Rubrica Cinema di Giulio Fedeli e Maurizio Fantini

Rubrica Cinema di Giulio Fedeli e Maurizio Fantini

Data:               Venerdì 14 Maggio 2021
Ore:                  21:10
Canale TV : 28 – TV2000

 

TUCKER – Un  uomo  e  il  suo  sogno(TUCKER – A  man  and  his  dream)  

di  Francis  Ford  Coppola, 1988;  con  Jeff  Bridges,  Joan  Allen

Di solito il nome di Francis Ford Coppola (n. 1939), viene associato alle  grandi  imprese del Padrino e di Apocalypse Now, ma non si può assolutamente dimenticare che è stato anche autore di film meno impegnativi dal punto di vista dell’allestimento kolossal, e tuttavia finissimi nel delineare ritratti e psicologie di personaggi feriti dalla vita. Un solo esempio basti a comprenderli tutti, a ricordare che Coppola è stato capace di passare dall’industria pesante alla meccanica degli orologi: andate in capo al mondo, se fosse necessario, ma recuperate Non torno a casa stasera (The Rain People, 1969), impreziosito dalle interpretazioni semplicemente sublimi di Shirley Knight e James Caan.

Tucker rientra un po’ in questa “filmografia seconda” del nostro, segnata tra l’altro da una componente autobiografica di non lieve spessore. Non è difficile in effetti scoprire perché il regista sia andato a riprendere un personaggio – da noi poco o punto conosciuto, forse anche fra gli stessi esperti e appassionati di storia dell’automobile. Vogliamo dire che Coppola si identifica volentieri nelle vicende di Preston Thomas Tucker (1903-1956), ingegnere meccanico, progettista automobilistico e imprenditore un filo visionario che ebbe la carriera stroncata dalle grandi industrie di Detroit (Ford, Chrysler, General Motors).

Il film, una volta tanto, è stato ben accolto dalla critica italiana, e c’è solo l’imbarazzo della scelta nel trascrivere qualche riga di elogio.

Tullio Kezich. «È l’omaggio a un Milite Ignoto del Sogno Americano: fu l’inventore nell’immediato dopoguerra di un nuovo tipo di automobile da lui stesso definita la macchina più sicura ed economica del mondo. Tucker riuscì a fabbricare solo 50 delle sue auto rivoluzionarie, prima di venir sopraffatto da debiti e processi. Tucker è una specie di revival dello stile Frank Capra, quello dei film con il personaggio combattente contro le insidie della società e le malizie dei potenti. Se Tucker lascia qualcosa dentro, al di là dell’eccitazione che provoca un grande spettacolo di cuori e motori, questo qualcosa ha i colori arrossati dei tramonti americani riverberati in certi interni bui davvero firmabili come quadri d’autore.»

Giovanni Grazzini. «Elogio della costanza con cui gli americani sanno (o sapevano?) carezzare un sogno e battersi – per realizzarlo – contro i politici, gli affaristi, i burocrati. Pronunciato da chi ha sbattuto il muso, come produttore e regista, contro il sistema, quando alla testa delle industrie si sono insediati i professorini del profitto economico. Nella sua arringa, [Tucker-Coppola, ndr.], difende lo spirito d’iniziativa, la virtù americana di sognare, di credere nella forza delle idee, di progettare il futuro. Gremito di echi figurativi e musicali, Tucker sfiora l’ironia affettuosa, ma è schietto nel celebrare una generazione di sognatori per cui la vita era piena di sorprese, e dunque doveva essere affrontata ottimisticamente. Il suo stile è adeguato all’assunto nel tradurre il dato realistico in mitologico, con un narrare arioso e colorito, e ben calibrato è il richiamo al ruolo che può avere la famiglia nella sfida ai potenti. Sicché il film è uno spettacolo gradevole, seminato di spilli contro l’America di oggi e i suoi intrighi, interpretato come meglio non si potrebbe da Jeff Bridges che fa magnificamente il candido, indomabile Preston Thomas Tucker.»

 

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Data:               Sabato 8 Maggio 2021
Ore:                  21:10
Canale TV : 54 – RAI STORIA

S E D O T T A    E    A B B A N D O N A T A  

di  Pietro Germi (1964)  con  Stefania Sandrelli, Saro Urzì, Leopoldo Trieste

Förförd på italienska. È svedese; significa ‘sedotta all’italiana’, ed è il titolo con cui questo film venne distribuito lassù. Esso ci dice almeno due cose. Innanzitutto che anche oltrebaltico Sedotta e abbandonata venne giustamente considerato come una sorta di seguito rispetto alla precedente pellicola di Germi, Divorzio all’italiana, tradotto invece alla lettera Skilsmässa på italienska. E poi che i film vennero percepiti come il riflesso preciso di una mentalità coincidente con la mentalità isolana, anzi ‘nazionale’ (italienska…). Essi contarono molto nel confezionare in “formato esportazione” una serie insieme di verità e di stereotipi intorno a una realtà storico-geografica. Certo, è singolare che nel Paese dei Premi Nobel per la Letteratura, ci si dimenticò (ma anche da noi fu così…) di sottolineare che, esattamente come i divorzi e le seduzioni, sono siciliani anche Giovanni Verga e Luigi Capuana, Lucio Piccolo e Angelo Maria Ripellino, Bartolo Cattafi e Tomasi di Lampedusa, i grandi pittori Francesco Lojacono o Michele Catti (e, pur senza andare troppo indietro nel tempo, la lista è ancora lunga).

Che dire? Noi, con molta convinzione, segnaliamo il film con intenzione duplice. Vale a dire che, innanzitutto, può risultare interessante da un punto di vista sociologico misurare l’Italia (e la Sicilia) di allora e di oggi: che cosa è cambiato? e noi, che vediamo e giudichiamo, siamo cambiati? Il riferimento principale, è ovvio, riguarda la percezione del ruolo della donna nella società: dall’affresco di Sedotta e abbandonata può partire in proposito una discussione senza fine.

Ma infinitamente più ricco, a nostro modo di vedere, è il lato più propriamente linguistico-cinematografico della questione. Sedotta e abbandonata è solo l’ennesima dimostrazione di quanto fu grande il cinema italiano, secondo solo – o forse pari… – al cinema americano (sia detto con tutta la simpatia possibile per gli amici svedesi, per Harriet Andersson e Liv Ullmann, Ingmar Bergman e Max Von Sydow). Bollare l’inciviltà dell’abrogato articolo 587 del C.P. con toni da farsa divertente e grottesca; stemperare un più che malinteso senso dell’onore nell’ironia beffarda; raccontare l’ipocrisia dei costumi con vivace e crudo sarcasmo, ebbene tutto ciò significa che Sedotta e abbandonata può essere accostato agli esempi migliori delle graffianti commedie di Billy Wilder. Giudicate voi: Saro Urzì è solo un buon caratterista oppure il profilo del suo Vincenzo Ascalone non è privo di scavo e finezza psicologica? (la risposta giusta è la seconda). E che dire del barone Rizieri di Leopoldo Trieste? (attore di talento immenso, che non a caso decenni dopo impersonerà Lucio Piccolo nel Manoscritto del principe di Roberto Andò). Quanto a Stefania Sandrelli (Io la conoscevo bene, Il conformista, C’eravamo tanto amati…), fortunatamente si è capito in tempo che coincide con un buon tratto di storia del buon cinema italiano. Qui – diciassettenne tutta in nero che, così giovane, riesce a farci intuire il suo chiuso dolore, pur condizionata com’è dal costume generale vivendoci dentro fin dalla nascita – è comparabile a Bette Davis.

Dei meriti di Pietro Germi, scomparso troppo presto nel 1974 a soli sessant’anni, parleremo un’altra volta. Non fu molto fortunato, povero Germi, ma a nostro personalissimo (dunque contestabile) parere, il suo nome deve stare accanto a quelli di Mario Monicelli, Dino Risi, Luigi Comencini, Ettore Scola: i nomi di chi ha fatto il cinema italiano.

Tutti noi che con felice disponibilità godiamo delle avventure televisive del commissario Salvo Montalbano, abbiamo l’obbligo di vedere Sedotta e abbandonata.        

 

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Data:               Martedì 4 Maggio 2021
Ore:                  21:10
Canale TV :  TV2000

BULLI E PUPE (G U Y S    A N D    D O L L S)

di  Joseph L.  Mankiewicz (1955)
con  Marlon  Brando,  Frank  Sinatra,  Jean  Simmons,   Vivian  Blain

«Capisco che, non avendo mai fatto commedie musicali, tu abbia dei timori. Ma non hai nulla, ripeto nulla, da temere: non ne ho mai fatte neppure io.»

Così diceva il telegramma inviato da Joe Mankiewicz a Marlon Brando, il quale esitava ad accettare la parte in Bulli e pupe. Naturalmente il regista, al di là del testo spiritoso, non aveva nessuna preoccupazione perché padroneggiava ben oltre la perfezione la ‘macchina’ hollywoodiana e tutti i suoi meccanismi. Volete le prove? Eccole: Il castello di Dragonwyck (1946); Il fantasma e la Signora Muir (1947); Lettera a tre mogli (1949); Eva contro Eva (1950); Giulio Cesare (1953, con lo stesso Brando come Marco Antonio, Louis Calhern come Giulio Cesare, James Mason come Bruto); La contessa scalza (1954).

Bulli e pupe è l’occasione per (ri)leggere Damon Runyon (1884-1946), il soggettista, grande giornalista e scrittore famoso per gli estrosi racconti prevalentemente umoristici ambientati nel mondo del professionismo sportivo e popolati di personaggi stravaganti (atleti, attori, ladruncoli, allibratori e ‘bambole’), descritti in una lingua vivace arricchita da espressioni slang.

Qui abbiamo il ‘bullo’ Sinatra che, avendo bisogno di denaro per organizzare partite a dadi clandestine, sfida l’altro ‘bullo’ Marlon Brando a portare sul sentiero della perdizione la compassata Jean Simmons ufficiale dell’Esercito della Salvezza. Brando la porta addirittura a L’Avana, promettendole la possibilità di redimere dodici peccatori. Naturalmente i due si innamorano, e alla fine si sposeranno contemporaneamente a Sinatra e alla fidanzata Vivian Blain.

Scenografie stilizzate, coreografie di alto livello (il balletto nelle… fognature), costumi azzeccatissimi – come sempre – della grande Irene Sharaff.

Ecco un brano dedicato a Bulli e pupe da Andrew Sarris (1928-2012), il critico cinematografico che dalle colonne del “Village Voice” si contrapponeva a Pauline Kael, la quale scriveva invece per il “New Yorker”: «È difficile determinare dove termina la regia di Joseph Mankiewicz e inizia la coreografia di Michael Kidd. Il loro è uno sforzo collettivo di gusto, verve e ritmo. La coreografia è particolarmente brillante nella scena d’apertura a Times Square, la quale determina il tono spensierato e ‘da bassifondi’ di tutto il film. Mankiewicz ha saggiamente utilizzato una scena assai stilizzata per Times Square, ponendo su un fondale dipinto alcuni elementi realistici propri dell’arredo urbano, come case, edicole di giornali, ingressi della metropolitana. Il mondo di Damon Runyon, fatto di teppisti dal cuore tenero e belle bambole da Esercito della Salvezza, sarebbe apparso infatti grottesco in una New York ripresa dal vero.»

Dal canto suo invece, il nostro bravo Alberto Morsiani, intitolando Milkshakes e bottoni il commento dedicato a Bulli e pupe nel volumetto del “Castoro cinema”, scrive: «Nella sequenza entusiasmante del locale cubano, Sarah [Jean Simmons] grazie all’alibi dell’alcool (i milkshakes al rum dentro le noci di cocco), poco alla volta entra nella pelle di un personaggio diverso dal suo. La militante scontrosa dell’Esercito della Salvezza, lascia il posto a una donna sensuale che si abbandona all’amore. Ma quando comincia a slacciargli i bottoni della camicia, lui – turbato – se la riabbottona. Non certo per ragioni morali; è a disagio perché lei non corrisponde più alla sua proiezione. Quella di una salutista rigida e affettata. Questo sottilissimo gioco tra realtà e fantasia, continua anche una volta che i due sono tornati a New York.»

Quante volte ci siamo detti di non considerare mai i film di genere come vuoti prodotti dedicati al solo consumo?  

 

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Data:               Mercoledì 28 Aprile 2021
Ore:                  16:55
Canale TV :  RETEQUATTRO

I L    R I B E L L E    D’  I R L A N D A  (CAPTAIN  LIGHTFOOT)

di  Douglas  Sirk, 1955;  con  Rock  Hudson,  Barbara  Rush,  Jeff  Morrow

Due sono le cose da sapere in primo luogo per lo spettatore italiano che accosti il cinema di Douglas Sirk (1897-1987) consapevole unicamente del suo ruolo di “maestro del melodramma” (maestro sul serio, non per modo di dire, un po’ come quando si definisce “maestro del rococò” il pittore Jean-Honoré Fragonard). La prima. Nato ad Amburgo da parentela danese, Detlef Sierck (questo il suo vero nome), ha una filmografia di quaranta titoli, e i capolavori (ancora in b/n) cominciano in Germania già prima della guerra quando escono, nel 1937, La prigioniera di Sydney e La Habanera, entrambi con Zarah Leander. Poi ovviamente c’è il trasferimento negli U.S.A. e arriveranno i grandi mélo con Rock Hudson, ma non solo quelli: Sirk è pure autore di commedie e film d’avventura in costume: Il ribelle d’Irlanda è appunto da ascrivere a quest’ultimo genere. La seconda. Sirk tornò in Europa dopo Lo specchio della vita (1959) e si stabilì a Lugano. Dunque, noi italiani abbiamo avuto per almeno 25 anni l’autore di Magnifica ossessione, Secondo amore, Come le foglie al vento, a 50 km da Milano. Uno potrebbe pensare: chissà quante interviste, retrospettive, libri con informazioni di primissima mano. Niente. Douglas Sirk era a Lugano, e noi niente. Succede, quando si è prigionieri di un modo distorto di intendere la critica cinematografica (quando si disprezza il cinema di genere). Rock Hudson, Lana Turner, Dorothy Malone: vogliamo scherzare? Dopo, solo dopo che i critici di lingua inglese e francese si erano resi conto che Sirk era un vero, grande maestro del cinema, siamo arrivati anche noi (comunque con moderazione), ma ormai il primo treno era passato. Rainer Werner Fassbinder fu un grande ammiratore di colui il quale sentiva come un suo ‘maggiore’, e ciò ebbe molta parte nell’attirare attenzione intorno al nome di Sirk. In Italia, sia reso merito e omaggio al regista napoletano Salvatore Piscicelli, che fin dall’inizio dichiarò una ispirazione sirkiana.

Il ribelle d’Irlanda, dunque. È un delizioso film di movimento e avventure in costume. Siamo nell’Irlanda del 1815, e lo sfondo è ovviamente la lotta contro gli inglesi. “Captain Lightfoot” (= capitan pie’ veloce) è il ribelle del titolo (Rock Hudson), il quale finisce prigioniero nella fortezza di Ballymore, verrà liberato e unirà il suo destino a quello di Aga Doherty (Barbara Rush). Girare in Irlanda, deve essere stato per Sirk un intermezzo colorato (splendido il Technicolor di Irving Glassberg) e un divertimento autentico. Inseguimenti, appostamenti, assalti alla diligenza, duelli (uno di essi è sostenuto da Hudson mentre fuma il sigaro): Tony Richardson si ricorderà di questa atmosfera scanzonata quando dieci anni dopo girerà Tom Jones. Il recentemente scomparso Bertrand Tavernier afferma: «Il ribelle d’Irlanda unisce una ironia molto sottile a una innegabile bellezza plastica. Queste avventure sorridenti, poco violente, riprendono i toni sarcastici e distesi propri dei romanzi di Stevenson. Sirk contrae le peripezie al fine di cogliere meglio la macchia rossa di una carrozza nei campi, attardandosi sul paesaggio e mettendo in situazioni poco piacevoli il povero Rock Hudson.»

E dopo la visione del film, cercate i paesaggi di William Ashford e di George Barret. Ma soprattutto riascoltate “Il cielo d’Irlanda” di Massimo Bubola cantata da Fiorella Mannoia.

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Data:               Venerdì 23 Aprile 2021
Ore:                  16:25
Canale TV :  RETEQUATTRO

G L I    U C C E L L I   (T H E    B I R D S)

di  Alfred  Hitchcock,  1963;  con  Tippi  Hedren,  Rod  Taylor,  Jessica  Tandy

1a recensione. «Gli uccelli» appare come la maliziosa sovrapposizione di due film assai diversi l’uno dall’altro. Il primo (~ 45 min.), precede l’assalto dei pennuti, ed è una commedia sofisticata nello stile che Hitchcock collaudò in pellicole dimenticate come Il signore e la signora Smith. C’è una bionda ricca, Tippi Hedren, la più recente incarnazione dell’eterno femminino secondo Hitchcock, e c’è un giovanottone gagliardo e attraente. La bionda lo insegue da un negozio di animali di San Francisco fino a Bodega Bay, e tutto lascerebbe prevedere una serie di schermaglie sentimentali. Invece intervengono gli uccelli: dapprima sono segni lievi, apparizioni insignificanti (una coppia di pappagallini che offre il pretesto dell’incontro; un gabbiano che scende a beccare la testa della bionda; un altro gabbiano morto sulla porta di casa della maestra; gli stormi che attraversano il cielo senza apparenti ragioni e vanno a posarsi sui fili della luce. La prima parte del film non crea nessun tipo di tensione; il tono cambia con queste incursioni. Hitchcock si è rifiutato di dare una giustificazione logica ai loro assalti. È evidente che per qualche misteriosa ragione, gli uccelli hanno dichiarato guerra al genere umano, si avventano sulle persone per farne strazio e sono perfino capaci di ucciderle. Gli uomini devono chiudersi nelle automobili, nelle case o nel primo riparo che capita, anche una cabina telefonica. Così si rovescia, con palese soddisfazione dell’autore, un rapporto convenzionale: gli uomini finiscono in gabbia e gli uccelli stanno fuori. Nella concezione del regista, gli uccelli hanno invaso tutto il mondo: l’ultima immagine del film, doveva infatti mostrare i protagonisti sopravvissuti che arrivano a San Francisco e trovano il Golden Gate presidiato dagli alati trionfatori. Girato in mezzo a enormi difficoltà tecniche, Gli uccelli contiene momenti di straordinaria intensità: l’assalto dei gabbiani alla città in pieno giorno, con l’incendio che si sviluppa casualmente; l’assedio di Tippi Hedren nella cabina telefonica; le donne immobili e terrorizzate nel corridoio del ristorante. L’ultima parte è immersa in una luce da diluvio universale. Gli uccelli rimane la testimonianza di un ingegno contorto e curioso.» (Tullio Kezich)

2a recensione. «Un capolavoro oscuro, una favola apocalittica, un preludio alla catastrofe che ci trascina lentamente, ma inesorabilmente, dalla dimensione del quotidiano verso i territori più spaventosi del fantastico. Forse l’opera più astratta e metafisica di Hitchcock, un’astrazione raggiunta innanzitutto a livello stilistico, attraverso l’uso del colore e il formato widescreen che estende i campi lunghi a una dimensione cosmica.» (FilmTV)

Due recensioni, due generazioni di critici, due modi: il secondo, è un esempio bello del tipico stile ‘fiammeggiante’ della critica moderna.

In mezzo l’ennesimo grande film di Alfred Hitchcock, che ha trovato comunque la maniera di costruire (contrariamente alle sue abitudini) un finale aperto, con la vettura che porta via i protagonisti in mezzo a una moltitudine di uccelli che stridono. Notevole la prova di Tippi Hedren e la caratterizzazione di Jessica Tandy.

Dopo la visione de Gli uccelli sentirete il bisogno di “tirare il fiato” per qualche minuto. Ma se avete una coppia di pappagallini inseparabili, non fatevi prendere da cattive intenzioni: loro non hanno colpe!…     

 

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Data:               Martedì 20 Aprile 2021
Ore:                  21:10
Canale TV :  TV2000 – Canale 28

NON  MANGIATE  LE  MARGHERITE
(PLEASE  DON’T  EAT  THE  DAISIES)

di  Charles  Walters,  1960;  con  Doris  Day,  David  Niven

Dopo Anthony Mann, facciamo una “panoramica a schiaffo” e parliamo di una commedia. Perché i titoli appartenenti a questo genere ricevono meno segnalazioni rispetto ad altri? State a sentire i termini con i quali la definiva Giovanni Grazzini: «Genere cinematografico in cui si comprende ogni tipo di film leggero e brillante, che si distingue dal cinema drammatico perché procura sorrisi e racconta storie a lieto fine. È il genere preferito da chi va al cinema per divertirsi ed essere confortato -grazie all’ottimismo che di norma la commedia procura- dal grigiore e dagli assilli della vita quotidiana. È il più difficile a realizzarsi, perché richiede un buon equilibrio tra la vivacità dei dialoghi, l’arguzia delle situazioni, la scioltezza del racconto e la grazia dell’immagine.»

E allora: quante commedie cinematografiche, fra quelle che passano sui nostri schermi, realizzano le condizioni dette? Potremmo aprire una discussione infinita. E lasciateci fare una affermazione più che discutibile: all’infuori del cinema americano e di quello italiano, la ricerca diventerebbe davvero molto difficile. Intanto –incuranti del titolo- provate ad ‘assaggiare’, se volete, le margherite dell’onesto professional Charles Walters (1911-1982). Uno studioso di arte drammatica, abbraccia la carriera di critico teatrale. Già il primo articolo lo mette nei guai: scrive infatti che la pièce vista –ne è autore il suo miglior amico- non vale niente. La vedette dello spettacolo lo schiaffeggia in pubblico. Quanto a sua moglie –che deve badare ai 4 figli- accetta di recitare con una troupe amatoriale, ignorando che l’autore della (pessima) commedia è… suo marito, il quale la scrisse in anni giovanili. Chi la fa, l’aspetti!

Ma ogni cosa naturalmente finirà nel migliore dei modi, con una riconciliazione generale, prima fra tutte quella tra marito e moglie.

Sapete bene che non si può dare commedia cinematografica riuscita, senza degli interpreti all’altezza. Qui abbiamo il meglio: il britannico David Niven (1909-1983), dark-haired [bruno] suave actor with impeccable diction, and figure as pencil-slim as his moustache [la figura sottile come una matita e come i suoi baffetti]; a witty comedy player [spiritoso attore da commedia]. David Niven è stato un ufficiale del cinema (così come Victor McLaglen fu un tipico sottufficiale).

Doris Day (1922-2019) fu invece una chirpy blonde American singer, with white, white teeth and an engaging smile [allegra, ‘cinguettante’, bionda cantante americana dai denti bianchissimi e il sorriso accattivante]. A noi hitchcockiani ricorda la Jo McKenna moglie di James Stewart la quale in L’uomo che sapeva troppo (1956) intona il celebre Que sera sera.  

 

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Data:               Lunedì 19 Aprile 2021
Ore:                  21:10
Canale TV :  Rai Movie – Canale 24

L’UOMO DI  LARAMIE (THE  MAN  FROM  LARAMIE)

di  Anthony  Mann,  1955;  con  James  Stewart,  Arthur  Kennedy,  Alex  Nicol

Cominciamo con una dichiarazione ottimistica che vuole essere un augurio per noi tutti: se per il prossimo anno culturale 2021-2022 potremo ridar vita almeno in parte ai nostri incontri e rivederci di persona, annunciamo già che una parte del corso di cinema sarà dedicata ad Anthony Mann. Ne abbiamo parlato tante volte; pochi giorni fa abbiamo qui segnalato il suo Dove la terra scotta; siete consapevoli che la sua importanza è almeno pari ai più conosciuti John Ford, Alfred Hitchcock o Fritz Lang. L’eroe dei suoi western –incarnato da James Stewart- è un personaggio più complesso e nevrotico di quelli hawksiani o walshiani: una nevrosi generata insieme dal suo destino e dal carattere, così che la linea di forza delle storie consiste essenzialmente nel mostrare gli sforzi che esso deve compiere per attuare quel destino e poi per affrancarsene, ‘liberarsi’ –rinunciandovi- da una vocazione che all’inizio sembra essere quella del vendicatore violento.

L’uomo di Laramie è Will Lockhart, il quale -in territorio Apache- è alla ricerca dei trafficanti d’armi che vendono carabine agli Indiani, consentendo loro di effettuare scorrerie in una delle quali il giovane fratello di Will è caduto vittima. La sua strada incrocerà quella del potente ranchero Alec Waggoman (Donal Crisp, bravissimo) e dei suoi uomini, ma con l’aiuto della negoziante Barbara (Cathy O’Donnell) riuscirà a venire a capo della vicenda.

L’uomo di Laramie è un film shakespeariano, una rilettura western di Re Lear. Dave (Alex Nicol) è il figlio reale che Alec rimpiange di avere. Vic Hansbro (Arthur Kennedy), il soprastante del ranch, un dipendente estraneo alla famiglia, è il figlio più equilibrato in cui, conscio della nullità di Dave, ripone tutte le sue speranze. Will Lockhart, a lui somigliante per carattere, è il figlio ideale che avrebbe voluto avere e non avrà mai.

Mann è regista ‘fisico’, dell’avventura gestuale, perché il sogno di una armonia deve obbligatoriamente fare i conti con una realtà violenta. Certo, il passaggio che vede Dave sparare a bruciapelo nella mano di Will, è molto forte, ma ‘necessitato’: la speranza di una conciliazione non può che essere –nell’universo manniano- una speranza violenta. Forse Lord Jim di Joseph Conrad può aiutarci a capire. A capire lui e l’erede naturale di Anthony Mann: il Robert Aldrich di Nessuna pietà per Ulzana. Perché deve essere chiaro: altro è la violenza in Sam Peckinpah, altro è la violenza in Sergio Leone e nel western all’italiana, altro è la violenza in Anthony Mann. Ne riparleremo, ne riparleremo al corso.

 

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Data:               Venerdì 16 Aprile 2021
Ore:                  14:50
Canale TV :  IRIS – Canale 22

EFFETTO  NOTTE (LA  NUIT  AMÉRICAINE), di  François  Truffaut,  1973

con  Jacqueline  Bisset,  Alexandra  Stewart,  Valentina  Cortese

La nuit américaine del titolo originale è un termine tecnico, una volta tanto ben tradotto, che definisce la modalità (lenti e filtri oscuranti davanti all’obiettivo) di girare di giorno scene ambientate in esterno notte. Il truffautiano Alberto Barbera -l’attuale direttore della Mostra di Venezia- nel volumetto del “Castoro Cinema” ha ripescato (pag.127) la presentazione che del film fece Truffaut medesimo: «Ha per soggetto la lavorazione di un film, dal primo giro di manovella fino all’ultimo giorno delle riprese. L’azione si svolge interamente negli studi della Victorine a Nizza, in un grande scenario all’aperto che riproduce una piazza parigina. Ci sono poi i camerini degli attori, delle sale trucco, proiezione, montaggio. Il film che si sta girando –Vi presento Pamela– comporta due storie: a) quella personale relativa alle avventure della troupe (cinque attori e attrici, regista, produttore e alcuni tecnici), le loro dispute, gli innamoramenti, le riconciliazioni; il tutto mescolato a un lavoro comune limitato nel tempo e nello spazio; b) quella appunto del film di finzione, il “film nel film”, con un giovane (Jean-Pierre Léaud) da poco sposato con una ragazza inglese (Jacqueline Bisset). Egli giunge in Costa Azzurra per presentare la moglie ai propri genitori (Valentina Cortese e Jean-Pierre Aumont): il padre si innamora della nuora e fugge con lei. Il figlio lo ritrova e lo uccide.» Se aggiungiamo che Ferrand, il regista di Vi presento Pamela, è impersonato dalle stesso Truffaut, non vi sarà difficile immaginare quanto questa costruzione in abisso abbia prodotto decine di tesi di laurea, ma soprattutto quanto essa sia ‘riassuntiva’ di una cinefilia, di un amore per il cinema che furono il marchio distintivo di François, certo, e di tutti i registi della Nouvelle Vague (nessuno di essi aveva mai frequentato una scuola di cinema: venivano tutti dalla pratica scritta della critica cinematografica). Lo diciamo? Sì, lo diciamo: Effetto notte è un film di cui ci si deve innamorare: perché afferma finalmente che il cinema è più bello della vita, che è vita vissuta a un gradino superiore. Nella vita i conti spesso possono non tornare, mentre al cinema torna sempre tutto; è un mestiere formidabile, gioioso, avventuroso. La script-girl (Nathalie Baye) è perentoria: «per un film sarei capace di lasciare un ragazzo, ma per un ragazzo non potrei mai lasciare un film». E di questi tempi, fa bene sentire Jean-Pierre Léaud che in Effetto notte rivolge a tutti quelli che incontra la domanda: «Ma le donne sono magiche?» Sì, le donne sono magiche, rispondiamo noi due, incantati dall’ironia di Valentina Cortese che vorrebbe dire i numeri al posto delle battute e sbaglia regolarmente le porte d’uscita; noi due innamorati cotti di Stacey (Alexandra Stewart: felice chi ti vede, tre volte felice chi ti ascolta…). Sollecitiamo pensieri dalle innamorate di Alexandre/Jean-Pierre Aumont, del dottor Nelson/David Markham, di Ferrand/François Truffaut.     

 

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Data:               Giovedì 15 Aprile 2021
Ore:                  21:10
Canale TV :  TV2000 – Canale 28

NODO  ALLA  GOLA ( R O P E ), di  Alfred  Hitchcock,  1948
con  James  Stewart,  Farley  Granger,  John  Dall,  Cedric  Hardwicke

I buoni film che passano sulle reti televisive da “Vedere-Percepire-Gustare” (Max Friedländer dixit) sono numerosi, e noi viviamo un po’ la frustrazione che inevitabilmente accompagna le imprese impossibili. Ma sapete che solo oggi giovedì 15 aprile sono programmati Il vendicatore di Jess il bandito e Rancho Notorius (Fritz Lang), La vendetta di Ercole (Vittorio Cottafavi); Ucciderò Willie Kid (Abraham Polonsky); Allegri gemelli (con Stanlio e Ollio)? Anche limitando la scelta al cinema classico e alla fascia oraria diurna, una piccola riflessione forse va fatta: se e quando ciò accadrà, speriamo che il vostro contributo non venga a mancare.

Avrete notato come Alfred Hitchcock sia sempre presente nei palinsesti televisivi. Come non fare allora cenno a Nodo alla gola, un film a colori di 80 minuti dove – per rispettare le unità di tempo e luogo – egli ha voluto accettare una scommessa con se stesso: girare il film in uno e un solo (come si dice in matematica) piano-sequenza, vale a dire senza stacchi di montaggio, con i movimenti della mdp che li sostituiscono interamente! Naturalmente 80 minuti comporta(va)no l’uso di almeno una decina di bobine di pellicola: capirete che è tempo di cambiarle, fateci caso, quando la mdp si avvicina talmente a un particolare (un oggetto, un abito…) in modo tale da occupare l’intero schermo e così oscurarlo. Pochissimi secondi di nero al fine di provvedere alla sostituzione tecnica, e poi avanti, senza che la continuità dell’azione venga interrotta. Un virtuosismo, da paragonare al suo esatto contrario: la scena della doccia in Psycho, dove per una durata di 45 secondi occorsero 72 diverse posizioni della mdp e un numero di tagli di montaggio che in questo istante non ricordiamo ma sicuramente elevato!

Di cosa parla questo Rope (alla lettera “corda”, la storia spiega la scelta)? Eccellente la ricostruzione di Paolo Mereghetti: «Due giovani omosessuali nutriti di idee superomistiche, uccidono, per il solo piacere del gesto, un amico, nascondendone il cadavere in un baule del loro salotto poco prima che arrivino degli ospiti. Il loro professore (James Stewart), sente puzza di bruciato e li fa crollare.»

Al cinema cercate la suspense? Qui ne troverete in abbondanza. Hitchcock non si è mai smentito. E domani, se volete, c’è La donna che visse due volte (Vertigo), un film magico con un’attrice magica: Kim Novak, classe di ferro 1933, ma che per noi continua ad avere 25 anni, tanti quanti ne aveva quando diede vita a Madeleine/Judy!

E sappiate che la domanda “quante volte si deve vedere un film di Hitchcock?” non è assolutamente ammessa. Hitchcock si vede, si rivede, si rivede…!

 

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Data:               Lunedì 22 Marzo 2021
Ore:                  16:35
Canale TV :  CINE 34 

 

STRAZIAMI  MA  DI  BACI  SAZIAMI  di  Dino  Risi  (1968)

 (con  Nino  Manfredi,  Ugo  Tognazzi,  Pamela  Tiffin)

 

L’ultima ad andarsene, poco più di tre mesi fa (addio Pamela), è stata l’americana Tiffin, che qui è la simpatica Di Giovanni Marisa, sartina marchigiana innamorata del Balestrini Marino, barbiere ciociaro. Quante disavventure prima di arrivare alla marcia nuziale! Basti ricordare che lei fa in tempo anche a sposare il sardo sordomuto Ciceri Umberto… . Siamo in piena commedia leggera, che la sceneggiatura – Age & Scarpelli, lo stesso Risi – promuove a favola italiana. Se forse i nostri giovani critici sfiorano soavemente l’eccessiva bonomia («commedia complessa mascherata da melodramma ricca di paradossi e battute memorabili, dove il grottesco sposa l’indagine sociale: un piccolo classico»), il compianto Tullio Kezich fu di una severità degna di miglior causa («la commedia all’italiana fa acqua da tutte le parti: i contenuti sono sempre più effimeri, lo stile è svaporato. C’è da rimpiangere l’aggressività sociologica, per non dire rivistaiola, di certi successi del passato, dai film del primo Sordi a Il sorpasso; non c’è niente di più goffo di una satira che sfonda porte aperte»).

Vedete? Quante volte ci siamo detti che – comunque la si voglia mettere – la critica è sempre segnata dalla soggettività! Ecco perché bisogna rifarsi di persona – sempre – all’oggetto del giudizio. Qui troviamo in ogni caso – oltre al solito Tognazzi irresistibile nella parte del sarto sordomuto – una bella schiera di caratteristi sublimi, capeggiati dal bravissimo Livio Lorenzon (lo ricordate ne Il vedovo, nella parte del marchese Stucchi?).

A chi ci potrebbe tenere il broncio per lo spazio che dedichiamo a film (apparentemente, amiche/ci, apparentemente…) sgangherati e  ‘disimpegnati’, ricordiamo che potranno rifarsi [questa sera, ore 21:00, Iris canale 22] con Effie Gray, 2014, regia di Richard Laxton, con Dakota Fanning. Cornice e costumi vittoriani per la storia (vera) di Euphemia Gray (1828-1897), andata sposa, dapprima al critico d’arte John Ruskin, sostenitore e amico della Confraternita Preraffaellita, e in seguito al pittore John Everett Millais, esso stesso preraffaellita. Anche qui grandi attori, ma di tutt’altra scuola. Meditare, sì, ma prima vedere… .   

 

 

 

 

Data:               Mercoledì 17 Marzo 2021
Ore:                  21:00
Canale TV :  CINE 34 

 

VIVA L’ITALIA  di  Roberto  Rossellini  (1961)

 (con  Renzo  Ricci,  Paolo  Stoppa,  Giovanna  Ralli,  Franco Interlenghi)

Nonostante il passaggio odierno su altri canali di film pregevoli come La legge del Signore o A History of Violence, non ce la siamo sentita di passare sotto silenzio questo Rossellini particolare, alle prese con i 100 anni dell’Unità del Paese. Non ce la siamo sentita per più motivi. Adesso gli anni sono diventati 160, ma le riflessioni che esso ci può suggerire in questo terribile momento, sono forse ancor più d’attualità. Quando Viva l’Italia giunse sugli schermi, noi [e voi?] eravamo giovani (l’esame di maturità, quando ancora si “portavano tutte le materie”…); eravamo giovanissimi [e voi?], provvisti dell’albo con le figurine risorgimentali che tutti i ragazzini delle elementari raccoglievano con dedizione…).

Forse la parafrasi di una frase di Jean-Pierre Melville ci può aiutare a capire: «Cari ricordi – buoni o meno buoni – siate comunque i benvenuti: voi siete la nostra giovinezza lontana…». E dunque? Dunque (ri)vediamoci questo Renzo Ricci-Giuseppe Garibaldi, dipinto concedendo poco all’oleografia. Vediamo di ripercorrere cronologicamente la Spedizione dei Mille, le pagine storiche (l’entrata a Napoli, la battaglia del Volturno), i retroscena politici anche, miscelati con piccoli fatti di cronaca.

Viva l’Italia è una sorta di film-cerniera tra il primo Rossellini neorealista, e l’ultimo, che troverà nel film televisivo il nuovo mezzo di espressione ideale. Per questo noi tenderemmo ad attenuare i giudizi severi emessi a suo tempo (…film che non riesce a liberarsi dal fondamentale impaccio che deriva dai suoi espliciti intendimenti celebrativi…), individuando in esso un’opera personale e sofferta, rappresentante forse il primo tentativo – giudichi il lettore quanto compiuto – verso un cinema altro. Quand’anche ci fermassimo a un asciutto giudizio emesso in Francia («Un film qui aborde avec honnêteté le thème du Risorgimento»), proviamo a chiederci: ma alla fine, per quanti film possiamo adoperare il medesimo termine honnêteté ?

La spettacolarità di certe scene farà piacere (fotografia a colori di Luciano Trasatti); Paolo Stoppa nei panni di Nino Bixio è un altro ghiotto appuntamento.

 

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