonberg e Sandòr.  Eclettico e produttivo, oltre alla sua impronta in ambito musicale ha lasciato oltre 70 brevetti. Tra le sue invenzioni, ammortizzatori pneumatici per auto e aeroplani, un tergicristallo, una casa che girava con il sole, un dispositivo per migliorare i ‘rotoli per pianoforte’ (registrazioni di partiture pianistiche su lamine perforate) e altro ancora.

Significativa per la sua epoca fu poi anche la figura di Josef Franz Maria HOFFMANN (1870 –1956), uno dei maggiori architetti del Secessionismo austriaco e precursore dell’Art Decò, il cui capolavoro fu il Palazzo Stoclet di Bruxelles, un edificio in Art Noveau decorato con ‘l’Albero della vita’, una colorata e importante opera di Gustav Klimt.

E che dire poi del Felix HOFFMANN che nel 1946 ha inventato l’Aspirina, un farmaco di importanza mondiale?

Che dire …. sarà una coincidenza che tutti questi personaggi interessanti e dalla vita significativa si chiamino HOFFMANN, che, tradotto dal tedesco, significa ‘Uomo della Speranza’ ? Probabilmente la risposta è sì, anche se gli esempi lasciano veramente il dubbio che da donne e uomini con nomi significativi possano derivarne azioni corrispondentemente significative. E sull’onda di questo pensiero, in questo momento calamitoso, colmo di problemi sanitari ed economici, fantastico di azioni da gigante e soluzioni grandiose risolutive …. in fin dei conti, a capo del nostro Governo ora c’è un Drago.

 

 

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Leggere è una malattia      

Non comprate libri, non regalateli, e soprattutto non leggeteli. Sono causa di grave malattia. Voi credete che un romanzo avvincente o un saggio pastoso siano innocui e piacevoli. Invece no. Sono veicoli falsamente innocenti di una grave sindrome che vi può provocare guai.

Ci infettiamo da piccoli, ed il Virus letterario entra nel nostro corpo con ‘Carneade chi era costui’ di scolastica manzoniana memoria, o forse anche prima, leggendo Alice e correndo con la mente dietro al Cappellaio matto. Ormai è fatta. Infettati. Molti, la maggioranza, sono momentaneamente positivi e senza sintomi, salvi. Altri manifestano deboli sintomi: si iscrivono ad una biblioteca…ma poi tutto finisce lì. Ma per altri ormai è la fine. Forse dipende anche dalla predisposizione genetica, o dal gruppo sanguigno…chissà.

Ma la Malattia è ormai conclamata. E si comincia a leggere, importando nella scatola cranica, che, si sa, è piccola, scenari grandiosi, storie mirabolanti con sviluppi impensati, centinaia di parole frasi concetti e strutture sintattiche che sbloccano passaggi segreti nel cervello.

Eccoci lì, con amici, mentre uno di loro pronuncia la frase ipnotica ‘ma sì, aspetta, come si dice…ho la parola sulla punta della lingua’. Ed è fatta. La malattia, come la Malaria, con febbre terzana o quartana che sia, si manifesta a tratti….…e l’occhio si fissa nel nulla, la bocca rimane semiaperta…

Ed  entri, attraverso la porta del ‘Giardino Segreto’ della Burnett, nel paese di Narnia di Lewis, anzi meglio, di Flatlandia di Abbott, correndo dietro al Vocabolo che scappa. E tu lo rincorri, mentre comincia il sottofondo musicale del ‘Bolero’ di Ravel, lungo l’argine del Fiume della Retorica dove sulle panchine attempati Aforismi corteggiano affascinanti Metafore. E mentre corri piccole preposizioni articolate sfrecciano tra le tue gambe creando disordine e facendo inciampare rigidi Paradigmi che discutono inutilmente con cristallini Assiomi. Passi davanti a vetrine di Allegorie, Ossimori ed Iperboli….mentre il Bolero si fa sempre più assordante. Finchè arrivi al Palazzo degli Etimi, passi nella sala dei Malapropismi dove commessi ‘obesi’ di lavoro cercano gli occhiali ‘da preside’ di Totò, e sbuchi nella sala delle Apofenie dove giganteggia un Mosè con le corna di Michelangelo, e infine in quella delle Pareidolie dove giochi di luce mostrano oggetti inesistenti. Eccolo là il Vocabolo, l’hai quasi preso…quando lui scompare come lo Stregatto, in un fragoroso finale del Bolero mescolato con quello di ‘Una notte sul Monte Calvo’ di Musorgskij.

Sei lì, ti chiamano, bocca semiaperta, sguardo da ebete, dopo un attacco che un Hippy descriverebbe come un eccesso di LSD: ti sei perso il resto del Gossip degli amici, non hai vuotato la spazzatura, non hai gustato l’ennesima parola di verità del politico di turno al TG. Figura da fesso.

Ripeto, leggere fa male, meglio accontentarsi di una sindrome da Covid: non è difficile, basta non vaccinarsi.

 

 

 

Il ‘Farmaco’, un termine ricco di storie 

In questi tempi in cui la parola ‘Vaccino’ continua a rimbalzare, riflettevo sul fatto che questo vaccino antiCovid possa essere ritenuto un Farmaco. Ovviamente si, dal punto di vista del significato, visto che un farmaco è qualcosa che elimina uno stato di sofferenza/malattia o che stimola il sistema immunitario a difendersi. Anche se, più propriamente, il Vaccino previene soltanto la malattia, mentre il Farmaco la cura.

E mi sono ricordata la ricchezza di notizie che il termine Farmaco contiene, scoperta mentre preparavo alcune lezioni per il mio corso sui Miti degli Alberi: una storia molto intrigante.

Pare che nella antica Atene (e poi anche in altre zone della Grecia) esistessero delle ricorrenze religiose dette Targhelìe, in onore del Dio Apollo, durante le quali veniva eseguito un rito particolare. Due persone, scelte tra i condannati o volontari (sempre condannati, ma garantiti di buon mantenimento e vitto fino alla cerimonia) venivano denudati, adornati con collane di fichi secchi e portati in processione fino al mare, fustigandoli nel tragitto. Successivamente, venivano lapidati ed uccisi, bruciati e le loro ceneri sparse in mare (secondo altri autori del tempo semplicemente imbarcati ed espulsi dalla Grecia). I due malcapitati venivano detti PHARMAKÒI, ed erano lo strumento rituale per allontanare ed eliminare simbolicamente malattie contagiose presenti e future. Erano, quindi, capri espiatori, altro termine interessante che svela lo stesso rito svolto similmente altrove, ma con l’uso di animali invece che uomini.

L’origine della cerimonia è storicamente controversa. Per alcuni autori ricorda la storia del greco Pharmakos che aveva rubato dell’Olio sacro ad Apollo. Fu catturato da Achille e lapidato a morte, ovviamente per evitare le ire del Dio solare che avrebbe potuto inaridire col calore la Terra, causando malattie.

Secondo altri autori è la rievocazione di un evento mitologico: la storia di una pestilenza mandata ad Atene da Zeus per soddisfare il desiderio di vendetta del re cretese Minosse che pretese, per farla cessare, l’espulsione ed invio di giovani Ateniesi per nutrire il figlio Minotauro. Come dire, dei ‘Farmaci’ contro la pestilenza, in forma umana.

Quindi il PHARMAKOS è qualcosa che guarisce, che elimina malattie, in particolare le pestilenze. Quindi il Vaccino antiCovid si merita a tutto tondo l’appellativo di farmaco. Rimane il pensiero di quale ‘Farmaco’ potremmo aver bisogno per eliminare tutti i guai sociali ed economici che la pestilenza sta causando. Oltreoceano la democrazia americana ha cambiato direzione con l’espulsione di un Pharmakos dal ciuffo biondo. I recenti avvenimenti nostrani raccontano che nelle stanze del Potere qualcuno ha già tentato di identificare un altro Pharmakos da espellere per avere un governo migliore sulla Res Publica italiana.

Come diceva Alessandro Manzoni….’Ai posteri l’ardua sentenza’

 

 

 

Gli Eventi del Venti e Venti   

Ho letto un libro, tempo fa, intitolato ‘Requiem per il Celacanto’, di Christine Adamo. Si tratta di un romanzo imperniato intorno ad una creatura, il Celacanto o Latimeria, un pesce oggi quasi estinto, anche a causa della ricerca che ne è stata fatta per vendere ad alto prezzo gli esigui esemplari trovati a studiosi di Evoluzionismo. Di questo pesce, infatti, erano stati trovati solo resti fossilizzati, e lo si riteneva l’elemento evolutivo intermedio tra Pesci ed Anfibi. Gli studi sui pochissimi e preziosi esemplari pescati vivi dal 1938 in poi hanno svelato che questi animali sono Pesci ‘diversi’, gloriosi fossili viventi risalenti a 400 milioni di anni fa. Una scoperta scientifica che ne ha quasi provocato la fine, da cui il ‘Requiem’.

Ma il 2020, l’anno che se ne va, non merita affatto un Requiem, ma l’oblio eterno. Di questo anno non riesco a trovare elementi positivi, un’annata che il termine duemila non se lo merita proprio: al massimo lo possiamo chiamare l’anno 20 e 20. Un anno che i profeti della ’Fine del Mondo’ avrebbero potuto scegliere: bastava osservare la posizione delle lancette dell’orologio sulle 20 e 20, che dividono lo spazio in tre ‘magici’ spicchi identici. Anche la Dottrina Pitagorica dei numeri, che valutava i numeri pari come ‘imperfetti’ , avrebbe potuto sicuramente segnalarcelo.

E invece ce lo siamo goduto tutto, con tutta la sua portata sanitaria, economica, sociale e personale. Sono sicura che tutti noi abbiamo attribuito allo sfortunato 20 e 20 anche tutte le piccole e medie sventure che di solito sono fisiologiche: una scottatura, una multa, un oggetto perso, etc. E con il terremoto lombardo di metà dicembre il 20 e 20 ci lascia col botto ad aspettare un 2021 che si prospetta ancora difficile.

Che fare? Proporrei di evitare Catastrofismo, Negazionismo, Complottismo: ricordiamo di questo anno quel che è stato bello, una nascita, una guarigione, la bella cometa Neowise e la congiunzione Giove Saturno. E prepariamoci ad accogliere con gratitudine il grande regalo di quest’anno, frutto di scienziati, finanziatori e studiosi capaci.

Farci somministrare il vaccino anti-Covid sarà per tutti non solo una tutela personale, ma un segnale che abbiamo capito che la contiguità con persone, parenti ed amici, che ci è tanto mancata, è mantenibile solo con una corretta scelta sociale nei confronti degli altri;  soprattutto di coloro che, affetti da patologie o da estrema giovinezza, non possono farlo.

 

 

 

Non è vero ma ci credo  

Possiedo ben due libri con questo titolo: ‘Non è vero ma ci credo’. Uno è di John Brockman, del 2005, ed è una raccolta di interviste a personaggi americani di varia professionalità sul tema. Il secondo, più semplicistico, è un libro del 1991 di Hy Ruchlis e racconta una serie di situazioni in cui l’umanità si è rivelata una massa di ‘creduloni’ acritici.

In ambedue i casi la tematica è interessante. Non nuova in verità. Già Lewis Carrol, nel suo libro del 1871 ‘Attraverso lo Specchio’ aveva fatto pronunciare alla Regina Bianca la frase ‘Io posso credere fino a 6 cose impossibili prima di colazione’. Una frase piaciuta anche ad Agata Christie, che l’ha introdotta più o meno uguale nel suo giallo ‘Istantanea di un Delitto’ del 1957.

Ora, aldilà del concetto di credere qualcosa prima di colazione (consiglio il delizioso libro del 2006 di Lewis Wolpert ‘ Sei cose impossibili prima di Colazione’), la questione apre panoramiche interessanti.  Dalla filosofica ‘è meglio credere o sapere la verità?’ alla scientifica ‘meglio sapere che credere’, alla religiosa ‘meglio credere che sapere’ e, last but not least, alla matrimoniale ‘meglio sapere o far finta di credere?’.

Giochi mentali o no, la verità è che sapere, conoscere una verità, è sempre difficile, soprattutto ai giorni nostri dove il massiccio afflusso di informazioni da ogni canale rende veramente faticoso identificare le fonti corrette da quelle false.

Ma ci sono situazioni in cui questo sforzo, diciamo così, intellettuale, dovrebbe essere sicuramente esercitato, specialmente quando ne va della vita, nostra e di altri. Come quando, dopo un coro di negazionisti irresponsabili, ho cominciato a sentire ‘voci’ sui vari Social Media che il Vaccino antiCovid è nocivo, non testato a sufficienza, e che chi l’ha già fatto è già ‘intubato’.

Un minimo di conoscenza scientifica basterebbe per ricordare che molti dei medicinali, dei cibi e dei vaccini che usiamo da più di venti-trenta anni (e con tecniche sicuramente meno raffinate di oggi) è stato ottenuto con lo scopo preciso di migliorare la Vita dell’Uomo, come è poi avvenuto. Malgrado le solite ostilità dei colpevolmente meno informati, a caccia di sensazionalismo e notorietà. Ai tempi del primo vaccino anti-vaiolo giravano vignette satiriche con persone trasformate in vacche (il termine ‘Vaccino’ deriva dalle osservazioni di Jenner sulle vacche che non si ammalavano se avevano contratto forme lievi del Virus).

Tutte queste Fake News che ostacolano la nostra già difficile uscita dal Tunnel virale non solo non dovrebbero essere credute, ma neppure diffuse, una attività che alimenta solo il pensiero che la nostra sia la Specie più stupida apparsa sulla terra……  Sarà vero? Dai, non è vero, però mi viene da crederci……oppure……non ci credo, ma è vero! uindi tutte queste Fake

P.S. Consiglio a tutti l’ottimo articolo sulla storia dei Vaccini a questo indirizzo WEB:     https://ilbolive.unipd.it/it/news/dal-vaiolo-poliomielite-vaccini-storia

 

Un Natale al tempo del Covid                 

La parola Natale mi evoca l’immagine di una di quelle grandi cattedrali gotiche erette nel Medioevo, come quella raccontata ne ‘I Pilastri della Terra’ di Ken Follett. Un edificio creato dall’Uomo per i bisogni dell’Uomo, un luogo di attività sacre con un contorno di attività profane lucrose per l’arrivo dei pellegrinaggi religiosi, un commercio di cose e attività che arricchiva le città sedi di queste grandi costruzioni. Per confronto, altre feste come Tutti i Santi o la Festa della Liberazione o Ferragosto mi evocano per analogia piccoli Santuari regionali con annessa Sagra popolare.

Una curiosa confusione tra un Tempo (il periodo temporale del Natale) un Oggetto (la Chiesa), ma anche una più che vistosa sovrapposizione della connotazione commerciale con quella sacrale: una sensazione che forse anche altre persone possono condividere emotivamente.

Abbiamo sentito raccontare che il lock down primaverile ha tarpato le ali alla produzione e vendita di Uova di Pasqua e Colombe e quant’altro, e l’impressione attuale è che le preoccupazioni mediatiche riguardo al Natale siano perlopiù legate alla sicura flessione dei consumi e dei regali, con conseguente peggioramento della nostra economia.

Mentre invece la nostra perdita è ancora una volta la mancanza dell’esercizio di quella socialità innata nella nostra specie che ci spinge a condividere fisicamente i passaggi grandi e piccoli della nostra vita, da un compleanno ad una conferenza, da un gioco di squadra a un rito religioso. Ed è questa perdita che dobbiamo accettare, almeno momentaneamente, esercitando una intelligenza superiore a quella di un virus che ha capito da tempo che proprio questa nostra esigenza, la socialità, è il suo punto di forza per espandersi e vincere.

Quindi pazienza, inutile arrabbiarsi o ‘forzare le regole’ del buon senso. Biologicamente so che se tutti, ma proprio tutti, potessimo stare immobili per soli 15 giorni, il virus sparirebbe in tutto il mondo di colpo. Spettacolare ed impossibile. Ma se vogliamo essere più furbi del Virus la storia è solo questa: se ci troviamo, ci abbracciamo, e seguiamo i noti passi delle festività, avremo perso contro un piccolo mucchio di nanocentimetri genetici che ci terrà ancora sotto scacco per molto tempo ancora.

 

 

 

Il mio piccolo Elzeviro                 

Tempo fa ho letto un libro, ‘Il pollice del Panda’, dell’evoluzionista Stephen Jay Gould, in cui lui sostiene la Teoria degli Equilibri punteggiati. Detta in modo semplificato, la teoria dice che in Natura la selezione di nuove specie di Viventi è stata causata da eventi ‘puntiformi’, cioè globali, veloci (relativamente ai tempi geologici) ed improvvisi, nei quali sopravviveva chi aveva maturato le capacità necessarie per la nuova situazione.

Ora siamo di fronte ad un evento, la pandemia virale che causa il Covid 19, che non ha sicuramente la portata e la grandezza di uno degli eventi elencati da Gould (per esempio una aridità climatica globale o una carestia totale) ma che per la sua velocità nel cambiare la vita dell’Uomo ha oggi una notevole somiglianza.

E quindi, per uscirne, dovremmo avere sviluppato nel tempo le qualità che ci consentano di superare questo periodo. E non mi riferisco alla creazione di un vaccino che ci protegga, né alle disposizioni governative che proteggano la nostra economia.

Dovremmo avere sviluppato quelle caratteristiche che l’Evoluzione ha sempre premiato, e cioè la Flessibilità, la Resilienza e la Collaborazione, come quelle di un boschetto di Bambù che si piegano comprendendo ed adattandosi alla forza della tempesta per poi tornare a stare in piedi.

L’impressione, invece, è che le nostre caratteristiche non siano quelle giuste. Siamo come grandi superbe Querce isolate che urlano la loro forza e la loro opposizione alla tempesta che, ovviamente, le abbatterà. Parlo dell’aggressività con cui persone e gruppi si accaniscono cercando ‘colpevoli’ di scelte e decisioni, parlo della protervia e stupidità dei negazionisti, della miope competizione politica, ma soprattutto parlo della mancanza dello spirito critico, cioè di quella capacità culturale che ci consente di distinguere, in autonomia, il vero dal falso nella immensa paccottiglia mediatica di informazioni in cui ci hanno sommersi.

Purtroppo questa capacità si sviluppa solo con l’aumento delle nostre conoscenze (che non è l’aumento dei ‘dati’) soprattutto scientifiche che, per formazione scolastica o necessità lavorativa, tantissimi di noi non hanno. Speriamo, quindi, che presto ci siano le condizioni per tutti noi di riprendere il nostro percorso di ‘crescita’ con ACU per ottenerle e sopravvivere a questo e ad altri eventi uscendone migliorati.

 

 

STIAMO ASSIEME AI TEMPI DEL “COVID”

Nel 1985 il Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez scrisse “L’amore ai tempi del Colera”, uno dei suoi molti lavori. Personalmente, preferisco di gran lunga la sua opera maggiore ‘Cent’anni di solitudine’ del 1962, con cui è diventato famoso in tutto il mondo, tuttavia il titolo del romanzo del 1985 evoca istantaneamente la nostra attuale situazione…quindi, “Stiamo assieme ai tempi del Covid”.

Infatti, come dicevano i Latini…”Mala tempora currunt”, cioè siamo in un brutto periodo. E per alleggerirlo un po’ noi dell’ACU abbiamo pensato come stare vicini agli affezionati frequentatori dei nostri Corsi a cui non possiamo ancora offrire la possibilità di trovarci assieme fisicamente.

In questa rubrica, ed in Facebook, pubblicheremo piccoli articoli dei nostri docenti, molti dei quali hanno già pronti i Corsi che avrebbero dovuto iniziare quest’anno. Non è molto, ma l’obiettivo è sempre quello di offrire occasioni di pensare, stimolare curiosità, creare condivisione di conoscenze.

Speriamo così di mantenere i contatti e di intrattenere tutti coloro che ci hanno seguito finora in ACU, e soprattutto di smentire la pessima versione ulteriore del detto latino precedentemente citato: “Mala tempora  currunt  sed  peiora  parentur”, cioè corrono brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori.

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