Archivio degli autori acubrugherio

Le rubriche di Elisabetta Sangalli

RAFFAELLO
L’artista che dipinse la bellezza 

(Cliccare sull’immagine)

 

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Commenti d’Arte
“Nè pinger, né scolpir…”

Michelangelo
L’”Oltre” nel non finito della Pietà Rondanini


Per la maggior parte di noi, pensare al tema della “Pietà” significa identificare immediatamente una precisa iconografia, celeberrima: la Pietà di Michelangelo conservata nella Basilica Vaticana. In realtà, nel corso della sua vita l’artista scolpì ben quattro opere dedicate al Cristo morto …

 

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ARTE E SACRA SCRITTURA
INCONTRI CON LA BELLEZZA (3° incontro)

Un’iconografia assai diffusa nell’arte cristiana orientale è la Visita della Madonna alla cugina Elisabetta. La scena della Visitazione è narrata solo nel Vangelo di Luca.

L’evangelista vuole radicare le origini di Gesù e del Battista, vuole caratterizzare l’identità dei due personaggi, che costituiscono i punti d’incontro tra i due Testamenti.

I due racconti si sviluppano paralleli: all’annuncio a Zaccaria corrisponde quello a Maria; alla nascita di Giovanni, all’imposizione del nome, e alla circoncisione 8 giorni dopo, corrispondono la nascita di Gesù, l’imposizione del nome a Gesù e la sua circoncisione.

Luca inizia il Vangelo partendo dall’inizio, sia perché, scrivendo a Teofilo, vuole raccontare “accuratamente dal principio i fatti” (1,3); sia perché così facendo, potrà presentare Giovanni e la sua missione, in rapporto con la figura e la missione di Gesù. Luca vuole sciogliere i difficili rapporti della Chiesa nascente col gruppo dei giovanniti, che vedevano il loro maestro superiore a Gesù, in quanto Gesù era stato suo discepolo (Gv 3,22-27; 4,1-3).

Vangelo di luca, 1,29-56.
“In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni,ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua”.

L‘episodio della Visitazione, momento di incontro tra l’Antico e il Nuovo Testamento, è illustrato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La scena fa da ponte tra le “Storie di Maria” e quelle di Cristo (1303). L’incontro tra Maria ed Elisabetta avviene fuori il portico di un edificio gotico. Elisabetta dà il benvenuto abbassandosi verso Maria per abbracciarla e renderle omaggio.

Due donne accompagnano Maria: quella più a sinistra tiene un telo chiaro che le ricade dalla spalla destra, quale simbolo dei due bimbi che dovranno essere fasciati. La donna sull’uscio, a destra, appoggia invece una mano sul grembo, a indicare lo stato interessante delle due cugine.

Giotto propone un ritmo di narrazione che si esplica nella gestualità lenta e carica di affetti. Le due cugine sanno una cosa: la loro gravidanza, è opera di Dio.

Questo duplice annuncio dell’angelo di maternità (a Maria e a Zaccaria, marito di Elisabetta) è esaltato dai colori pieni di luce, mentre il valore plastico delle figure è dato da una linea capace di sintetizzare le forme in volumi pieni, di quella pienezza che è anche interiore.

Giotto ha finalmente liberato l’arte dallo schematismo bizantino, quella serietà che impediva ai volti e ai corpi di parlare, di relazionarsi, di esprimersi. Rifiuta il fondo oro ereditato dalla tradizione bizantina, che impreziosiva l’opera e donava ieraticità alle figure, ma cristallizzava i personaggi su un piano incomunicabile.

Giotto, invece, sceglie di inserire i personaggi in quella storia che si chiama “quotidianità”. Così la quotidianità umana può diventare storia divina e sacra. Con Giotto, l’umano è restituito al divino, perché il divino si incontra e si incarna nell’umano.

Luca racconta l’incontro tra 2 donne incinte: Elisabetta, al 6° mese, e Maria da pochi giorni. Quando Maria saluta la cugina, Giovanni sussulta nel grembo della madre, che loda Maria, “Beata perché ha creduto”.

 

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La Natività L’Adorazione dei pastori(Luca 2,1-20)

1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. 8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: 14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». 15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”.

Nelle rappresentazioni artistiche a tema sacro uno dei soggetti più rappresentati da sempre è la “Natività”, sia nelle raffigurazioni cattoliche, sia nell’arte orientale.

Come mai è un tema tanto caro agli artisti? Perché illustra l’incarnazione di Dio nel Cristo, il Verbo.

San Giovanni, nel Prologo al suo Vangelo scrive: “In principio era il Verbo, e il verbo era Dio, e il Verbo era presso Dio”.

L’iconografia dell’Adorazione dei pastori inizia a comparire nel ‘400 e sarà comune nel ’600. La tavola in considerazione è opera di George De la Tour, un pittore francese del ‘600.

L’artista era apprezzato nei circoli più colti del tempo; era un pittore della corte reale francese. E’ uno dei primi pittori francesi a seguire il rinnovamento apportato nell’arte da Caravaggio.

L’immagine presenta al centro un neonato che sta dormendo, stretto nelle fasce, disteso immobile su un giaciglio di paglia. Intorno al sono raccolti in silenzio cinque personaggi a semicerchio. Maria, a sinistra, è la figura più luminosa.

La candela che Giuseppe ha in mano illumina il neonato al punto tale che ci pare sia proprio il Bambino Gesù a illuminare i volti, i corpi, i cuori. Ogni figura sembra brillare della luce riflessa del Bambino, luminosissimo. Il realismo di Caravaggio permette a De La Tour grandi effetti evocativi. Illumina i soggetti con piccole fonti di luce che ravvivano tutta la stanza interiore.

Luca racconta l’entrata di Dio nella storia umana; ma il concetto di “storia” allora era diverso dal nostro. Lo storico antico, pur non trascurando questi aspetti, ritiene prioritario il significato dell’evento per l’umanità.

Al versetto 21 Luca però ci dice un dato importante: “Gli fu messo nome Gesù, com’era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. Abbiamo tutti ricevuto un nome alla nostra nascita, un nome pensato da chi ci ha generato, un nome che sarà legato per sempre alla nostra identità.

All’ottavo giorno Gesù riceve il suo Nome, “Jeshua”, “Dio salva” Nel nome c’è il suo scopo nel venire alla vita, nel prendere un corpo. Nome e missione sono inscindibili, appartengono all’esserci della persona, non solo come soggetto fisico, ma come identità.

Quindi i pochi cenni di Luca mostrano come Luca voglia dare rilievo alla presenza di un Dio che interviene nella storia umana, per farne una storia sacra. Il Sacro nel quotidiano. In quest’ottica va esaminata l’opera di De La Tour, che colloca gli episodi del Vangelo in ambienti quotidiani, perché vuole attualizzare il messaggio della Salvezza, l’entrata di Dio nella realtà umana.

Vuole raffigurare un Dio che entra in casa, in casa mia, in casa vostra. Il Dio rivelato da Cristo è un Dio che entra. La Tour è un pittore dell’anima, la sua pittura diventa Parola e rivelazione.

Il semicerchio con cui i 5 personaggi si dispongono, e il 5 è un numero biblico, simboleggia Israele, notiamo che è aperto verso noi. L’artista ci invita a percorrere lo stesso cammino dei pastori, perché con essi anche noi «andiamo e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Luca 2,15).

San Giovanni, nel suo Vangelo, dopo averci detto che “il Verbo era sin dal Principio”, ossia dalla eternità, e che “era Dio, che lui era la vita e la vera luce degli uomini”; ci dice che “i suoi non lo hanno accolto. Ma a quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.

Il “credere” ci rigenera come figli spirituali, nella misura in cui accogliamo il Verbo, la Parola, Cristo-Logos, che ci ricrea nell’uomo interiore.

Un Dio fatto carne: De la Tour dipinge un bimbo vulnerabile come altri, ma segno della presenza divina, Egli è il «Dio con noi».

I Pastori sono persone semplici, ma dignitose, De La Tour li raffigura vestiti a festa, le pettinature sono curate: hanno intuito sul volto del Bambino una presenza divina, e la accolgono.

L’artista ha educato lo sguardo, sa distinguere nella povertà del quotidiano lo splendore della presenza di Dio, e con quest’opera invita l’osservatore a cogliere nella nostra e altrui umanità la presenza divina.

Maria veglia rivolta a suo figlio, ma guarda più avanti, senza aureola, ma consapevole del mistero, prega per il Bambino, lo affida al Padre, arde nel suo abito rosso il fuoco dell’amore.

Giuseppe protegge con le mani la fiamma della candela, come poi proteggerà il bambino. La candela accesa nella mano è simbolo del cero acceso nella Messa della notte di pasqua.

L’agnello pasquale e le spighe sono simbolo dell’eucaristia. L’agnellino è l’essere più vicino al Bambino Gesù, l’agnello di Dio. Ecco il messaggio che De La Tour cela nell’opera: acquisendo la consapevolezza della presenza divina nel fragile e nel quotidiano, il nostro sguardo può cambiare. La fede non cambia la realtà, ma il nostro modo di guardarla. Allora l’oscurità può essere superata.

Questa gloria divina ci appartiene, essa è già in noi, e deve crescere. Se impariamo a contemplare, sotto le umili apparenze del Piccino possiamo cogliere la Bellezza divina che prefigura la nostra trasfigurazione definitiva, a immagine del Figlio.

 

 

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ARTE E SACRA SCRITTURA

 

Nelle rappresentazioni artistiche di matrice cristiana uno dei soggetti che più ha attratto gli artisti nei secoli è stata l’annunciazione alla Beata Vergine, come la splendida ”Annunciata” di Antonello da Messina. L’Annunciazione rappresenta uno dei momenti più gioiosi del Vangelo, ci racconta di un “Sì” che ha cambiato la storia, il si di una giovane generosa. E’ l’incontro tra Dio che chiama, e la creatura che risponde, e nella libertà si mette a disposizione:

 

L’annunciazione – Vangelo di Luca 1,26-38                    Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret,  a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.

L’angelo è inviato a Nazareth, luogo ignorato dall’AT e dalla letteratura successiva. Un luogo della disprezzata Galilea, (“territorio di pagani”), divenuto insediamento di assiri dopo la conquista del Regno del Nord da parte di Salmanassàr V (726-722 a.C.). Una regione imbastardita religiosamente. Il messia non era atteso dalla Galilea; Gesù stesso era chiamato in modo dispregiativo il “Galileo” (Mt 26,69). Gli stessi Cristiani, alle loro origini, venivano chiamati in modo sprezzante “Galilei”. Il testo ci dice che la ragazza si chiamava Maria, nome quasi certamente egiziano, Marye, e significa “prediletta”, “amata”.

Antonello da Messina ha espresso questo gioioso incontro nella Vergine Annunciata (1477, olio su tavola, 37x 35, Palermo, Galleria Regionale di Sicilia). La Madonna viene ritratta mentre sta ricevendo l’annuncio, si direbbe che l’Angelo le sia appena apparso, perché la mano sinistra chiude il manto, a significare riservatezza del corpo e dello Spirito. Maria ha di fronte a sé l’angelo; non lo vediamo, ma c’é. La dipinge su fondo nero, per ottenere profondità: il fondo scuro azzittisce tutto, crea il silenzio attorno a Maria, e risalta la sua figura, posta in un isolamento totale. La conversazione che sta iniziando è tra lei, e l’angelo portatore del messaggio divino. L’artista ci restituisce l’intimità dell’incontro, un momento sacro, come il cuore di Maria, il luogo che accoglie l’annuncio.

L’Artista sa che l’annunciazione è un fatto concreto, reale, ci parla di un amore che si fa carne, perciò conferisce a Maria un modellato intenso, che restituisce alla figura volume e consistenza, anche perché il punto di osservazione risulta abbassato all’altezza del leggio. Ed è proprio nella parte bassa del dipinto, a livello di mani e leggio, che l’artista concentra la nostra attenzione. Le mani e il leggio, esprimono da un lato la capacità conservare la Parola nella mente e nel cuore (la mano sx.); mentre la destra si protende verso di noi, per dirci di fare attenzione, di fidarci e accogliere Dio nella nostra vita. Maria ci dice che più ci fidiamo di Dio e più entriamo nella pace, siamo rassicurati da queste mani e da questo volto; per il suo sì, Dio si è fatto uno di noi. Ciò rassicura il cuore: Dio si è fatto uno di noi.

 

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INCONTRI CON LA BELLEZZA

 

Iconografia di “Annuncio dell’angelo a Zaccaria”

L‘episodio   evangelico   dell’apparizione   dell’angelo   a   Zaccaria   è illustrato in un affresco nel ciclo di S. Maria dei Ghirli a Campione d’Italia, che conserva cicli di affreschi dal ‘300 al ‘600. Documentata già dall’anno 874 quale chiesa dedicata alla Madonna, venne ricostruita tra XIII – XIV secolo.  La narrativa lucana ci parla di personaggi reali, che hanno un ruolo nella narrazione e sono protagonisti di una storia divina che si attua attraverso loro.   neo-testamentari, attinge dalla Tradizione.

Luca  ci  dà una  notizia  interessante:  quando anch’egli  decise  di intraprendere un racconto, nella 2a metà del I° secolo, erano già in atto tentativi da parte dei primi seguaci di Cristo di riportare in modo ordinato racconti, parabole, detti di Gesù, perché il tutto non andasse perduto. I Vangeli sono infatti un assemblaggio di brevi unità narrative raccolte nelle prime comunità (es. il Vangelo di Matteo e di Luca sono i primi tentativi di dare forma ordinata alla narrazione sulla storia di Gesù). I Vangeli non furono i primi scritti su Gesù, ma fecero riferimento a scritti   sparsi   presso   le prime   comunità di credenti, o  elaborati   da predicatori itineranti, che si appuntavano ciò che dovevano annunciare. Probabilmente la predicazione non era soltanto il  kerigma,   cioè l’annuncio degli eventi della passione, morte e risurrezione di Gesù, ma anche racconti di miracoli, di riporto di suoi detti.

La fede, pertanto, non si è fondata su di una qualche ideologia, ma ha avuto origine in un evento saldamente radicato alla storia, da cui si è poi originato l’annuncio, e con l’annuncio la fede. Quanto Luca scrive è una ricerca eseguita con grande accuratezza, andando all’origine dei fatti e accertandosi  della loro veridicità tramite testimoni diretti, quelli che Luca definisce come “autóptai”. Di questi, all’epoca   di   Luca,   con   certezza   ve   ne   era   ancora   uno:   Giovanni,   il discepolo prediletto.

I temi dell’infanzia di Gesù e del suo concepimento non destarono particolare interesse nella chiesa nascente, che preferì il periodo tra il battesimo di Giovanni e l’ascensione di Gesù (At 1,22).

Tuttavia, Matteo e Luca dedicano agli episodi dell’infanzia di Cristo molta   attenzione.    posizione altolocata,   che   finanziava   la   sua   missione,   considerata   la   posizione sociale di Luca, medico e conoscitore di diritto.

 

Vangelo di Luca 1,5-25

Al tempio di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, appartenente alla classe di Abia; la sua sposa, una discendente di Aronne, si chiamava Elisabetta. *Dal punto di vista religioso, erano ambedue  fedeli, perché in modo integerrimo praticavano tutti comandamenti e i

precetti del Signore. *Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile  ed entrambi erano avanti negli anni. *Per Zaccaria venne il turno,  assegnato alla sua classe, di servire nel tempio di Dio. *Secondo l’usanza  del servizio sacerdotale, egli fu scelto a sorte per offrire l’incenso dentro il

santuario del Signore. *Durante l’ora dell’offerta dell’incenso tutta l’assemblea del popolo pregava all’esterno. *Allora gli apparve un angelo  del Signore, in piedi alla destra dell’altare dell’incenso. *A quella vista  Zaccaria fu sconvolto e un religioso timore si impossessò di lui. *Ma l’angelo gli disse: Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata ascoltata; la tua sposa Elisabetta ti darà un figlio e gli metterai nome Giovanni.  *Questo sarà per te motivo di gioia e di letizia e molti si rallegreranno per la sua nascita. *Egli infatti avrà un grande compito da parte del Signore; per questo non berrà né vino, né altre bevande inebrianti e sarà  consacrato dallo Spirito Santo fin dal seno di sua madre. *Suo compito  sarà di convertire al Signore, loro Dio, molti del popolo d’Israele, *preparando la sua venuta con lo spirito e la forza di Elia, in modo da  realizzare una tale conversione che i padri si compiaceranno nei figli e i ribelli torneranno a sentimenti di vera giustizia, e così presentare al

Signore un popolo ben disposto. *Zaccaria disse all’angelo: Quale prova ho per sapere se questo è vero? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni.*L’angelo gli rispose: io sono Gabriele, uno di

quelli che stanno direttamente agli ordini del Signore, e sono stato inviato per comunicarti

questa buona notizia. *Ebbene, poiché tu non hai voluto credere alle mie parole che si compiranno al momento stabilito, ecco che sarai ridotto al silenzio e non potrai più parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno. *Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel santuario. *Ma quando uscì egli non riusciva a parlare; allora compresero che nel santuario aveva avuto una visione. Egli tentava di farsi capire con cenni, ma restava muto. *Quando

terminò il periodo del suo servizio al tempio, ritornò a casa. *Qualche tempo dopo Elisabetta, sua moglie, rimase incinta e non si fece vedere per cinque mesi, mentre andava pensando tra sé: * Ecco come ha agito con me il Signore, ora che si è degnato di porre termine a quella che era la mia vergogna in mezzo alla gente.

I primi personaggi introdotti da Luca sono Zaccaria ed Elisabetta.Entrambi   appartengono   alla   classe  sacerdotale, Zaccaria quale sacerdote ed Elisabetta, sua moglie, in quanto “discendente dalle figlie di Aronne”. Al sacerdozio ebraico non si accedeva per consacrazione, né aveva la sua sacralità. Era solo una funzione di servizio al Tempio, e si ereditava per nascita, per la semplice appartenenza alla tribù di Levi, che Jhwh aveva scelto per il suo servizio, per la fedeltà che questa tribù aveva dimostrato al vero culto di Dio durante l’episodio del “vitello d’oro”(Es 32,25-29).

Al   tempo   in   cui   Luca   scrive   vi   era   un   numero   esorbitante   di sacerdoti: circa 20.000, addetti al servizio del Tempio, suddivisi in 24 classi sacerdotali. Zaccaria faceva parte dell’8° classe, quella di Abia Luca 1:11-13

La gravità della situazione viene rilevata dal tempo all’imperfetto, indicante  un’irreversibile situazione:   “non   avevano   un   figlio”.   Tutto sarebbe finito con la loro morte.

 

Veniamo al dipinto: la scena di Zaccaria con l’angelo nel tempio, rara nell’arte occidentale, in quella orientale è stata spesso raffigurata, sia negli affreschi, che nelle icone.

L’episodio è illustrato in un affresco nel ciclo di S. Maria dei Ghirli a Campione d’Italia. La chiesa conserva un ciclo di affreschi trecenteschi.

Nella scena compaiono l’arcangelo Gabriele e Zaccaria, ambientati in un’edicola   poligonale,  simbolo del tempio di Gerusalemme.  L’artista dipinge strutture filiformi, esili, secondo il gusto gotico. Le esili strutture gotiche ben si prestano a illustrare  un’apparizione angelica.

L ‘arte tardo-gotica è un’arte raffinata, compare nelle corti europee, efa grande impiego di argenti e ori, anche negli affreschi; e l’angelo è vestito di luce.  L’architettura gotica   incornicia   l’incontro,   contestualizzato dall’edificio. L’artista è stato in grado di rendere bene la reazione di Zaccaria alle parole dell’angelo.

​L’evento era di enorme importanza, perché secondo la mentalità giudaica   non   si   potevano   coniugare   tra  loro  santità  e  sterilità;   la mentalità giudaica valutava la sterilità una punizione divina. Per questo, per rassicurare Zaccaria, l’apparizione avviene nella parte antistante il “Sancta Sanctorum”, in quello spazio sacro che favorisce il rapporto uomo-Dio. Zaccaria aveva dubitato delle parole dell’angelo: Come potrò mai conoscere questo? Come posso fidarmi? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni, dubita, non crede che l’onnipotenza divina, che lo ha tratto all’esistenza dal nulla, possa creare di nuovo e fecondare il grembo della moglie ormai senza più capacità di generare. Infatti l’angelo gli dice: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio” hai davanti a te un essere celeste, l’annuncio è divino. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo». Ossia, “Poiché non hai creduto alla Parola di Dio, la Parola ti verrà tolta”. Non è una punizione, questo gesto divino va interpretato come un segno, che in seguito Zaccaria saprà interpretare, quando la Parola gli verrà ridonata.  L’artista ha ben reso la reazione di Zaccaria all’annuncio angelico: la sua figura si incurva in avanti, ma non in atto di riverenza verso l’angelo divino, bensì per contestare le sue parole, e lacontestazione è evidente nella gestualità delle  mani, contraddette dal movimento della mano destra dell’Arcangelo Gabriele, un gesto che è un monito:  “Ecco, resterai muto, perché non hai creduto alla mia parola”.

 

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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 011.

La prospettiva consente al corpo di essere presente nella realtà bidimensionale della superficie pittorica. proprio il passaggio dalla figura al corpo é la chiave di volta della Scienza della pittura. Alla conoscenza prospettica di Leonardo concorrono numerose osservazioni naturali, studi di ottica e di geometria, testimoniati in innumerevoli fogli dei codici. Egli conduce numerosi studi relativi alla prospettiva lineare, vuole capire come la realtà si presenta allo sguardo e come è possibile rappresentare una realtà che appaia come vera. Considera le classiche teorie dell’estromissione o intromissione dei raggi luminosi e predilige quella dell’intromissione.

Come appare in un codice della fine del secolo XV, queste indagini ottiche sono da leggere nel quadro della “Scienza della pittura”; in modo particolare, Leonardo è cosciente della discrepanza tra il passaggio dalla realtà, alla sua rappresentazione e conduce su questo tema degli interessanti studi.

L’artista-scienziato riprende la tradizione brunelleschiana dello specchio come strumento prospettico, e ritrova nelle superfici specchianti la condizione migliore per studiare il passaggio dal corpo reale, alla superficie rappresentativa. In questi termini, lo specchio diventa il migliore punto di riferimento per verificare l’efficacia realistica dell’opera pittorica.

Scrive Leonardo: “Soprattutto lo specchio si deve pigliare più a suo maestro, c’è lo specchio piano, imperocché sulla sua superficie le cose hanno similitudine con la pittura in molte parti. Cioè lo specchio richiama la prospettiva come un guardare attraverso”.

Ecco che allora che è come se lo specchio fosse il riflesso della finestra di vetro di cui parla Leon Battista Alberti, o il piano di taglio della piramide visiva.

 

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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 010.

Nella caverna della Vergine delle Rocce la luce illumina, ma i corpi proiettano ombre potenti, tutte d’un medesimo colore. Nella caverna della Vergine delle Rocce l’ombra più scura e quella più vicina alla luce. Così le ombre assumono i colori dei corpi come ad esempio nella Dama con l’ermellino, dove la mano e la manica del braccio che regge l’ermellino stesso si scambiano i colori delle ombre.

Data l’importanza attribuita al rilievo dei corpi, la prospettiva aerea riveste un ruolo fondamentale che articola la figura, il colore,  l’ombra. La prospettiva è lo strumento principale per una rappresentazione pittorica conforme alla realtà.

Leonardo Propone anche un percorso di formazione per il pittore che parte dall’ apprendimento della prospettiva. L’artista parla di tre tipi di prospettive, cioè “Diminuzione delle figure dei corpi, diminuzione delle magnitudini loro e diminuzione dei loro colori”. Esistono dunque, la prospettiva lineare, la prospettiva di definizione dei dettagli e la prospettiva dei colori.

 

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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 009.

Nela suo “Trattato della Pittura”, Leonardo propone anche alcuni consigli sul pigmento pittorico in quanto materia. Leggendo i suoi scritti, pare quasi di vedere il Genio di Vinci al lavoro, mentre impasta le materie, spalma i colori, effettua le velature. Soprattutto, la tecnica della velatura a olio, con la sovrapposizione di strati trasparenti di colore, consente di rappresentare l’atmosfera.

Minuscole gocce di luce si interpongono tra l’Osservatore e gli oggetti via via più lontani, fino all’orizzonte. Mediante la velatura, Leonardo può dipingere l’effetto del rilievo: la velatura materializza il pigmento rendendolo colore.

Per questo i paesaggi di Leonardo sono profondi e le montagne acquistano rilievo. Ciò si evince, in modo esemplare, nel paesaggio alle spalle di Monna Lisa, dove l’atmosfera è data da piani graduati in lontananza, a evidenziare ricordi e stati d’animo in perenne divenire.

 

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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 008

Secondo Leonardo si trova “il vero colore nel caso di un cielo terso. Questo non accade mai potersi vedere se non nel colore Turchino posto per piano in verso il cielo sopra un altissimo monte, a ciò che in tal Loco non possa vedere altro obietto, è che il sole sia occupato, nel morire, da bassi nuvoli, è che il piano sia del colore dell’aria”.

Il cielo come pura luce appare forse anche nelle finestre che si aprono nel fondo della Madonna Benois. Per Leonardo, il vero colore non esiste in natura, se non in un cielo turchino. Infatti, l’artista sottolinea che vi è sempre un concorso di colori che si sovrappongono fino a stabilire la tinta finale.

Scrive:

“Il Rosato anche gli cresce di bellezza quando il sole che la Lumina nell’occidente rosseggia e insieme con le nuvole che se gli interpongono, benché in questo caso si potrebbe ancora accettare per vero, perché se il Rosato alluminato di Allume rosseggiante mostra più che altrove bellezza, gli è segno che lumi da altri colori che Rossi gli toglieranno la sua bellezza naturale”.

Spesso infatti le finestre si aprono su paesaggi in cui montagne e cielo dialogano cromaticamente, come nelle tre finestre che si aprono alle spalle di Gesù nel Cenacolo. L’aria in se stessa non avrebbe colore, ma prende la luce del sole. Per questo Leonardo dipinge l’azzurro dell’aria nel paesaggio di fondo.

 
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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 007.
 
Leonardo distingue i colori fondamentali che cita nei suoi studi: rosso, verde, azzurro e giallo, come cerca di motivare in alcuni fogli del Codice Atlantico.
Scrive l’artista: “l’azzurro si sparge sopra il giallo e lo fa verde, e si sparge sopra il rosso e fassi paonazzo”.
Nel Libro di Pittura troviamo varie classificazioni e Leonardo con grande originalità parla della composizione pittorica rispetto a luce ed ombra.
E’ particolarmente interessante lo scritto in cui elenca 8 colori naturali. I colori sono dunque per Leonardo presenza o assenza di luce, e spiega il legame tra colore e luce, perché da questi 8 colori derivano per composizioni tutti gli altri.
La composizione dei colori naturali permette infinite sfumature e passaggi di tono. Nel libro della pittura Leonardo indica anche i colori semplici in numero di 6, e precisa che “l’azzurro e il verde non è per sé semplice, perché l’azzurro è composto di luce e di tenebre, come è quel dell’aria, cioè nero perfettissimo e bianco candidissimo”. Il verde è composto d’un semplice e di un composto, cioè si compone d’azzurro e di giallo.
Leonardo, Ultima Cena, part. (Milano, Santa Maria delle Grazie)
 
 
 
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LEONARDO DA VINCI: TECNICA PITTORICA 006

Leonardo, Studio di Ottica (Disegno, Royal Collection)

Vasari ricorda come il giovane Raffaello si lasciò influenzare dall’arte di Leonardo: guardando “l’Adorazione dei magi” del Maestro di Vinci, imparò a disegnare col pennello, tanto da adottare la modalità anche in alcuni disegni preparatori per le Stanze Vaticane. Per Leonardo, il fine del disegno consiste nella capacità di disegnare la realtà dalla stessa realtà (copia dal vero) quindi il disegno è una scuola per conoscere la realtà.

La seconda parte della Scienza della pittura parla del colore e della luce. Tra i due vi è una relazione strettissima, non esiste l’uno, senza l’altra.

Leonardo è stato il primo a lavorare sperimentalmente sul colore delle luci e delle ombre, a lui risalgono i primi esperimenti che si conoscano sia con le ombre colorate, sia con le sorgenti di luce di diversa colorazione.

Nel colore, ombra e luce si incontrano, perché, scrive Leonardo, “La pittura è imitatrice de’ colori per li quali el pittore s’affatica a trovare che le ombre sieno compagne de’ lumi”. Tuttavia, l’approccio vinciano presenta una novità, rispetto alle pratiche del tempo, per gli attenti studi della variabilità dei colori stessi con il variare della luce. 

L’ombra appare dipinta come parte del colore, in quanto l’ombra è privazione di luce.

Leonardo distingue il lume in 4 tipi fondamentali: l’universale, il particolare, il riflesso e infine quello che passa attraverso mezzi parzialmente trasparenti, come la tela e la carta.

 

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Gentilissimi,

sono lieta di informarvi che su “IL GIORNO” di Sabato 13 Marzo è uscito un articolo interamente dedicato al mio caro papà, Pier Luigi Sangalli, fumettista da una vita.

A cura del giornalista Andrea Bonzi. Buona lettura!

Elisabetta Sangalli

 

 

“Dal mio Braccio di Ferro al diavolo Geppo I fumetti
di una volta sono tornati di moda”

 

Il decano italiano della matita, 82 anni, è un vero recordman: in carriera ha realizzato circa 70mila tavole

Pubblicato il 13 marzo 2021, di ANDREA BONZI

 

Pierluigi Sangalli, 82 anni, con alcuni dei suoi disegni di Braccio di Ferro

 

MILANO – Braccio di Ferro, mangiatore di spinaci e raddrizzatore di torti. Il diavolo Geppo, sempre pronto a una buona azione anche all’Inferno. E ancora Provolino e Topo Gigio, beniamini della tv per bambini. La matita di Pierluigi Sangalli, 82 anni, ha dato vita su carta a moltissimi personaggi dei fumetti, divertendo e insegnando a leggere intere generazioni di italiani. Colonna portante del fumetto umoristico italiano, Sangalli è un vero recordman: nella sua carriera ha realizzato poco meno di 70mila tavole (!), di cui la metà del forzuto marinaio ideato da Segar. Questi personaggi, a parte quelli in licenza (da Popeye a Felix il Gatto), non hanno goduto del traino di trasposizioni cinematografiche o animazioni recenti in stile Disney-Pixar, eppure, da Nonna Abelarda a Soldino, hanno caratterizzato un’epoca se si vuole ’ingenua’ (anche se non mancavano le notazioni di costume), insegnando a leggere generazioni di italiani. E oggi c’è una riscoperta di questi albi dal tratto e dalle storie semplici ma riconoscibilissime. Un revival dovuto, spiega l’autore, “proprio al sapore di artigianalità di queste pubblicazioni. Credo sia l’elemento che interessa i collezionisti”.

Sangalli, come ha intrapreso il mestiere di disegnatore? Negli anni Cinquanta era tutt’altro che scontato…

“Ho completato gli studi di ragioneria, ma quello del contabile – realizzai dopo un paio di tentativi – non era il mestiere che faceva per me. Un mio amico dell’oratorio aveva trovato un posto di lavoro alla casa editrice Alpe, che stampava fumetti per ragazzi, e mi mostrò i suoi disegni. Gli dissi quanto mi sarebbe piaciuto fare quel mestiere: allora non esistevano scuole di fumetto, ma questo amico fu ben felice di insegnarmi tutto ciò che conosceva. Cominciò a farmi lezioni a casa, finché mi suggerì di fare il giro degli editori di Milano con una mia breve storia da mostrare. Quell’amico era Alberico Motta, disegnatore e sceneggiatore di fumetti”.

Fu facile trovare posto?

“Dopo un primo giro a vuoto, Motta si ricordò delle Edizioni Il Ponte, che si chiamavano così perchè avevano la sede a pochi passi da un ponte ferroviario. Salii al primo piano e mi accolse un omone, che lesse la mia breve storia: ’Mica male – osservò – ho giusto bisogno di un ripassatore’. Quell’editore, come può immaginare, era Renato Bianconi. Iniziò tutto così”.

Passiamo ai personaggi, quali sono i suoi preferiti?

“Difficile dirlo. Ne ho disegnati almeno una cinquantina, tra quelli creati da me, quelli creati da altri autori e quelli di copyright. Parlando di questi ultimi, al primo posto sicuramente Braccio di Ferro. Poi Geppo, che ho cominciato a disegnare dal 1961, fino a quando l’impegno per il marinaio me lo permise, pur continuando sulle copertine”.

Ecco, come mai l’idea di un Diavolo buono – un ossimoro – fu così vincente?

“L’idea si deve a un amico di Giovan Battista Carpi, Giulio Chierchini, il quale disegnò la prima storia di ’Gep’. Carpi ne intuì il valore, lo modificò e lo propose a Bianconi. Apparvero una dozzina di storie, perché poi Carpi iniziò a collaborare con Mondadori. Quando iniziai la mia collaborazione, mi affidò subito di disegnarne le storie. Nel 1961 nasceva l’albo di Geppo, che durò fino al 2000”.

Un po’ come è successo con i Disney italiani, anche il Braccio di Ferro disegnato da lei e dai suoi colleghi è considerato il vero erede di quello di Segar. Come nacque l’idea di realizzare ’in proprio’ le avventure del marinaio?

“Quando l’agenzia che deteneva il copyright propose a Bianconi di fare un albo con Braccio di Ferro, lui non era convinto. Il personaggio era già apparso in Italia ma non aveva raccolto gradimento, perché le strisce in America erano stampate a piè di pagina sui giornali e le storie si sviluppavano con lentezza. Negli albi non avrebbe mai funzionato. Fui io a convincerlo che bastava conferire ai personaggi un aspetto più ’italiano’ e far interpretare al marinaio guercio storie più movimentate, adatte ai nostri lettori con meno di 14 anni. La scelta ha funzionato per quasi quattro decenni e l’editore restò sempre quello principale nella pubblicazione del Popeye americano”.

Lo sa che Braccio di Ferro era il personaggio preferito di Lucio Dalla e Monica Vitti, che ne parlano a lungo in un’intervista del 1980?

“Sapevo della Vitti e della cantante Mina, lo avevo sentito dire da loro in un programma alla radio. Mentre lavoravo, la tenevo sempre accesa. Proprio a Mina ho fatto pervenire un disegno di Braccio di Ferro, alcuni anni fa”.

C’era differenza nel disegnare storie per personaggi nati in tv, e già famosi, come Provolino e Topo Gigio?

“I creatori dei personaggi nati per la tv tenevano molto all’immagine dei loro pupazzi, ma capivano che l’impiego nel fumetto era un’altra cosa. Mi ricordo quando Maria Perego, creatrice di Topo Gigio, radunò negli studi dell’editore noi fumettisti per vedere come sarebbe stato trattato il suo personaggio, soprattutto nel volto. Diede l’ok e fu favorevole”.

Ha realizzato anche una parodia del western, in particolare Dormy West. Ce la racconta?

“Dormy West era uno sceriffo dormiglione. I suoi concittadini lo vedevano spesso sonnecchiare fuori dal suo ufficio ma riusciva sempre a catturare il bandito di turno, grazie a enormi starnuti che travolgevano l’avversario”.

Ha trascorso quasi 40 anni alle edizioni Bianconi, vivendone quasi tutta la parabola: una fucina di talenti dove, però, si lavorava senza sosta. Che tipo di clima di respirava?

“L’aria che si respirava era stata quasi sempre determinata dalla moglie, addetta ai regolamenti dei conti. Bianconi non voleva saperne di pagamenti e lasciava fare tutto a lei. Era difficile che concedesse aumenti, anche nei periodi più duri. Molti autori che avevano varcato il suo ufficio, avevano poi trovato lavoro altrove. Quelli che erano rimasti, invece, si adattavano, studiando sistemi per accelerare i tempi di produzione delle tavole. Mi ero organizzato trovando amici e parenti che mi aiutassero a individuare soggetti per le storie e idee per le copertine. Il risultato fu sempre ottimo”.

Ma quante tavole disegnava al mese?

“Nei momenti migliori riuscivo a produrre 200 tavole al mese. Le matite che passavo all’inchiostratrice dovevano essere solo seguite dall’unica traccia che ottenevo al tavolo da ricalco di bozzetti preparati in precedenza. Ho calcolato di aver realizzato, tra storie e copertine, poco meno di 70mila tavole, di cui la metà di Braccio di Ferro”.

 

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LEONARDO DA VINCI: TECNICA PITTORICA 005

“Paesaggio della vallata dell’Arno” (Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi)

Per la formazione artistica, Leonardo indica un percorso preciso:

“Precetti del pittore. Il pittore debbe prima suefare la mano con ritrarre disegni di mano di boni maestri, e fatto detta suefazione col giudizio col suo precettore, diebbe di poi suefarsi co ritrarre cose di rilievo bone, con quelle regole che del ritrar si dirà”.

Anche la formazione di Leonardo ha avuto il disegno come elemento centrale, e il primo disegno autografo di Leonardo consiste nel “Paesaggio della vallata dell’Arno” (Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi), datato 5 agosto 1473. Leonardo aveva 21 anni, i disegni degli anni di apprendistato sono andati perduti.

Sappiamo però del lungo periodo di tempo trascorso da Leonardo presso l’affermata Bottega del Verrocchio, in cui studiarono numerosi artisti.

Le prime opere mostrano grande autonomia, conquistata però a partire dallo studio, a partire da un maestro. Non solo infatti si nota la mano di Leonardo come collaboratore di dipinti, e l’esempio più significativo è il Battesimo di Cristo, ma si nota anche nei disegni di Leonardo la presenza di elementi desunti da opere scultoree di Verrocchio.

Leonardo stesso è subito maestro per tanti giovani artisti che cercano di imparare da lui, anche imitando le sue opere, lavorando in gruppo.

Se Leonardo spesso nei suoi scritti parla della positività del dipingere in solitudine, sa bene però che il confronto con gli altri provoca un miglioramento; scrive: “disegnare in compagnia è molto meglio che solo, per molte ragioni… la invidia buona ti stimolerà ad essere nel numero dei più Laudati di te, l’altra è che tu piglierai di chi farà meglio di te”.

 

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LEONARDO DA VINCI: TECNICA PITTORICA 004

Leonardo, Ritratto di Ginevra Benci (Washington, National Gallery)

Per la resa realistica della pittura, Leonardo evita che il profilo dei corpi sia marcato, se non in particolari condizioni di luce e ombra.

Scrive l’artista: “Li termini e figura di qualunque parte de’ corpi ombrosi ma si conoscono nelle ombre e ne’ lumi loro, ma nelle parti Interposte in fra li lumi e le ombre le parti d’essi corpi sono in primo grado di notizia”.

In particolare, il pittore non deve mai segnare il profilo dell’ombra.

Scrive infatti: “l’ombra, le quali tu discerni con difficultà e i loro termini non puoi conoscere, anzi, con confuso giudizio lo pigli e trasferisci nella tua opera, non le farai finite, ovvero terminate, chè la tua Opera fia di legnosa risultazione”. Infatti, per Leonardo segnare un contorno preciso all’ombra significa cancellarla, annullarla.

Leonardo tende a sovrapporre linea e colore lungo i profili delle forme. Consiglia di fare “i termini colorati”, cioè di colorare il contorno, espandendo il colore: il termine del corpo, sebbene non appaia alla fine come un contorno segnato, è un contorno disegnato che risulta mediante il colore. Questo appare ad esempio nel ritratto di Ginevra Benci (Washington – National Gallery) dove il contorno del volto è segnato dal colore scuro su cui si definisce.

 

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LEONARDO DA VINCI: TECNICA PITTORICA 003

Leonardo, Vergine delle Rocce (Louvre)

Leonardo rappresenta nei suoi disegni e nei dipinti tutti gli elementi: l’acqua (es. lo Studio del diluvio conservato alla Windsor Royal Library); la terra (es. nella Sant’Anna  e Madonna con Bambino del Louvre); l’aria e il fuoco (disegni conservati alla Royal Library). Raffigura il corpo nei suoi vari atteggiamenti, posizioni e il volto nei stati d’animo, raffigura paesaggi, flora e fauna. Ogni aspetto della realtà attira il Genio universale.

Nelle opere pittoriche il suo processo di conoscenza è affidato alla capacità della sua mano esperta. L’opera pittorica ci restituisce la sua conoscenza della realtà, perché per Leonardo la pittura non solo raffigurazione, ma anche via alla conoscenza. Pertanto, il pittore manifesta la sua discendenza da Dio. Scrive il Genio di Vinci: la pittura è nipote della natura, che è parente di Dio, i pittori sono nipoti a Dio”.

La pittura è per l’artista-scienziato un bene universale, ed è composta essenzialmente di due parti articolate: disegno e prospettiva; colore e ombra.

La prospettiva appare intermedia tra queste due parti, essendo la propsettiva lineare propria del disegno, mentre la prospettiva cromatica appartiene al colore e all’ombra.

 

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LEONARDO DA VINCI: TECNICA PITTORICA 002

Nel libro di pittura di Leonardo leggiamo più volte la necessità di combinare la teoria e la pratica: “Studia prima la scienza e poi seguita la pratica nata da essa scienza” e anche quelli che s’innamorano di pratica senza scienza, sono come  quelli che entrano in Naviglio senza timone o bussola che mai hanno certezza dove si vadano. Sempre la pratica dev’essere edificata sopra la bona teorica”.

Per Leonardo La conoscenza e la rappresentazione della realtà costituiscono un binomio indissolubile; questo rapporto tra teoria e tecnica permette alla pittura di conformarsi alla realtà:

“La pittura è capace di considerare sia le opere umane che quelle divine, purché siano corporee. Ma la deità della Scienzia della pittura considera l’opere così umane come divine, le quali sono terminate dalle loro superfizie, cioè linee de’ termini de’ corpi”.

Il pittore deve essere in grado di dipingere ogni cosa e “Non può essere un bravo pittore se si limita alla rappresentazione di un solo genere di realtà: quello pittore non fia universale che non ama equamente tutte le cose che si contengono nella pittura” e conoscendo noi che la pittura braccia e contiene in sé tutte le cose che produce la natura, e che conduce l’accidentale operazione degli omini, et in ultimo ciò che si può comprendere con gli occhi, mi pare un tristo maestro quello che con solo una figura fa bene”.

 

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LEONARDO DA VINCI: TECNICA PITTORICA 001
Il pittore con grand’agio siede dinanzi alla sua opera ben vestito, e move il levissimo pennello con li vaghi colori, et ornato di vestimenti come a lui piace; e l’abitazione sua piena di vaghe pitture, et pulita, et accompagnata spesse volte di musiche, o lettori di varie e belle opere, a quale, senza strepito di martelli od altri rumori misto, sono con gran piacere udite”. (Leonardo da Vinci, Libro di pittura cap. I, 36).

Per Leonardo la “Scienza della pittura”, come ogni tecnica, implica una profonda conoscenza e poi una conseguente applicazione in una conoscenza virtuosa di rappresentazione dove sono costantemente coinvolti mente-occhi-mani.
Lo stretto legame tra teoria e pratica è, infatti, l’aspetto ricorrente dell’attività artistica leonardiana, riscontrabile nella trattatistica, nei disegni, nell’opera pittorica, e nella stessa immagine che egli ama dare del pittore mentre dipinge “elegantemente vestito, nell’armonia della musica”.

Per analizzare la tecnica pittorica di Leonardo occorre pertanto tener sempre insieme la teoria e la pratica, analizzando le sue opere alla luce di quella miniera di conoscenza che è il Genio di Vinci.
La vera scienza secondo Leonardo, coinvolge sia la teoria che la pratica; implica sia le dimostrazioni matematiche che l’esperienza; “la vera scienza si identifica proprio con la scienza della pittura la quale è prima nella mente del suo speculatore, e non poter venire alla sua perfezione senza la manuale operazione”.
Scrive inoltre Leonardo: “La scelta della pittura con l’invenzione della prospettiva, rende vedente la geometria:
perché il pittore quello che per necessità della sua arte ha partorito essa prospettiva, e non si può fare per sè sanza linee, dentro alle quali linee si chiude tutte le varie figure dei corpi generati dalla natura, è sanza di quale l’arte del geometra è orba”.
Dunque la scienza della pittura è per Leonardo “vera” scienza, coinvolgendo il discorso mentale, la razionalità matematica. L’esperienza e l’operazione manuale coinvolge occhi, mente, mani.
Come la scienza, così anche la pittura, è universale.
Il pittore può, e deve, conoscere e rappresentare tutto, “ed in effetti ciò che nell’universo per essenzia, presenzia o immaginazione, ecco il pittore l’ha prima nella mente, e poi nelle mani. L’occhio che si dice finestra dell’anima è la principale via donde il comune senso po’ più copiosa e magnificamente considerare le infinite opere de natura” e ancora “l’opere che l’occhio comanda alle mani sono infinite”.

Le rubriche di Luigi Sangalli

DANTE CON  SIMPATICA  IRONIA ….

 

Nel 700mo anniversario della nascita del nostro Sommo Poeta voglio aggiungermi al coro dei celebranti con alcune osservazioni particolari.

In primo luogo, occorre rilevare che il polso del Poeta era degno di un Rafa Nadal in forma, poiché, avendo scritto, a mano, i tre canti, penso che qualche problema di tendinite l’abbia avuto.

L’inchiostro usato è certamente indelebile, in quanto lo scritto si è tramandato per oltre cento anni, prima dell’avvento della stampa del 1455 (Wikipedia). Se noi vediamo che l’inchiostro degli scontrini fiscali di oggi sbiadisce dopo qualche mese…

La questione femminile non è un argomento molto sentito, infatti la presenza di donne nei tre canti è molto limitata, vediamo in questi giorni il clamore per portare due capigruppo donne nel PD.

Beatrice, per certi versi è come Livia di Montalbano, alla fine della storia scompare, forse lasciata con un bello  scritto, perché a scrivere era proprio bravo.

Brunetto Latini, maestro di Dante, lo troviamo fra i sodomiti. Anche qui c’è poca sensibilità verso la diversità, oggi non so che cosa gli avrebbero detto. Mi sorge un dubbio però, se il suo maestro è stato  messo tra i sodomiti, qualcosa doveva aver provato anche Lui, o no? Anche il trattamento che riserva al buon Brunetto,  non lo aiuta, abbassa lo sguardo ed indica una serie di prelati, figure importanti con lo stesso “vizietto”. Come oggi….

Faccio fatica ad accettare che per ogni categoria di peccatori sia prevista una pena. Di Paolo e Francesca sono piene le cronache di tutti i giorni. E poi perché punire i lussuriosi, sarà mica stata invidia. (ved. Brunetto Latini)

Per una questione personale, non posso accettare la pena riservata ai golosi (mangiare escrementi) e che diamine, non bastava dare loro una bella dieta, che a volte è altrettanto punitiva? E se una dieta era poca dargliene due!

E per finire mi chiedo, quanti, fra coloro che oggi  celebrano Dante, ai tempi della scuola, erano altrettanto estimatori? La paura dell’interrogazione, di commentare dei passi non lo rendevano certo gradito agli studenti.

Con un sorriso …

Le rubriche di Milena Sangalli

FRANCISCO  GOYA

La guerra non finisce mai! Nel 1808 il popolo spagnolo si solleva contro Napoleone che aveva nominato suo fratello come re; le sue truppe reprimono nel sangue la rivolta popolare, Francisco Goya rappresenta l’orrore di quei momenti nel dipinto: LA FUCILAZIONE DEL 3 MAGGIO 1808.

In questa opera Goya rappresenta la crudeltà dell’uomo quando perde la ragione! La tela racconta l’episodio drammatico dell’invasione delle truppe napoleoniche a Madrid; i soldati francesi invadono la città e, dopo aver ucciso i militari, catturano dei civili e il 3 maggio li fucilano sulla montagna del PRINCIPE PIO. I soldati in divisa e tutti in posizione, sono rappresentati di spalle e in penombra come se Goya, di proposito, non voglia dare loro un volto; sono esseri anonimi, privi di sentimento, come un’unica macchina da guerra, senza anima né volontà… una macchina da guerra al servizio del potere, addestrati ad eseguire gli ordini.

Le vittime, a sinistra, sono rischiarate dalla luce di una grossa lanterna. I morti a terra, bocconi nel loro sangue, uno sopra l’altro. Dietro, le persone ancora vive hanno i volti pieni di terrore e aspettano il proprio turno. Fra tutti emerge un uomo con la camicia bianca e i pantaloni gialli: una macchia di luce abbagliante nella penombra; é inginocchiato, gli occhi sbarrati, invoca pietà e allarga le braccia nel gesto disperato che ci ricorda la croce. La città sullo sfondo è lontana, avvolta nel buio. Goya non esalta il MITO IDEALIZZATO DELL’EROE, non ci mostra il coraggio degli uomini…ci mostra la loro ingiusta sconfitta!

 

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Le parole: MURALISMO, MURALES, MURALISTA sono ormai entrate nel linguaggio artistico odierno; sono però legate all’esperienza di pittori rivoluzionari messicani che, a partire dagli anni ’20 in poi, hanno raccontato su chilometri quadrati di pareti la storia e gli avvenimenti della loro terra. Il Messico é stato il primo paese in cui gli artisti si sono ribellati alle forme predominanti di una produzione figurativa destinata a decorazione estetica della dimora del ricco o dell’intellettuale. L’esperienza artistica messicana dal 1920 in poi, rappresenta il più grande esempio di realismo epico contemporaneo. DAVID ALFARO SIQUEIROS (1896 Città del Messico; 1974 Cuernavaca) é stato uno dei più importanti protagonisti di questo movimento

ESPLOSIONE NELLA CITTÀ. É un’ opera del 1935; un grande fumo nero che si disperde nel cielo, ha la forma di un grande fungo, sotto, appena visibili, ci sono delle fiamme che avvolgono ciò che resta di una città… Tutto intorno c’è il nulla; sembra quasi una profezia:…é l’annuncio di una catastrofe che arriverà fra qualche anno…la bomba nucleare che si abbatterà su Hiroshima e Nagasaki annientando popolazioni intere!

 

L’ECO DEL PIANTO 1937.  Ecco rappresentata la catastrofe della guerra, di tutte le guerre, guerre che hanno distrutto ogni cosa, guerre che hanno ucciso intere popolazioni. In mezzo alle macerie, c’è un bambino, solo, seduto tra pezzi di ferraglia di ogni tipo; é un bambino che piange, il suo pianto dirotto ha dilatato e ingrandito il suo volto che campeggia in alto: é il volto sfatto di un bimbo che urla la sua disperazione. E il suo pianto dirotto si diffonde come una ECO tragica tra le rovine di una terra distrutta: é la guerra, una tragedia che, come un’ECO si amplifica sempre di più…. La storia si ripete…

 

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PABLO PICCASSO E LA GUERRA

La guerra di Corea fu combattuta tra il 1950 e il 1953 e in questi tre anni si fronteggiarono i due eserciti nazionali del Nord e del Sud. Gli Stati Uniti del presidente Truman intervennero a fianco della Corea del Sud insieme agli altri componenti del Patto Atlantico ma con la presenza militare più massiccia; a fianco della Corea del Nord scesero in campo l’Unione sovietica e la Cina maoista. Come era già successo per l’atroce bombardamento a Guernica, questo avvenimento costrinse Picasso a prendere una posizione; per ragioni umanitarie e per mostrare concretamente il suo odio nei confronti delle guerre, l’artista si sente in dovere di rappresentare e denunciare l’orrore per questa nuova esplosione di violenza. E la sua reazione fu: MASSACRO IN COREA.

Picasso non parteggiò né per l’una né per l’altra parte, alzò semplicemente la voce contro il Male e si ispirò a Goya, all’opera nella quale Goya aveva messo alla gogna l’annientamento della Libertà a causa della forza bruta. Nell’opera di Picasso, le vittime non sono ribelli, ma donne, uomini e bambini raffigurati nudi perché indifesi e inermi. l’ opera documenta le atrocità della guerra e le figure sono dipinte con molta durezza. Come in Guernica, il colore é assente, per accentuare maggiormente questa nuova tragedia. Le donne sono incinte per rappresentare la nascita di una nuova vita, i bambini si stringono fra le braccia degli adulti, si aggrappano ai loro corpi o accorrono spaventati tra loro. Ma c’è un bimbo, il più piccolo, che non si accorge di ciò che sta accadendo e continua nel suo gioco e coglie un fiore. I soldati sono schierati come nel dipinto di Goya, ma qui sono raffigurati come fossero burattini robot, figure metalliche senza volto, robot destinati a macchine da guerra che, come i soldati in divisa di Goya, sono al servizio dei potenti addestrati solo a eseguire gli ordini del potere. A Picasso chiesero perché lui rappresentasse le scene orribili dei disastri della guerra, e lui rispose: “PER AVERE ALMENO LA SODDISFAZIONE DI ESORTARE CONTINUAMENTE GLI UOMINI A NON ESSERE DEI BARBARI!”

 

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Giuseppe Mentessi, Ferrara 1857, Milano 1931. Nato in una modesta famiglia, rimane orfano di padre a soli 5 anni e, per seguire la sua passione per l’arte conduce una vita di privazioni, una vita però sorretta dall’affetto della madre analfabeta che aveva intuito le sue qualità artistiche. Frequenta l’ateneo di Ferrara dove conosce Previati, di cui diventa amico. Continua poi la sua formazione a Parma e poi a Brera, sempre sostenuto da “sussidi per merito”.

All’inizio del 1890, a Milano, si avvicina all’ambiente socialista e stringe amicizia con l’avvocato Luigi Majno e qui orienta il suo modo di dipingere verso gli ideali umanitari dell’ultimo ottocento. “Non v’era dolore, o calamità sociale che non si traducesse per lui in una espressione d’arte pensosa e consolatrice

Giuseppe Mentessi alla fine degli anni 90  orienta la sua arte al metodo del colore “diviso”dei Divisionisti. Quando parliamo di questa corrente artistica subito pensiamo a Segantini, a Previati a Pellizza da Volpedo e alle loro opere…opere che ti fanno respirare aria di montagna e che ti trasmettono l’armonia tra UOMO e NATURA….

Ma in questo dipinto si coglie qualcosa di terribilmente attuale…

Due mani… soltanto due mani strette dai ferri di due manette…due mani nodose che cercano di stringere disperatamente una testolina di bimba che si copre il viso con la mano e piange. Due volti di persone anonime ma che non sono lontane nel tempo… perché sono storie che ancora oggi più che mai vediamo…!

Questo dipinto é ispirato alle sanguinose repressioni di BAVA BECCARIS in seguito ai moti popolari di Milano del maggio del 1898; dure repressioni e crudeli uccisioni che lo stesso Mentessi così commenta: ” Io pure provai vivissimo dolore e sdegno ed un’ira grande: io non posso pensare alle manette, alla prigionia senza provare sensazioni di sdegno, di dolore, di spavento e di odio così profonde che mi sconvolgono e mi inquietano penosamente…”

LACRIME,1898, tempera e pastello..

“Un dopo pranzo della scorsa estate passeggiavo fuori di porta quando in una larga campagna di granoturco…scorsi venire una contadina, con una figlioletta già grande in collo, dalla figura malata, tristi ambedue e sofferenti… E di sopra il cielo vasto e ridente, nella luce grigio argentea morente nello squallido viola del tramonto; e intorno l’ubertosa campagna matura, trionfatrice…. Il contrasto era troppo stridente: la miseria, forse la fame, in mezzo a quella insolente e sana ricchezza!…Sentii il quadro e il titolo…” Giuseppe Mentessi…

PANEM NOSTRUM QUOTIDIANUM, olio su tela 112×112 cm. Museo dell’ Ottocento, Ferrara.

 

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IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI
 
Nel 1971, 51 anni fa, John Lennon cantava:”immagina tutte le persone vivere in Pace…” Ma quanto tempo dobbiamo aspettare ancora per sconfiggere questo mostro, la guerra! E chi é che ha generato questo “mostro”?
“IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI di Francisco Goya, 1792/99
Questa incisione apre la raccolta dei CAPRICHOS e illustra l’orrore che si genera in assenza del pensiero razionale. Rappresenta un uomo che si è addormentato con la testa appoggiata sopra a un tavolo; sopra di lui ci sono pipistrelli, gufi, gatti neri, animali che, nella credenza popolare, simboleggiavano il male ed erano portatori di gravi sciagure e atroci sventure…
“IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI é il quadro di Renato Guttuso che ripropone con lo stesso titolo, quasi due secoli dopo, il quadro di Goya… Molti mostri sono circolati, altri stanno ancora circolando per il mondo….
“Il mostro di Guttuso, generato dal sonno della ragione, brandisce un coltello e una bomba a mano… É più intelligente (ed umano) invocare la guerra, sapendo che ciò non funzionerà, che getterà le basi per nuove terribili violenze, oppure riconoscere il fatto che violenza genera violenza?…
Forse dovremmo capire che lo strumento violenza é il MOSTRO che partorisce nuovi problemi alimentando la spirale dell’odio…. La guerra? Un MOSTRO che genera MOSTRI! Svegliamo la Ragione che ci faccia trovare strumenti NON violenti per la risoluzione delle controversie!” GINO STRADA
“IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI di Francisco Goya, 1792/99
“IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI di Renato Guttuso

 

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Queste opere variopinte sono di Maria Prymachenko artista autodidatta, nata da una famiglia di contadini nel 1909  in un paesino a 30 km da Chernobyl e morta a 88 anni. Molti dei suoi coloratissimi dipinti erano conservati nel museo di Ivankiv, distrutto domenica 27 febbraio dall’esercito russo!

[Le sue opere non ci sono più… Maria Prymachenko, Artista Donna, non esiste più..sta a noi continuare a fare rivivere le sue opere

 

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RAFFAELLO SANZIO: “UNA VITA FELICE”, I RITRATTI

 

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ANTONIO LIGABUE

 

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A Brugherio, in piazza Giovanni XXIII, c’è una scultura imponente, quante volte ci siamo passati davanti dando solo un’occhiata frettolosa, e senza magari capirne il vero significato! Il nome di questa Opera d’Arte é: “Lo Spirito di un Luogo Sereno“…é stata realizzata dall’Artista Max Squillace, e queste sono le sue parole…

 L’elemento dominante è il Sole, raffigurato su entrambe le facce: il Sole é sorgente di Luce, Calore, Vita…

 L’energia che ne proviene é rappresentata da una Cascata d’Acqua che é Origine e Veicolo di ogni forma di Vita…

Sul piano fisico, in quanto Dono del Cielo, l’Acqua é simbolo Universale di Fecondità e Fertilità…

L’ albero, le cui radici attingono la Vita dall’acqua della cascata che fluisce  alla base del monumento, é simbolo della Vita in continua evoluzione, in ascensione verso il Cielo…

L’albero mette in comunicazione i tre livelli del Cosmo: quello sotterraneo, per le radici che scavano nella profondità in cui affondano, la superficie della terra per il tronco e i primi rami, e i Cieli per i rami superiori

La parte più esterna raffigura l’Universo: é un cerchio, simbolo della perfezione, di assenza di distinzione e di divisione… La parte superiore del cerchio é aperta ad assorbire quell’energia che é il motore del nostro Vivere…” Max Squillace

Le grandi dimensioni di questo monumento, ci ricordano che noi uomini siamo esseri minuscoli di fronte alla Natura e alla sua Grande Bellezza…e, quindi, dobbiamo Rispettare e Amare quello Spirito di un Luogo Sereno che ha ispirato Max Squillace!

 

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Piero della Francesca, La Madonna del Parto
(affresco museo di Monterchi)
 
Piero della Francesca dipinge quest’opera, verso il 1450, per l’altare della Chiesa di Santa Maria di Momentana, in seguito demolita solo in parte per la costruzione del cimitero di Monterchi; rimase però la Cappella con questo affresco. Questo dipinto riuscì miracolosamente a mantenersi intatto, nonostante due disastrosi terremoti avvenuti nel 1789 e nel 1917, e questo fu, per la popolazione un segno divino. L’affresco fu in seguito staccato e posto in un Museo. E quando durante la fine della seconda guerra mondiale, le autorità arrivarono in paese per prelevare l’opera e metterla in un luogo più sicuro, le donne le scambiarono per ufficiali nazisti che volevano rubare la “loro Madonna”. Allora si misero a suonare le campane così forte che arrivò una gran folla armata di badili e zappe, come ci raccontò Piero Calamandrei in una poesia
Era la loro Madonna e le puerpere si affidavano a Lei per avere la protezione del bimbo che tenevano in grembo. Maria si presenta a noi come una apparizione mentre due angeli ci aprono una tenda. I capelli sono raccolti intorno al capo, il volto dall’ovale perfetto, é di un bianco luminoso, perlaceo; é una Madonna imponente come una TORRE D’AVORIO, TURRIS EBURNEA: Maria Vergine come “sede della Sapienza Divina.
Piero della Francesca la dipinge con l’abito d’epoca delle gestanti, caratterizzato dalla possibilità di “allargarsi” slacciando la plissettatura interna. E Maria, orgogliosa e fiera, posa la mano sul ventre, lo accarezza, lo protegge, perché da quel grembo, poi, nascerà un Sorriso…
: “….Sai che fra un’ora forse piangerai, poi la tua mano nasconderà un sorriso: gioia e dolore hanno il confine incerto nella stagione che illumina il viso. Ave Maria adesso che sei Donna, Ave alle Donne come Te Maria, femmine un giorno per un nuovo Amore, Povero o Ricco, Umile o Messia. Femmine un giorno e poi Madri per sempre, nella stagione che stagione non ha…”
Auguri con Pier della Francesca e Fabrizio de Andrè!

 

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Appello straziante della regista afghana #SahraaKarimi Settembre 2021
“A tutte le comunità del mondo

Vi scrivo con il cuore spezzato e la speranza che possiate unirvi a me nel proteggere la mia bella gente. Nelle ultime settimane hanno preso il controllo di così tante province. Hanno massacrato il nostro popolo, hanno rapito molti bambini, hanno venduto bambine come spose minorenni ai loro uomini, hanno assassinato donne per il loro abbigliamento, hanno torturato e assassinato uno dei nostri amati comici, hanno assassinato uno dei nostri poeti storici, hanno assassinato il capo della cultura e dei media per il governo, hanno assassinato persone affiliate al governo, hanno appeso pubblicamente alcuni dei nostri uomini, hanno sfollato centinaia di migliaia di famiglie…

I media, i governi e le organizzazioni umanitarie mondiali tacciono come se questo “accordo di pace” con i talebani fosse legittimo. Non è mai stato legittimo… Se i talebani hanno preso il sopravvento, vieteranno anche ogni arte… Spoglieranno i diritti delle donne, saremo spinti nell’ombra delle nostre case e delle nostre voci, la nostra espressione sarà soffocata …

Non capisco questo mondo. Non capisco questo silenzio. Io resterò a combattere per il mio paese, ma da sola non ce la faccio. Ho bisogno di alleati/e. Per favore aiutateci a far sì che questo mondo si ‘preoccupi di quello che ci sta succedendo…

Siate le nostre voci fuori dall’Afghanistan.

Non avremo accesso a internet o a nessuno strumento di comunicazione… Per favore per quanto potete condividere questo fatto con i vostri media e scrivete di noi sui vostri social. Il mondo non dovrebbe voltarci le spalle…aiutateci
Grazie mille. Apprezzo così tanto il vostro cuore puro e vero.                                                                                                                        Sahraa Karimi, صحرا كريمي”

“No donna non piangere…”così canta Bob Marley! Ma come si fa a non piangere pensando al destino delle donne afgane, costrette a vivere nella prigione della loro casa…!

Donne costrette a non mostrare il loro volto…il loro sguardo, la lucentezza dei loro occhi… Lo splendore del loro sorriso..! Donne private del diritto alla Cultura, Donne fantasma, Donne diventate macchine per fare figli..!

“Voglio colorare i brutti ricordi della guerra, e se coloro questi brutti ricordi, allora cancello la guerra dalla mente delle persone…”  Shamsia Hassani é una street art afghana, ma prima di tutto é una Donna che sui muri di Kabul , denuncia la totale mancanza di diritti delle donne afgane sotto il regime totalitario dei talebani. La sua é un’Arte di Denuncia Sociale.

Le sue donne indossano abiti colorati, ma i loro sguardi sono abbassati, privi di sorriso…questa ragazza stringe al petto la tastiera del pianoforte…ma dietro, uomini neri come ombre scure, la guardano impugnando i loro fucili.. (1)

Una donna accovacciata dentro una casa rosso sangue, una casa prigione che quasi la soffoca, una piccola finestrella con le sbarre…le mani abbracciano le ginocchia, il capo é abbassato…e fuori mine vaganti che la circondano! (2)

La ragazza, con gesto gentile, offre un vaso con un fiore all’uomo con la barba lunga, vestito di nero che impugna il fucile… (3)

Ma l’uomo, con gesto brutale, butta il vaso a terra…e lei si inginocchia e piange, il viso nascosto dalle mani…ma il vaso non si è rotto e il fiore luminoso é ancora Vivo…la Speranza é ancora accesa! (4)

Ma noi vogliamo pensare a un “domani vicino” e vedere le donne afghane volteggiare su un’altalena, sopra a un prato fiorito e con lo sguardo rivolto a un cielo sgombro di nuvole e odore acre di guerra…un cielo finalmente terso e azzurro..! (5)

” L’Arte cambia la Mente delle persone e le persone cambiano il Mondo!” Shamsia Hassani.

 

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…e il naufragar m’é dolce in questo mare…

Friedrich é un artista Romantico e il tema amato da questi artisti é il SENTIMENTO DEL SUBLIME contrapposto al BELLO ESTETICO dei Classici. Un Bello oscuro e tenebroso perché SUBLIME é ciò che commuove il nostro animo e che può provocare quindi anche un senso di orrore, pericolo e dolore. L’ oscurità, la solitudine, il silenzio di questi paesaggi, danno la sensazione dell’INFINITO, di una NATURA infinita, grandiosa, smisurata…ma anche terribile e catastrofica se noi tentiamo di sovrastarla…

Caspar David Friedrich nasce in una piccola cittadina sul mar Baltico, in Germania e i suoi paesaggi sono quelli misteriosi della sua infanzia, fatti di orizzonti immensi.

Friedrich dipinge IL VIANDANTE SUL MARE DI NEBBIA… nello stesso anno in cui Leopardi scrisse L’INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di la da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete
lo nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Cosi tra questa
Immensita s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’e dolce in questo mare

Un uomo in primo piano osserva un paesaggio montuoso. É un Viandante, che, con il suo bastone, ha raggiunto una roccia…é arrivato così in alto dopo aver camminato a lungo, da solo… É rappresentato di spalle, appoggiato al suo compagno di viaggio, il vento scompiglia i suoi capelli, e lui guarda lontano…il cielo, le nuvole che avvolgono le rocce e la leggera brezza che muove le fronde degli alberi…

Ma non è lui il protagonista del dipinto, perché il nostro sguardo và oltre, e vaga verso le rocce che si immergono in un Mare di Nebbia…e si perde nell’Infinito! E l’uomo, di cui non vediamo il volto, ha un compito preciso: quello di invitarci e guidarci a Contemplare la Natura.. quasi a volerci comunicare che questa Natura Immensa e Misteriosa, é Sacra e, quindi và Rispettata!

…e il naufragar m’é dolce in questo mare…

 

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Una Grande Artista Donna: Georgia O’Keeffe

Nasce nel Wisconsin nella fattoria dei suoi genitori, la semplicità della vita di campagna con i fiori, i campi dorati e il tranquillo isolamento nei mesi invernali, saranno determinanti nelle sue opere perché le permetteranno di osservare meglio la Natura.

Rivoluzionerà la pittura di genere floreale dipingendo tele di grandi dimensioni e rappresentando fiori in primo piano che sembrano osservati attraverso una lente d’ingrandimento. I primi giganteschi fiori che riempiono l’intero spazio pittorico della tela, sono diventati il simbolo della sua Arte.

L’idea di ingrandire le sue rappresentazioni deriva dal fatto che un piccolo fiore scompare dalla vista e dall’ osservazione di tutti. Due gigli calla su sfondo rosa: questi fiori sono dipinti a distanza ravvicinata, non ci sono né gambo né foglie…é come se l’artista ci suggerisse di completarli; quindi il grande fiore acquista una importanza assoluta, quasi umana. Il suo modo di vedere e osservare  un fiore é paragonabile a modo di un’ape o di una farfalla di vedere lo stesso fiore..

I fiori e le foglie dipinte da Georgia O’Keeffe, sono fiori e foglie visti in tutti i loro dettagli botanici,  una macro pittura che li trasforma in una armoniosa sinfonia di colori!

“Un fiore é relativamente piccolo… nessuno osserva realmente un fiore. Un fiore é troppo piccolo…noi non abbiamo tempo per osservare… Così mi sono detta: dipingerò ciò che il fiore significa per me..ma lo dipingerò grande e indurrò così la gente a prendersi il tempo per osservarlo…”

 

 

 

Georgia O’Keeffe muore nel New Mexico a 98 anni : una Donna con tutte le sue rughe e uno sguardo pensoso…

una Bellezza Affascinante!

 

 

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25  APRILE  CON  GUERNICA

Il 26 aprile 1937 Pablo Picasso é a Parigi, deve pensare a cosa preparare per l’esposizione parigina che avverrà fra pochi mesi.. quando i giornali riportano delle terribili immagini in bianco e nero…:la strage di Guernica..!

Lunedì 26 aprile 1937 a Guernica era giorno di mercato e molta gente affollava la piccola cittadina basca; proprio qui, l’aviazione tedesca, per ordine di Francisco Franco, sperimentò il primo bombardamento a tappeto provocando un massacro tra la popolazione  civile.                                                                                             Sotto la violenta impressione provocata da questo crimine, Picasso dipinge, su sette metri di tela, questo capolavoro. Volti, figure e corpi sono scomposti e frantumati da una geometria violenta e distruttrice, come violenti e distruttori sono stati i mezzi bellici impiegati contro la popolazione di Guernica.

Il Toro é il simbolo della Spagna, e davanti ai suoi occhi si svolge il dramma: inginocchiata ai suoi piedi, una madre tiene sulle ginocchia il corpo senza vita del figlio. Il suo capo é rivolto in alto ed è al Cielo che urla il suo disperato dolore.

Un cavallo urla come impazzito e nella sua bocca spalancata si intravede una bomba.
Un braccio allungato impugna una lucerna che, insieme alla lampadina accesa dentro un grande occhio, simboleggia la Ricerca della Verità sul luogo del crimine.

In mezzo a questa tragedia, un simbolo di speranza: accanto alla mano del guerriero caduto che impugna la spada spezzata, germoglia un fiore.

Una donna, dal volto allungato, sporge dalla finestra, mentre un’altra, dal corpo sgraziato, cerca di fuggire.

Chiude il dipinto una donna dentro la sua casa in fiamme che lancia il suo ultimo grido di dolore al Cielo… perché solo dal Cielo può essere raccolto…

La riproduzione di questo quadro verrà vietata in Italia e in Germania fino al crollo delle dittature; e Picasso volle che il dipinto venisse portato in Spagna solo dopo la morte del dittatore Francisco Franco avvenuta nel 1975; fino ad allora la tela fu ospitata in un museo a New York.

Quest’opera non illustra un fatto storico ma è di per sé un fatto storico che trascinerà una vasta schiera di intellettuali e democratici a combattere al fianco della democrazia contro il nazifascismo.

Quando durante l’esposizione parigina del 1937 un ufficiale nazista si avvicinò a Picasso e gli chiese:”Siete stato voi a fare questo?” Picasso rispose:”No! Siete stati voi!”…

 

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Don Chisciotte di Francesco Guccini
Kandinsky con Lirica e Acquarello n.23.

Ho letto millanta storie di cavalieri erranti, di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti…Nel mondo, oggi più di ieri, domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri, non abbiamo più notizia..”

Il soggetto del cavallo e del cavaliere é un tema antico e universale, perché legato alla fiaba, al folklore e alla leggenda, come San Giorgio che uccide il drago o Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento.

Vassili Kandinsky, pittore russo, é il primo artista che compie il passaggio dall’arte figurativa, come imitazione della realtà, all’arte puramente astratta. Per primo cerca un’arte che indaga il mondo interiore, quello dell’anima.

Nelle sue opere elimina ogni riferimento al mondo reale per utilizzare solamente forme linee e colore.

L’immagine del cavallo e del cavaliere si ripete spesso nelle sue opere, e, fra puntini che si gonfiano e diventano cerchi, linee rette che si intersecano, segmenti spezzettati e virgole che si allungano, sta al nostro occhio indagare per trovare l’immagine…Un cavaliere errante chino sulla groppa del suo cavallo in corsa, un destriero lanciato al galoppo, e, nella mitologia indiana, é proprio il cavallo che conosce la strada che conduce fino al cielo!

É un cavaliere che corre, con o senza  lancia in pugno, e combatte contro un drago o un groviglio caotico… un tema simbolico che ha un sapore magico: la lotta del bene contro il caos e il male

 

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Vincent van Gogh e Notte stellata.

Caro Theo non so nulla con certezza…ma la vista delle stelle mi fa sognare…”

Van Gogh fu un autodidatta che iniziò a dipingere per una sua necessità interiore, anche se guardò con molta attenzione i movimenti artistici della sua epoca.

La sua fu una vita di insuccessi, la carriera di mercante d’arte finì con il licenziamento, gli studi di teologia vennero interrotti, lavorò come predicatore laico nel settore carbonifero belga fra gente poverissima…ma perse anche questo lavoro…

Si trovò a dipendere economicamente dal fratello Theo con il quale intesserà una fitta e appassionata corrispondenza.

Non ebbe mai un legame affettivo e neppure una amicizia sincera; in questo modo l’Arte divenne l’unico suo sfogo, il mezzo con cui elaborare le sue esperienze, i fallimenti ma anche le sue speranze…

Notte stellata, 1889. Rappresenta un paesaggio sotto un cielo stellato, le pennellate sono corpose e i colori che prevalgono sono il blu e il giallo.

Il silenzio notturno di un piccolo paese é rotto da un’onda che attraversa il cielo, illuminato da stelle, simili a vortici di luce, e da una falce di luna accecante di un inusuale colore arancione…una luna che ha più l’aspetto di un sole.

In basso, il ricordo della sua Olanda: un paesaggio realistico fatto di case con le finestre illuminate, una chiesa, dal campanile così appuntito che pare la lama di una spada; in fondo, degli alberi di ulivo, dipinti come piccole onde. E, in primo piano a sinistra, a tagliare il cielo, c’è un grande cipresso la cui chioma ondeggia come una fiamma. In alto il decorativismo fantastico di un cielo stellato, in cui primeggia una grande onda…e il cielo ci appare come invaso da fuochi d’artificio…

“Caro Theo, possiamo riuscire a creare una natura più esaltante e più piacevole di quella che si può intravedere con un solo fuggevole sguardo alla realtà…”

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FABRIZIO DE ANDRE’ – LA BUONA NOVELLA
Maria nella bottega di un falegname
“Falegname col martello perché fai den den, con la pialla su quel legno perché fai fren fren? Costruisci le stampelle per chi in guerra andò?
Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia per foggiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia…ma tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnó a disertare…”

GEORGE DE LA TOUR – SAN GIUSEPPE FALEGNAME (Louvre)
Una scena di semplice quotidianità, é la bottega di un falegname al lavoro, un ambiente appena rischiarato dal lume di una candela che tiene in mano un bambino: Gesù. Di fronte a lui c’è il padre, Giuseppe, intento a lavorare; lo scambio di sguardi fra il vecchio e il bambino, è il tema principale dell’opera: la metafora dell’Amore filiale fondato al di là del legame di sangue. Il falegname sta lavorando, per terra c’è una trave di legno…la croce che abbraccerà suo figlio! La luce illumina il volto di Gesù e si riflette sulla fronte rugosa del padre che, con occhi dolenti dirige lo sguardo in quelli del bambino; sono occhi inquieti i suoi e nel suo sguardo c’è la consapevolezza di ciò che sarà il destino del figlio una volta diventato adulto. Il vecchio e il bambino si parlano, avvolti nel silenzio della semioscurità rischiarata appena dalla fiammella di luce di una candela.

 

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A tutte le donne. Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso, sei un granello di colpa anche agli occhi di Dio, malgrado le tue sante guerre per l’emancipazione. Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d’amore che però grida ancora vendetta e soltanto tu riesci ancora a piangere, poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volgi e non sai ancora dire e taci meravigliata e allora diventi grande come la Terra.” Alda Merini
Le donne artiste lavoravano chiuse entro gli studi dei loro maestri e faticavano più dei loro colleghi maschi ad essere considerate Artiste..la loro arte era considerata un fatto insolito che generava addirittura sospetto… Carla Maria Maggi é una di queste donne.. Nasce a Milano da una famiglia borghese ed è a 14 anni che incomincia a dipingere nello studio di un importante pittore milanese, nonostante la contrarietà della madre. Ma la sua carriera si interrompe con il matrimonio: la strada dell’arte non rientrava nella logica della società borghese degli anni ’30 che non ammetteva che “una donna perbene, moglie onesta e madre benevola” potesse anche essere una donna artista che dipingeva nudi e ritratti di donne in pose sconvenienti… E così seppellisce il suo passato e nasconde le sue tele in un solaio. Nel 1997 il figlio trova, per caso, i suoi quadri e riporta alla Luce le opere della madre e dell’artista dimenticata…
Carla Maria Maggi, 1913, 2004 Milano. La sigaretta. Questo è il dipinto che più la rappresenta, il ritratto di una donna, dalle labbra carnose e sensuali che tiene fra le dita una sigaretta…una donna in atteggiamento troppo provocante e audace…per quell’epoca.

 

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Una volta a Brughéé gh’era un conte, al sciur Paolo Andreani, che al stava in una villa a Moncucco. Un bel dì, propi nel parco della sua villa, l’ha pensá di alzarsi verso il cielo:…era il 13 marzo del 1784 e il conte Paolo Andreani compie l’impresa…il primo volo su una mongolfiera!!
Elio Nava, artista brugherese, persona schiva e semplice;
nelle sue tele c’è un microcosmo colorato, abitato da personaggi buffi che sembrano usciti dal mondo delle fiabe e che invece sono persone reali.. E chi a ghe Brughée.. Brugherio con il suo strano campanile che svetta in un cielo azzurro dove si muovono strane nuvole a forma di farfalle, lumache, pesci, bisce. E nella grande Mongolfiera gialla c’è il Giulio, con l’ennesima sigaretta in bocca…il Giulio che da lì non è mai sceso…e continua a Volare…!
Questo è Elio Nava, che nella sua cascina continua a dipingere questo mondo immaginario tutto variopinto, in cui fiaba e poesia si mescolano in una tavolozza colorata.
Elio Nava: Dispetti dalla Mongolfiera, Giulio e le tre monelle.
Nel dipinto le tre monelle lanciano palloncini pieni di colore che colpiscono anche il Gianni e la sua vespa bianca… E il Giulio, ignaro di tutto, si gode questo viaggio dal Cielo…con l’ immancabile sigaretta in bocca!
Il dipinto é ambientato in piazza Roma, rappresenta le due Mongolfiere in viaggio verso Le Puy, la più piccola ha i colori dello stendardo del Comune, con a bordo tre personaggi: Sergio, Remo e Giancarlo. Ed è proprio grazie a loro, a tutti gli “Amici della Compagnia della Mongolfiera” e alle loro iniziative che questo pezzo della nostra Storia Locale si mantiene vivo.
 
 
 
 
 

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8 Marzo… quando le donne entrarono nel mondo dell’Arte ed ebbero successo come un artista uomo si disse di loro: dipinge e scolpisce come un uomo…. Ma poi qualcosa é cambiato…
Frida Kahlo: ARBOL DE LA SPERANZA MANTENTE FIRME, 1946.
Cielito Lindo era la sua canzone preferita ed è proprio questo brano che ispirò questo dipinto.
In questa opera Frida Kahlo rappresenta “il risultato della sua maledetta operazione…” una delle tante alla sua colonna vertebrale.
Ci sono due Fride in due paesaggi diversi: uno diurno e l’altro notturno. La Frida piangente seduta che indossa l’abito rosso da Tehuana (il costume delle donne di Tehuantepec famose per il loro coraggio) e vigila sulla Frida sdraiata sopra un letto di ospedale, coperta solo da un lenzuolo bianco che lascia scoperti i suoi capelli corvini e la schiena, su cui sono evidenti i segni della sua operazione. La Frida seduta tiene con una mano il busto ortopedico rosa; a mantenere la sua posizione eretta, non è l’altro busto che la sostiene e di cui si intravedono i bracci metallici sotto le ascelle…ma é la bandiera verde con la scritta: Albero della SPERANZA mantieniti Saldo…. É la Frida che piange, ma si mantiene ferma e non perde la Speranza…
FRIDA KAKLO
Nel 1953 le viene amputata la gamba destra…ma lei continua, nel dolore, a dipingere. Frida Kahlo muore nel 1954 nella “casa azzurra” dove era nata. L’ultimo quadro di Frida rappresenta delle angurie, intere e spaccate a metà, dipinte contro un cielo azzurro.. 8 giorni prima di morire, sulla polpa scarlatta della fetta centrale scrisse il suo nome, la data e il suo luogo di nascita.. Poi con lo stesso pennello intinto di rosso, rese l’ultimo omaggio alla vita e scrisse: VIVA LA VIDA!

 

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Quelli che tornano, ballando, dal bosco. 2020, tecnica mista su lino.

Giulia Santambrogio classe 1996, brugherese, Laurea in Discipline della Valorizzazione dei Beni Culturali all’Accademia di Brera.

 
Vivere in montagna e andare nel bosco a fare legna per riscaldarsi é un lavoro duro… Eppure queste, sono figure evanescenti, dalle movenze leggiadre, che, nonostante la fatica, sono contente della Vita.
“I sentieri del bosco, in salita o in discesa, non sono sempre facili, ma la gioia incontenibile di sentirsi Vivi, fa correre e ballare… Quelli che tornano dal bosco ballando, sono pervasi dal senso di libertà, e allo stesso tempo, di appartenenza a qualcosa di grande che ci circonda… Nella Natura l’uomo trova veramente sé stesso, la Gioia è immensa…e non può fare a meno di ballare…”

 

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Pablo Neruda
“Quanti significati sono celati dietro un abbraccio? Che cos’è un abbraccio se non comunicare, condividere e infondere qualcosa di sé a un’altra persona?… Un abbraccio é staccare un pezzettino di sé per donarlo all’altro affinché possa continuare il proprio cammino meno solo!”
 
Gustav Klimt; Fregio di Palazzo Stoclet Bruxelles: “Il giardino dell’Arte e dell’Amore, L’abbraccio”
Le due figure si perdono nella vasta decorazione; la coppia abbracciata é il simbolo della ritrovata Gioia di Vivere e della Felicità Amorosa. Dietro, le volute stilizzate dei racemi dell’Albero della Vita che é il filo conduttore dell’Amore. In mezzo a questi riccioli appare il motivo dell’ occhio: é l’occhio Sacro del dio Egizio Horus, simbolo della Rigenerazione.
Questi abbracci che ci mancano tanto, continuiamo a Sognarli, davanti all’ Albero della Vita…senza perdere la Speranza!
 
 
 

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MARC CHAGALL 6 luglio 1887 – 28 marzo 1985
Ebreo russo, poeta e sognatore, artista che non voleva “Voltare le spalle al cielo..”, pittore rimasto bambino e innamorato della sua donna, Bella. Quello di Chagall é “un universo in cui tutto è possibile”, dove non solo volano gli uccelli. Nel suo mondo tutti possono fluttuare nel cielo…anche gli uomini. I soggetti dei suoi dipinti sono: la sua città, lontana, e l’amore per la sua donna. ” Avevo voglia di fuggire con lei, e baciarla..”, in quest’opera prevalgono i toni freddi e il paesaggio è dominato dal bianco e dal verde della campagna russa. Il sentimento dell’Amore é rappresentato con il Volo… perché le persone innamorate hanno questa capacità… ondeggiare nell’Aria con leggerezza…ed è solo con l’Amore che é possibile farlo…Voliamo con loro, nel cielo, sopra la città…
Marc Chagall: Sopra la città, 1918
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DEDICATO A TUTTI GLI INNAMORATI DEL MONDO
… GIOVANI E … DIVERSAMENTE GIOVANI!!!
HO BISOGNO DI SENTIMENTI – ALDA MERINI
Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.
IL BACIO – AUGUSTE RODIN
Paolo e Francesca, gli amanti evocati nel V canto dell’Inferno da Dante e colpevoli di un amore impossibile.
Quando questa scultura venne esposta alla fine dell’800, suscitò scandalo e scalpore perché ritenuta troppo sensuale e addirittura erotica… Eppure in questo imponente blocco di marmo, c’è la Vita e tutta la passione di un Grande e infinito Amore. Gli amanti, rappresentati nella Bellezza della loro nudità, sono seduti sopra una roccia, lui visibilmente incerto, quasi titubante, con il libro ancora nella mano…(é il libro che racconta la storia d’amore di Lancillotto e Ginevra). L’altra mano affonda nella morbida carne di lei… E lei, invece lo abbraccia e avvolge il suo corpo a quello dell’Amato. E i due corpi di uniscono in uno slancio sensuale, in un Bacio appassionato pieno di Amore…
 
 

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“Ritorno dal bosco”1890. Giovanni SEGANTINI

Sale la nebbia sui prati bianchi…” É un tardo pomeriggio d’inverno, una donna traina una slitta carica di legna mentre ritorna al piccolo paese… “Un campanile che non sembra vero segna il confine tra la terra e il cielo….” Il suo modo di camminare é affaticato, e procede lento lungo un sentiero già tracciato che taglia in diagonale una distesa di neve. Le case hanno i tetti imbiancati… “Anche la luce sembra morire nell’ombra incerta di un divenire…” É l’ora del tramonto e le luci delle finestre ci fanno sentire la presenza Umana. La grande catena montuosa schiaccia con la sua imponenza il piccolo paesino. “La terra stanca sotto la neve dorme il silenzio di un sonno greve…” Protagonista dell’opera non è la donna, vista di spalle e di cui non si riconosce il volto, ma l’Immenso Candore della Neve e il gelo dell’ inverno copre ogni cosa con un magico alone di Silenzio..

 

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Avvolte nella calda luce solare,

Avvolte nella calda luce solare, le figure passeggiano in un prato fiorito, un campo di papaveri, semplici macchie di colore che si perdono all’orizzonte… É il tema del riposo della vita di campagna… La calma e tranquilla passeggiata dell’ Uomo che é in perfetta sintonia con la Natura, immerso in un paesaggio picchiettato di rosso dai papaveri…
…entriamo anche noi in questa calma…
 

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27 GENNAIO ….. PER NON DIMENTICARE CIO’ CHE E’ STATO …

 
.. son morto che ero bambino…son morto con altri cento, passato per il camino..e ora sono nel vento…
“Buio, urla, lacrime… Sento e vedo solo questo.
tante gli scritti per ricordare … ma ci è sembrato importante condividere un’immagine ed un commento opera dei ragazzi di una classe terza della scuola media leonardo da vinci di brugherio, proprio perchè queste parole nella loro profonda semplicità forse possono meglio raggiungere i loro coetanei…
“Uomini senza volto, volti senza sorrisi, sguardi spenti, uomini senza identità, corpi tutti uguali dentro un pigiama a righe. Uomini privati della loro diversità e sterminati per il loro essere diverso. Diverso il Colore della Pelle, il loro Aspetto Fisico, la loro Religione…diverso il loro modo di Pensare e di Amare… La Diversità non deve essere una colpa, un male da sterminare… La Diversità é un Diritto, una Ricchezza e un Dono da Conservare e Condividere…”
 
 
 
 
 

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ELISABETH BARRET BROWNING

Ricorre oggi – 6 marzo – l’anniversario di nascita della poetessa inglese Elizabeth Barrett Browning. Moglie del poeta inglese Robert Browning, si sposarono di nascosto e fuggirono insieme a Firenze, dove ebbero un figlio. A Firenze risiedevano in Piazza San Felice, in un appartamento a Palazzo Guidi che oggi è diventato il museo di Casa Guidi, dedicato alla loro memoria. La ricordiamo con una delle poesie più apprezzate
 
Se devi amarmi
Se devi amarmi, per null’altro sia
se non che per amore.
Mai non dire:
“L’amo per il sorriso,
per lo sguardo,
la gentilezza del parlare,
il modo di pensare
così conforme al mio,
che mi rese sereno un giorno”.
Queste son tutte cose
che posson mutare,
Amato, in sé o per te, un amore
così sorto potrebbe poi morire.
E non amarmi per pietà di lacrime
che bagnino il mio volto.
Può scordare il pianto
chi ebbe a lungo
il tuo conforto, e perderti.
Soltanto per amore amami
e per sempre, per l’eternità.

 

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DANZARE LA VITA

In questo momento così difficile, di incertezze, di mancanza di luce…di mancanza di fisicità, di abbracci, di baci, é proprio in questo momento che non possiamo cadere ma dobbiamo avere la speranza e continuare a Danzare la Vita…”

 

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Lettera di van gogh al fratello 

 

“Caro Theo ho passeggiato una notte… il cielo, di un azzurro profondo, era punteggiato di nuvole di un azzurro più profondo del blu cobalto, e di altre nuvole di un azzurro più chiaro del lattiginoso biancore della via lattea… sul fondo azzurro scintillavano delle stelle chiare, verdi, gialle, bianche, rosa, più luminose delle pietre preziose che vediamo anche a parigi …”

 

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GIOTTO – ADORAZIONE DEI MAGICAPPELLA DEGLI SCROVEGNI – PADOVA

Sotto questa semplice tettoia di legno Maria, in trono, presenta il piccolo Gesù ai Re Magi, arrivati a Betlemme seguendo la cometa. Vicino a Maria, Giuseppe con il capo chino in segno di rispetto. Il più anziano dei Magi ha posato la sua corona per terra e si inginocchia rispettoso; ha già donato l’Oro, simbolo di Regalità, che un angelo tiene in mano. L’altro re omaggia la Divinità di Gesù con un corno pieno di incenso, l’ultimo invece con lo scrigno che racchiude la Mirra… l’unguento per l’unzione dei defunti, ciò che sarà il suo destino: la Passione. E nel cielo azzurro di blu oltremare, la scia luminosa della Cometa.
 
 

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Il Quarto Stato Giuseppe Pellizza da Volpedo 1868/1902.

Con quest’opera vorrei esplicare il mio sentire tendente a stabilire che la forza vera sta nei lavoratori intelligenti, i quali con la tenacia nei loro ideali, obbligano gli altri uomini a seguirli i a sgombrare il passo perché non è potere retrogrado che possa arrestarli.” (Pellizza da Volpedo).
Prima di entrare a pieno titolo nel suo ambiente, il Museo del Novecento a Milano, l’ opera entrò nella Sala delle Cariatidi ferita dai bombardamenti della guerra e qui trova il suo ambiente naturale…
niente palchi, niente altarini…ma solo posata a terra. Contadini e lavoratori che occupano il Palazzo, uomini e donne decisi a non patire più ingiustizie… Il brusio del popolo in marcia che conquista un Palazzo che fu Reale…ma che ora è del Popolo!
I lavoratori di Volpedo sono in cammino verso un futuro che appare loro radioso, noi siamo davanti a loro, non possiamo non chiederci se siamo stati capaci, oltre cento anni dopo, di costruirlo

 

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 ADORAZIONE DEI PASTORI (george de la tour)

La luce fioca di una candela ci fa entrare in questa scena corale di figure silenziose raccolte intorno al piccolo nato avvolto in candidi panni di lino che illuminano l’ambiente. Maria vestita di rosso é assorta in una intima meditazione. Il pastore stringe il suo bastone e tiene in braccio un mansueto agnellino che si mette a brucare i fili di paglia della culla; il pifferaio si sta togliendo il cappello in segno di rispetto; la donna tiene in mano una scodella di zuppa calda per Maria, la mamma, e infine Giuseppe, il padre, che illumina la scena con una candela. Non è la luce drammatica e violenta di Caravaggio.., questa è una Luce radente, mistica che infonde negli sguardi un senso di religioso silenzio…. “La speranza e la promessa contenute in ogni ciclo di vita…” J. Thuiller, storico dell’Arte. Con l’augurio che il nuovo anno sia carico di Luce e di Speranza!

 

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 FESTA DELL’IMMACOLATA … AVE MARIA 

La pensosa fanciulla siciliana si avvolge come un’araba nell’ampio mantello che ombreggia la fronte e inquadra il viso che pare scolpito, gli occhi vellutati di un nero profondo, le palpebre percorse da un guizzo di luce…folte le sopracciglia, carnose le labbra.. Col volto stretto tra le falde della mantellina, Maria pare chiusa in un’armatura che sa di chiostro e di ovile… É il copricapo delle donne dei paesi all’interno della Sicilia. Un tempo si portavano di colore diverso a seconda della condizione sociale: bianco era quello delle donne dell’aristocrazia, nero delle donne del popolo, azzurro il copricapo delle ragazze. E azzurra é la mantellina dell’ANNUNCIATA di Antonello da Messina..” Leonardo Sciascia, scrittore siciliano…
Il suo volto ovale ha lo sguardo abbassato, sereno, intenso e pensoso. La mano sinistra sul petto, Maria stava leggendo ed è stata interrotta da qualcuno…da un angelo che non si vede, ma la sua presenza è facilmente riconoscibile dalle pagine sollevate dal libro…un battito d’ali…
 
 
 

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CARAVAGGIO ADORAZIONE DEI PASTORI 

Nella povera stalla ,una povera famiglia di lavoratori…il loro bambino é appena nato. Sdraiata sulla paglia la mamma abbraccia il suo bambino e il piccolo cerca con la tenera mano il suo volto, i loro visi si cercano e si uniscono. I pastori sono arrivati. In silenziosa adorazione guardano la madre stanca, adagiata sulla terra, guardano il bambino fra le sue braccia, inginocchiati e in religioso silenzio. Un’aureola sottile, come un filo dorato di paglia, santifica il Padre e la Madre. Nella stalla, il bue e l’asino portano un po’ di calore; a terra una cesta con il pane, un candido tovagliolo il semplice pasto dei poveri…e gli attrezzi da lavoro…l’ umile lavoro dei poveri

 

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TRA ARTE E POESIA 

L‘Annunciazione” di Fra’ Giovanni meglio conosciuto come Fra Beato Angelico per la sua Arte carica di Misticismo.
” nel grembo umido, scuro del tempio, l’ombra era fredda, gonfia d’incenso, l’angelo scese come ogni sera ad insegnarmi una nuova preghiera: poi d’improvviso mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese: “Conosci l’estate” io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento… “Non temere Maria, hai trovato Grazia presso il Signore e per opera sua concepirai un figlio…”…poi vidi l’angelo mutarsi in cometa e i volti severi divennero pietra…. Voci di strada, rumori di gente, mi rubarono al sogno per ridarmi al presente….; sbiadì l’immagine, stinse il colore, ma l’eco lontana di brevi parole ripeteva di un angelo la strana preghiera, dove forse era sogno ma sonno non era: “Lo chiameranno figlio di Dio” parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre…”
Da “Il sogno di Maria” (“La buona novella”) di Fabrizio de Andrè.

 

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Prepariamoci al Natale con la bellezza dell’Arte… 

…iniziamo da questa meravigliosa opera che si trova a Firenze agli Uffizi!
 
Simone Martini:” l’Annuncio a Maria nello splendore di una cattedrale gotica”…. É una “Pala d’Altare” un grande dipinto su tavola che veniva posto sopra l’altare della chiesa. Rappresenta il momento dell’Annunciazione quando l’arcangelo Gabriele giunge dal Cielo: le sue ali sono ancora aperte e il manto é svolazzante. Saluta Maria e possiamo leggere le sue parole che escono dalla bocca: “Ave Maria, Grazia Plena…” Tiene in mano un ramoscello d’ulivo e alza la mano per iniziare a parlare… Maria é seduta su un trono stava leggendo…ma chiude il libro… É sorpresa e spaventata dall’apparizione del messaggero celeste, si ritrae e cerca di proteggersi con il lembo del suo mantello. Al centro un vaso di gigli bianchi, in alto dei Cherubini con la colomba dello Spirito Santo. Lo sfondo rappresenta il Sacro, il Divino, una realtà superiore da Adorare…

Rubriche di Sergio Santilli

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Telescopi spaziali
Il James Webb Space Telescope

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Increspature negli anelli rivelano la
natura del nucleo di Saturno

Un mastodontico frappè
di elementi diversi

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Un mistero del cosmo

La Materia Oscura (Dark Matter)
Esiste, ma non si vede.
Tiene insieme miliardi di stelle nelle galassie.

 

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Il 2020: SOLO UN ANNO DI GUAI? 

Anche se la maggior parte di noi lo vede come “fumo negli occhi”, quest’anno ha portato qualche gradevole sorpresa in ambito scientifico.
La più interessante è la scoperta di acqua sulla luna annunciata lo scorso ottobre dalla NASA, che gestisce SOFIA (Osservatorio Stratosferico per l’Astronomia Infrarossa), un telescopio montato su un jumbo jet.
Proprio questo peculiare strumento ha rilevato la presenza della radiofrequenza tipica delle molecole d’acqua sulla superficie lunare all’interno del cratere Clavius.
Caso vuole che Clavius sia il luogo scelto da Stanley Kubrick per collocare la base lunare statunitense nel film 2001 Odissea nello Spazio del 1968.
Dunque nel cratere “simbolo” di Kubrick c’è acqua, anche se non si capisce affatto come possa esserci, dato che l’acqua sulla superficie lunare – non essendo questa protetta da un’atmosfera – dovrebbe perdersi immediatamente nello spazio.
Chissà mai che gli USA non scelgano davvero quel posto per costruirci una base lunare nei prossimi anni?

 

 

Le Rubriche di Costantino Truppi

Napoli: Maria D’avalos:
Una tragica storia d’amore e  mistero

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Peppe Navarra, “il re di Poggioreale”

Il Museo del Tesoro di San Gennaro raccoglie donazioni ed ex voto offerti al patrono da sovrani, pontefici, nobili e popolo nell’arco di sette secoli: documenti, paramenti, reliquiari, opere e oggetti d’arte sacra estratti dall’ingentissimo e celebre Tesoro di San Gennaro, che prima erano custoditi dalla Deputazione fondata nel 1527. Infatti il Tesoro non è proprietà della Curia o del Vaticano, ma fa parte della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, che è proprietà della città di Napoli.

È più ricco del tesoro della corona d’Inghilterra e del tesoro dello zar (Nelle immagini la collana e la mitra gemmata di San Gennaro, di valore inestimabile).

C’è un episodio che non molti conoscono. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, il Tesoro fu portato in Vaticano per proteggerlo sia dalle bombe, sia dai furti, ma, terminata la guerra, il papato non ne voleva proprio sapere di restituirlo alla città di Napoli, che come detto ne è proprietaria.

Le motivazioni ufficiali facevano riferimento al grande valore della collezione e ai rischi del suo trasporto in una situazione dove, per la povertà e la fame derivanti dalla guerra, il numero di banditi era molto alto. Nella sostanza invece, è plausibile anche la volontà di tenere nel Vaticano quei preziosi di immenso valore.

Dopo i vari rifiuti alle continue richieste dell’arcivescovo di Napoli Alessio Ascalesi, Peppe Navarra, un cosiddetto guappo, detto “il re di Poggioreale” (Poggioreale è un quartiere di Napoli, sovrastato da una collina, dove il sovrano andava a cacciare, da cui il nome; oggi invece il quartiere è noto perché vi è ubicato un carcere e la collina ospita vari cimiteri), decise di prendere in mano la situazione e ottenne da Ascalesi due autorizzazioni scritte, affinché potesse caricare il Tesoro e portarselo via. Giunto a Roma assieme al novantenne principe Stefano Colonna di Paliano, il boss Navarra lo caricò con le sue mani, letteralmente, pezzo per pezzo, sui suoi mezzi e partì per Napoli, dopodiché si perse ogni sua traccia e non si ebbero più notizie di lui. Tutti erano convinti che Navarra lo avesse rubato e critiche e malcontento serpeggiavano in tutta Napoli, tutte le ricerche effettuate in larghe aree del Lazio e della Campania furono inutili, finché il 5 gennaio 1947 arrivò nella città un telegramma contenente la richiesta di informare i napoletani che il giorno seguente il Tesoro sarebbe stato riconsegnato.

Il 6 gennaio Peppe Navarra fece ingresso a Napoli, dopo dieci mesi, restituendo il Tesoro integro e intatto, spiegando che per evitare intoppi e rischi aveva dovuto fare un lungo giro, praticando strade secondarie e poco battute. Rifiutò ogni ricompensa, anche da parte dell’arcivescovo Ascalesi, chiedendo soltanto di essere ricordato come colui che aveva riportato il Tesoro a casa, con la preghiera di poter baciare l’anello del santo e di dare il denaro ai poveri (Nell’immagine, Ernest Borgnine, che nel 1961 interpretò in un film Peppe Navarra).

Ma perché Navarra era detto “Il re di Poggioreale”?

Perché una volta comprò tre sedie dorate, una per sé, la più grande, e le altre due per la moglie e il figlio, seduti sulle quali ricevevano la gente bisognosa che chiedeva aiuto, persone che spesso egli sfamava, soprattutto in tempo di guerra. Il modo preciso in cui riusciva ad aiutare tutti è poco noto; è generalmente riconosciuto che derubasse l’esercito alleato e che facesse del contrabbando, comportandosi un po’ come un Robin Hood partenopeo. In ogni caso non aveva nulla a che vedere con la figura del camorrista moderno, violento, avido e senza scrupoli.

 
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“Vedi Napoli, poi muori…E POI RINASCI!”
 
Amate Napoli e vorreste conoscerne i segreti? non ci siete mai stati e vi incuriosice? sapete per sentito dire che Napoli è famosa per i suoi presepi? allora perché non avvicinarsi a questa magica città sotto la guida di un napoletano doc?
Costantino vi aspetta per iniziare questo interessante percorso proprio con due incontri dedicati esclusivamente al presepio
NAPOLI: ITINERARI, STORIE, TRADIZIONI 
“Un proverbio sostiene che un saggio più impara, più si accorge di non sapere. Io amo Napoli e ogni volta che la visito scopro qualcosa di nuovo, ma con saggezza posso anch’io affermare che non la conoscerò mai del tutto, perché troverò sempre un vicolo, un angolo, che mi riserverà una sorpresa che mi lascerà senza fiato”
(da un “lucchetto dell’amore” nella Stazione)
Abbiamo dovuto interrompere bruscamente il nostro itinerario nella Città, ma per fortuna Napoli è fonte inesauribile di sorprese, come ha scritto lo sconosciuto visitatore del “lucchetto dell’amore”; quindi nessun Virus riuscirà mai a soffocare il desiderio di conoscerla.

Prima di Natale, due incontri saranno dedicati alla magia del presepe. Poi gli itinerari ci condurranno in luoghi ricchi di fascino, antichi e moderni. Alcuni sono meno conosciuti, ma per questo più sorprendenti, perché scopriremo che non hanno nulla da invidiare ai luoghi più noti. Uno degli itinerari sarà speciale: un’escursione fuori Città, nell’incantevole isola di Procida, Capitale italiana della cultura per l’anno 2022.

 

Il presepe (prima parte)
• Il presepe (seconda parte)
• La Chiesa di San Giovanni a Carbonara: una sorpresa
• I trasporti e le famose “Stazioni dell’Arte” della metropolitana (prima parte)
• Le “Stazioni dell’Arte” (seconda parte)
• La basilica di San Domenico Maggiore: storia, arte e cultura
• Procida: Capitale italiana della cultura 2022

• Il Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore: secoli di storia

 

Storia millenaria, aneddoti, segreti misteriosi e tradizioni accompagneranno la descrizione; daranno anima e cuore ai siti incontrati. Proiezioni di slide ci immergeranno nei luoghi e completeranno il racconto, lasciando il desiderio di fare un vero viaggio in questa Città che attrae tutti, anche se a volte non lo confessano.
 
 DOCENTE     Costantino Truppi
 PROGRAMMA LEZIONI     Quindicinale  (8 incontri)
 GIORNO E ORARIO     Mercoledì 16:30  –  17:30
DATE MENSILI     Dic. 01 – 15   Feb. 16
  Mar. 02-16-30   Apr. 13   Mag. 04

 

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PADRE ROCCO E IL PRESEPE

Visse nel Settecento a Napoli, e vi morì nel 1782 a 82 anni, un monaco domenicano molto conosciuto e amato fra la gente del popolo; questo monaco si chiamava Padre Gregorio Rocco. Come scriveva Alexandre Dumas, era più potente a Napoli del Sindaco, dell’Arcivescovo e anche del Re.

Si dedicò completamente alla povera gente, con opere di assistenza e apostolato. Ogni anno, per quasi cinquanta anni, ai primi di dicembre, girava instancabilmente per le povere case, esortando le famiglie ad allestire un presepe in occasione del Natale. A lui soprattutto si deve l’estensione di questa usanza nelle abitazioni, oltre che nelle chiese. Con lui l’immagine della Natività non fu più una ricostruzione inserita a Betlemme, ma si integrò con le scene di vita quotidiana a Napoli: l’osteria, la lavandaia, etc.; così nacque il presepe come lo intendiamo oggi.

Fu consigliere di Re Carlo III di Borbone, che lo teneva in grande considerazione; gli fece realizzare opere pubbliche importanti a vantaggio dei poveri. Convinse anche Il Re a preparare un presepe; anzi, il Re si appassionò a quest’arte e coinvolse tutta la sua corte; quindi, se lo faceva il Re… Da una testimonianza dell’epoca: “Il giovane Carlo ogni anno con le regie proprie sue mani facea il presepe, al quale era devotissimo, aiutato dalla Regina sua sposa, Maria Amalia di Sassonia, che occupavasi nel fare gli abiti, da vestirne i pastori“.

Così per emulazione il presepe si diffuse anche fra i nobili. Il presepe del Settecento fu il cosiddetto presepe cortese o di corte, per distinguerlo dal presepe di chiesa: infatti assunse una connotazione diversa. Diventò un’esperienza mondana e laica, un divertimento, un gioco alla moda della corte e dell’aristocrazia, un impegno di élite, al quale ci si dedicava nelle ore “sfaccendate“. Inoltre il contrasto tra i nobili del seguito dei Magi e i lazzari, i cosiddetti “cafoni”, è spinto ai limiti del grottesco. Si deride il gran numero di emarginati, di “diversi”; a questi emarginati si paragonano i nobili del corteo regale, figure che esaltano e decantano la propria condizione sociale. In definitiva allestire il presepe diventò un hobby, a metà strada fra cristiano, pagano e magico. Nei presepi di chiesa invece non si vedeva nulla di simile: infatti la chiesa rifiutò questi teatrini profani.

Tornando a Padre Rocco, bisogna dire però che fra il Re e il frate non ci fu sempre accordo. Nel 1734 il Re voleva legalizzare il gioco del Lotto, che era clandestino, per ricavarne utili, ma il frate si oppose e scoppiò una violenta disputa. Padre Rocco, legato al Re da un rapporto di amore – odio, sosteneva che non era giusto introdurre un “così ingannevole e amorale diletto” in un paese cattolico. Alla fine il Re la spuntò, a un patto: nella settimana del Natale sarebbe stato sospeso, per non distrarre il popolo dalle preghiere. Ma la gente si organizzò ugualmente: i novanta numeri furono messi in panarielli di vimini e si disegnarono numeri sulle cartelle; così il gioco pubblico divenne di famiglia e prese il nome di tombola, dal capitombolo che faceva il numero nel cadere sul tavolo dal panariello.

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