Le rubriche di Christian Alberto Polli

Le rubriche di Christian Alberto Polli

La Restaurazione e il tempietto di Moncucco

Ritornati gli austriaci nel 1815, la Lombardia venne inquadrata nella nuova entità politica del Regno Lombardo-Veneto. Il territorio brugherese, nonostante il ritorno all’ordine e alla legittimità voluto dal Congresso di Vienna, non subì modifiche dal punto di vista sociale ed economico: i grandi proprietari terrieri “laici” nati sotto l’epopea napoleonica mantennero infatti le loro proprietà. Per quanto riguarda l’aspetto invece strettamente amministrativo, la nostra comunità rimase frazionata sempre tra le comunità di Cernusco sul Naviglio (al cui territorio apparteneva la Cascina Increa), quella di Monza e quella di Vimercate. Erano inoltre sorti dei Comuni gestiti dai notabili, quali per esempio quello di Moncucco, quello di Cassina Baraggia e quello di San Damiano. Il fatto più rilevante però per la prima metà del XIX secolo risultò il tentativo, da parte dei proprietari terrieri, di formare un solo Comune unitario a partire da quelli già esistenti, segnando l’inizio del Risorgimento brugherese. Paradossalmente, il tentativo questa volta fu bocciato dal governo austriaco nel 1819, in quanto «dovrebbero essere alterati il compartimento territoriale e le tavole del censo e lo stato di attività e passività di diversi comuni» (Brugherio, storia sociale ed economica, p. 90). A fianco di questi travagli istituzionali, è fondamentale segnalare una delle iniziative che porteranno alla nascita di uno dei simboli della nostra città, ossia la “ricostruzione” di quello che comunemente è chiamato il Tempietto di Moncucco, rivestito di patina neoclassica all’esterno e all’interno arricchito dai suoi preziosi medaglioni. Delineato in modo ineccepibile da Laura Valli e da Calogero Cannella nei suoi sviluppi storici e nell’analisi artistica, in questa sede se ne ricorderanno succintamente le vicende. L’architetto milanese Giocondo Albertolli intervenne immediatamente per salvare la chiesa del convento francescano di Lugano dalla distruzione cercando un “patrono” che permettesse il trasferimento di quella chiesa in territorio lombardo. Il conte Gianmario Andreani accettò di sobbarcarsi le spese, chiedendo all’Albertolli di adattare la chiesa, di ispirazione rinascimentale con influssi bramanteschi e leonardeschi, ad uso privato come cappella gentilizia e di porla sul terreno dove sorgeva precedentemente un oratorio dedicato a San Lucio Papa: da qui il perché si chiama ufficialmente chiesa di San Lucio. Pertanto nel 1816 iniziarono i complessi lavori di “trasporto” del materiale che da Lugano sarebbe giunto via terra fino a Como, poi via lago fino a Lecco e da lì, imboccato prima l’Adda e poi il Naviglio della Martesana, sarebbe approdato finalmente al porto del “Mattalino”, situato al confine tra Milano e Cologno. Da lì il materiale sarebbe giunto fino alla Villa di Moncucco. Gianmario non vide la fine dell’opera di ricostruzione, che sarebbe terminata solo nel 1832.

 
 
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(Dalla pagina Facebook “Dante con noi”)
DANTE CON NOI

 

La morte di Dante

 

Sotto: La morte di Dante, di Eugenio Moretti Larese
Cino da Pistoia fu l’ultimo esponente, in ordine cronologico, del dolce stilnovo. Giurista, amico di Dante e poi del giovane Petrarca, Cino compose nel 1321, in occasione della morte di Dante che si ricorda nella notte tra il 13 e il 14 settembre, questa canzone in cui dichiara morta la poesia, l’acme che la lingua volgare toccò con il poeta fiorentino e prega per l’anima di Dante perché possa ricongiungersi con l’amata Beatrice.

“Su per la costa, Amor, dell’alto monte,
Drieto allo stil del nostro ragionare,
Or chi potrìa montare,
Poi che son rotte l’ale d’ogni ingegno?
I’ penso ch’egli è secca quella fonte,
Nella cui acqua si potea specchiare
Ciascun del suo errare,
Se ben volem guardar nel dritto segno.
Ah vero Dio, che a perdonar benegno
Sei a ciascun che col pentir si colca,
Quest’anima, bivolca
Sempre stata e d’amor coltivatrice,
Ricovera nel grembo di Beatrice.
Quale oggi mai degli amorosi dubi
Sarà a’ nostri intelletti secur passo,
Poi che caduto, ahi lasso!,
È ’l ponte ove passava i peregrini?
Ma ’l veggio sotto nubi:
Del suo aspetto si copre ognun basso;
Sì come ’l duro sasso
Si copre d’erba e tal’ora di spini.
Ah dolce lingua che con tuoi latini
Facei contento ciascun che t’udìa,
Quanto dolor si dia
Ciascun che verso Amor la mente ha vôlta.
Poi che fortuna dal mondo t’ha tolta!
Canzone mia, alla nuda Fiorenza
Oggi ma’ di speranza, te n’andrai:
Di’ che ben può trar guai,
Ch’omai ha ben di lungi al becco l’erba.
Ecco: la profezia che ciò sentenza
Or è compiuta, Fiorenza; e tu ’l sai.
Se tu conoscerai
Il tuo gran danno, piangi, che t’acerba:
E quella savia Ravenna, che serba
Il tuo tesoro, allegra se ne goda,
Che è degna per gran loda.
Così volesse Dio, che per vendetta
Fosse deserta l’iniqua tua setta.”

 

 

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Brugherio e la parentesi  franco-napoleonica

Il tranquillo e calmo ambiente arcadico-illuminista fu letteralmente spazzato via con l’arrivo di Napoleone Bonaparte nel 1796 e l’instaurazione della Repubblica Cisalpina, una delle cosiddette “Repubbliche sorelle” di quella rivoluzionaria francese. Scacciati gli austriaci, i francesi provvidero a mettere in atto una radicale riorganizzazione amministrativa del territorio amministrativo da un lato e, dall’altro, ad esportare gli ideali di uguaglianza, fraternità e libertà propri della rivoluzione d’oltralpe. In primo luogo, la creazione dei dipartimenti: l’attuale territorio brugherese fu posto sotto l’egida del Dipartimento dell’Olona, con capitale Monza la quale, quando fu creato il Regno d’Italia (1805-1814), divenne sede di villeggiatura e della mondanità grazie alla presenza del Viceré Eugenio de Beauharnais e della moglie Augusta di Baviera. In secondo luogo, i francesi continuarono in modo più radicale l’opera di Giuseppe II d’Asburgo dell’espropriazione dei beni ecclesiastici disseminati sul territorio.

Per quanto riguarda Brugherio, o meglio “Brugherio di Sant’Ambrogio delle Monache” (con riferimento alle monache di Santa Caterina alla Chiusa di Milano che avevano in gestione la chiesetta e il cascinale), la situazione non fu differente da Milano o da Monza. I beni di queste religiose, che erano tra le maggiori proprietarie fondiarie del nostro territorio, furono espropriati, permettendo così alla nuova classe borghese e alla vecchia aristocrazia di “spartirsi” i beni ecclesiastici e di poter così affermare nuovi poteri locali all’interno della comunità: saranno i “vecchi notabili” del Risorgimento e dell’Italia liberale, come i Veladini, i Sormani-Andreani, gli Ottolini, i Napollion, i Noseda e molti altri. In particolar modo, chi si arricchì di nuovi terreni fu Gianmario Andreani (il fratello dell’esploratore Paolo) il quale annesse ai suoi possedimenti i beni delle cascine Moia, Torazza, Casecca, San Cristoforo, San Bernardo, la Cassinazza e altro ancora.

Per quanto riguarda invece le notizie di “cronaca”, queste sono scarse e frammentate. Si sa che i francesi, nel 1799, saccheggiarono le cascine della zona requisendo i beni di prima necessità ai contadini. Questi ultimi, già gravati dalle tasse, furono costretti a pagare una nuova tassa, quella del “millione Tornese”, andando così a gravare ulteriormente sullo stato di miseria della povera gente. D’altro canto, però, ci furono delle novità nel campo dell’istruzione: come ha raccontato la memoria storica locale, ossia la signora Anna Sangalli Beretta, nel 1809 a Baraggia aprì una scuola con una sola classe maschile che doveva frenare il dilagare dell’analfabetismo. È il primo accenno all’istruzione del nostro territorio che verrà portato avanti al ritorno degli austriaci nel 1815.B

 

 

 

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Il volo dell’avventuriero esploratore Paolo Andreani

La magia del volo, il piacere della scoperta, la razionalità propria dell’Illuminismo e al contempo la voglia di infinito tipica del Romanticismo si sono incarnati in un nobiluomo milanese del ‘700 che ha solcato i cancelli del XIX secolo entrandovi a pieno diritto: sto parlando del conte Paolo Andreani (1763-1823). La sua figura, magistralmente raccontata dal ricercatore locale Giuseppe Sardi, verrà qui succintamente rievocata, talmente è vasta la portata storica delle sue iniziative. Orfano in tenerissima età, Paolo crebbe insieme al fratello maggiore Gianmario il quale, nel 1779, comprò da Giuseppe Bolaños la tenuta di Moncucco. Già dalla giovinezza, però, Paolo non si limitò ad alternare la sua residenza tra Milano e la villa di campagna: Francia e Austria furono alcune delle sue mete, ove spese grandi somme al gioco. Dotato di mente vivacissima, il “contino” si appassionò alle ricerche scientifiche proprie del secolo dei Lumi, in particolare alla neonata scienza aerostatica avviata in Francia dai fratelli Montgolfier nel 1783. Desideroso di emulare anche lui l’impresa, si mise d’accordo con due ingegneri, i fratelli Gerli di Milano, perché realizzassero anche loro un pallone aerostatico. La voce si diffuse per tutta Milano e giunse anche agli orecchi dell’imperatore Giuseppe II che, in quei mesi, si trovava nel capoluogo lombardo. Quando seppe dell’intenzione del giovane conte di innalzarsi in volo e di essere stato invitato all’evento pubblico, però, l’imperatore ordinò al conte Wilczek di evitare che quest’evento accadesse, temendo il peggio. I fratelli Gerli, all’ultimo, diedero infatti forfait e l’Andreani dovette chiedere aiuto a due brugheresi, Giuseppe Rossi e Gaetano Barzago, di aiutarlo nell’ascesa verso il cielo. La prova avvenne con successo dal giardino della villa di Moncucco il 13 marzo 1784, alla presenza di tutta l’aristocrazia di Milano (vi era presente anche Pietro Verri) e del parroco di Brugherio don Paolo Antonio De Petri. La mongolfiera si elevò sopra i campi della Martesana fino ad atterrare, in modo un po’ spericolato, su di un gelso nella Cascina Seregna di Caponago. Quello che raccolse alla Scala l’Andreani fu un trionfo e anche Giuseppe Parini esaltò il coraggio del giovane “Icaro”. Le sue imprese, però, non si conclusero con il volo “brugherese”. Nel corso degli anni successivi, infatti, si aprì per l’argonauta dei cieli il sipario americano, dove entrò in contatto con Thomas Jefferson e con l’élite politica della giovane repubblica statunitense. Dalla east coast esplorò, per primo, l’interno del continente americano, studiando e riportando gli usi e i costumi dei nativi che gravitavano intorno alla regione dei Grandi Laghi. Dopo una vita di avventure (visitò anche i Caraibi tra il 1810 e il 1812), Paolo si stabilì a Nizza nel 1817 ove morì, in condizioni di povertà, l’11 maggio 1823.

 

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‘700: Monza un cappellificio e Brugherio per villeggiatura

 

Siamo giunti nel ‘700. Gli spagnoli, con il trattato di Utrecht del 1714, persero la Lombardia a favore degli austriaci che la detennero fino al 1796, anno dell’arrivo di Napoleone. In questo lasso di tempo Carlo VI e, soprattutto, la figlia Maria Teresa poi, operarono per il bene della provincia lombarda, che divenne il teatro delle riforme illuministiche adottate, in primo luogo la revisione del codice legislativo e la promozione delle arti e delle scienze. Anche Monza cambiò padrone: i De Leyva nel 1648 vendettero il feudo per una grossa somma alla famiglia di imprenditori dei Durini i quali, nel corso del secolo dei Lumi, diedero respiro all’economia monzese rendendola un centro di cappellificio. E Brugherio? Brugherio nel ‘700 e per buona parte dell’800 fu un ricercato centro di villeggiatura da parte delle famiglie nobili milanesi le quali, per ricercare riparo dalla calura cittadina, si spostavano verso la campagna: gli Andreani e i Cornalia erano solo alcune di queste famiglie che possedevano delle ville destinate non soltanto agli ozi dell’aristocrazia ma, come ricorda Indro Montanelli, anche alla produzione agricola e quindi all’economia di mercato. Si cominciò dunque a profilare una più chiara stratificazione sociale all’interno del nostro territorio: non solo contadini, ma anche aristocratici. Un quadro ben dettagliato della zona ce lo dà, sul finire del secolo, don Antonio De Petri, parroco di Brugherio dal 1778 al 1819. Questi, volendo emulare l’opera storiografica del canonico monzese Francesco Frisi, cercò anche lui di delineare le ville, le cascine e il piccolissimo cuore di quella che sarebbe diventata la nostra città nel tentativo di “fotografare” in un’istantanea quasi impressionista la sua parrocchia per i secoli a venire. Ed è un racconto prezioso e ricco di informazioni che attesta la presenza della bella società milanese che, durante i mesi autunnali, si riuniva nella nostra città. Così infatti riporta il parroco nell’introduzione: «Vi abbondano […] nobili abitazioni in cui villeggiano li molti possessori, tra i quali è diviso quel territorio, onde nella stagione autunnale vi si unisce una società assai maggiore di quella che da un sì piccolo paese si dovrebbe aspettare». Nel frattempo, questa aristocrazia così illuminata favorì anche un mecenatismo di tipo religioso: il nostro campanile, così particolare tra quelli della Brianza e della Martesana, fu realizzato per volontà del conte Carlo Bolaños, importante uomo di Stato di origini spagnole, e del marchese Pallavicini tra il 1751 e il 1771. Nonostante ciò, l’aristocrazia non si dimostrò sempre lungimirante: il governo austriaco, nel 1721, tentò di unificare amministrativamente il territorio in un’unica entità locale, ma vi si opposero i Durini i quali, avendo numerosi possedimenti sul lato confinante con Monza, non volevano perdere gli introiti che questi possedimenti garantivano loro.

 

 

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La giovinezza di Dante

Dante, come sappiamo, nacque a Firenze nel 1265 da Alighiero di Bellincione, una specie di commerciante/usuraio che dovette morire nella prima giovinezza del poeta, e da Bella degli Abati, morta sicuramente quando Dante era molto piccolo se non addirittura nel darlo alla luce.

Si sa che nacque in quell’anno grazie alla testimonianza di Giovanni Boccaccio che, saputolo da un amico ravennate del poeta, lo trascrisse nel suo “Trattatello in laude di Dante”: una vera miniera d’oro per avere informazioni sul nostro poeta. Ma quando nel 1265? Questo ce lo dice direttamente il nostro poeta nel canto XXII del Paradiso: nella costellazione dei gemelli, costellazione che genera uomini dotti e di alte virtù (e qui Dante un po’ se la tira, diciamocelo…).

Fu battezzato nel suo “bel battistero di San Giovanni”, come lo ebbe a definire, il 27 marzo del 1266 insieme a tutti i nati dell’anno precedente (ricordiamoci che per i fiorentini l’anno iniziava il nostro 25 marzo, per cui fu battezzato quasi il giorno di capodanno della città toscana).

Educato secondo lo status proprio di un rampollo di una famiglia agiata, il piccolo Dante fu mandato a studiare presso un grammatico (che gli insegnava a leggere, scrivere e far di calcolo) e poi, quando fu adolescente, presso il celebre letterato e giurista ser Brunetto Latini, che gli insegnò l’ars dictaminis, ovvero l’arte di esprimersi in pubblico e di scrivere lettere pubbliche, ovvero d’ambito politico-diplomatico. Ma Dante non si limitò a studiare quelle materie: la Divina Commedia e le altre sue opere sono pregne dei grandi classici latini (non conoscevano ancora direttamente quelli greci, per questo bisognerà aspettare il XV secolo), di filosofia aristotelica (sulla base della quale modellerà il mondo della Commedia), di astrologia, di matematica, cosmologia e dei più recenti modelli letterari allora in voga (verrebbe da dire “anni di studio matto e disperatissimo”, vero Leopardi?).

Difatti Dante cominciò a scrivere poesie d’amore secondo lo “stilo della loda” per lodare, appunto, una giovane di casa Portinari di poco più piccola di lei, Beatrice, la quale sarà di ispirazione per la nascita di un libro il cui titolo è tutto un programma: “La Vita nova”, ossia una vita rinnovata dall’amore tutto spirituale per la giovane donna presentata come un angelo disceso dal Cielo a portare beatitudine. “Lo stilo della loda” non fu però un’invenzione dantesca, quanto semmai una sua perfezione di un modello già originario. Alcuni giovani fiorentini quali Lapo Gianni e Guido Cavalcanti avevano forgiato un nuovo modo di fare poesia, basato sulla dolcezza delle parole e sulla musicalità, sulla presentazione della donna amata come signora sovrannaturale. Ecco la genesi di quello che verrà chiamato dagli storici della letteratura, basandosi su quanto un poeta toscano precedente, Bonaggiunta Orbicciani, ebbe a definire “dolce stil novo”, proprio perché differente rispetto alle rime “aspre” dei compositori precedenti.

Ma Dante non fu soltanto un intellettuale e un giovane innamorato: fu anche un soldato. Nella guerra contro Arezzo (ricordiamoci che i toscani e più in generale gli italiani sono molto “campanilistici”) Dante fu chiamato a prendere le armi (era abbastanza ricco per permettersi armatura e cavallo) per partecipare alla battaglia di Campaldino del 1289: aveva 24 anni, e probabilmente già sposato con Gemma di ser Manetto Donati. Secondo quanto attesta una lettera perduta ma letta dal cancelliera della Repubblica Fiorentina Leonardo Bruni nel XV secolo, Dante ebbe grande paura ma non si comportò da vigliacco: fece la sua parte e coi fiorentini vinse la ghibellina Arezzo.

Insomma, non poco per un giovane fiorentino, orfano molto giovane, profondamente studioso che, già nel fiore della giovinezza, scrisse quel piccolo capolavoro che è la Vita Nova. Il seguito lo vedremo in una prossima puntata. A presto, amici.

 

 
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“Siete voi qui, ser Brunetto?”: Dante e l’omosessualità nel Medioevo

Siamo ormai sul sabbione ardente, rigato soltanto dal fiume Flegetonte, dove vengono puniti i violenti contro Dio, nel VII cerchio. Nello specifico, il canto XV si occupa dei violenti contro natura, ovvero coloro che si macchiarono in vita del peccato di Sodoma e Gomorra: i sodomiti. Gli omosessuali, in sostanza, sono posti da Dante in questo sabbione ardente dove sono costretti a correre per l’eternità puniti dal fuoco che cade loro sulla testa e dalla temperatura elevatissima del terreno che calpestano. Una piaga davvero terribile. Se qualcuno di loro, come spiegherà il protagonista di questo canto, si fosse fermato, sarebbe stato costretto a rimanere fermo per un secolo in quel luogo, subendo ancor di più la già tremenda tortura.

I due poeti Dante e Virgilio stanno camminando lungo gli argini del Flegetonte, unica area risparmiata dalla terribile calura quando, all’improvviso, un’anima si rivolge a Dante in modo meravigliato per la presenza di quello che fu suo pupillo a Firenze: è il politico e letterato Brunetto Latini. Dante, faticando inizialmente nel riconoscere l’antico maestro a causa dell’arsura del volto, rimane anch’egli stupito di trovarsi davanti colui che gli insegnò l’ars dictaminis (ovvero l’arte di scrivere e tenere discorsi politici) proprio nel girone dei sodomiti. Il tono del colloquio è affabile e incentrato sul rispetto da parte dell’ex allievo nei confronti dell’antico maestro, disposto ancora a dispensare dei consigli quali il tenersi lontano dall’invidia dei fiorentini ma prevedendogli anche lui la futura via dell’esilio, esattamente come fecero Ciacco e Farinata. Un altro canto “politico”, insomma, in cui Dante, vero discendente dei romani che fondarono Firenze dopo aver distrutto la vicina Fiesole, rischia di ritrovarsi fagocitato tra i guelfi bianchi e i guelfi neri, discendenti invece dei fiesolani inurbatisi successivamente nella colonia romana, che vogliono fargli del male. Insomma, un’altra batosta per il povero Dante “personaggio” cui verrà svelato il significato ultimo di queste profezie “post eventum” soltanto dall’amata Beatrice.

Che cosa ci insegna questo canto, forse non tra i più conosciuti dell’Inferno? In primo luogo, l’atteggiamento di Dante. Brunetto Latini non è il primo dannato a mostrarsi gentile nei confronti del poeta (ricordiamoci di Francesca da Rimini), ma Dante, davanti ad un “crimine” così nefando come l’atto omosessuale, si mostra e si mostrerà (nel successivo canto) estremamente benevolo e pietoso verso la condizione di queste anime. Il velato rimprovero espresso dalla domanda “Siete voi qui, ser Brunetto?” esprime piuttosto la meraviglia di trovare un’anima così nobile in un luogo come l’inferno: non si sa come Dante abbia saputo dell’omosessualità del Latini, ma probabilmente giravano delle voci riguardo al suo conto già quando il poeta era un adolescente. Un atteggiamento benevolo che susciterà la costernazione dei primi commentatori della Commedia quando, nel corso del XIV secolo, le punizioni e l’ostracismo nei confronti dei sodomiti aumentarono notevolmente.

Ne consegue un altro spunto di riflessione: l’atteggiamento di noi moderni davanti alla punizione della pratica omosessuale. Lo spazio è troppo poco per riflettere attentamente riguardo a questa tematica ma, di sicuro, chiunque non abbia delle basi di medievistica e di dottrina cristiana di quel periodo potrebbe insorgere in nome dei diritti degli omosessuali. Oggi la Chiesa ha posizioni più morbide nei confronti di queste persone (se si pensa che nel Medioevo e nel primo rinascimento v’erano inquisizioni, torture e roghi nei confronti degli omosessuali) e, a mio giudizio, sembra che Dante in questo dimostri grande modernità, per l’ambiente in cui s’è trovato a crescere. Durante il discorso con Brunetto dimostra di dividere sapientemente il peccato dal valore della persona che ha dinnanzi, ossia di dividere, come insegna il Vaticano II, il peccato dal peccatore. E questo è un atteggiamento straordinariamente moderno da parte del nostro Dante che si rivela ancora una volta sempre più vicino a noi.

 

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La peste, San Carlo e la quota di Sant’Albino

Cari lettori, siamo giunti ormai nel pieno del XVI secolo. L’Italia è ormai preda dei conquistatori spagnoli che, con la pace di Cateau-Cambresis del 1559, sancirono il loro predominio sulla penisola italiana. Il Ducato di Milano toccò al diretto governo degli spagnoli che vi rimasero a lungo, dal 1559 appunto al 1714. La loro amministrazione fu deleteria per una ricca regione quale era la Lombardia: si rileggano a tal proposito le pagine de “I promessi sposi” del Manzoni.                                                           Il nostro territorio, d’altro canto, nel corso della seconda metà del ‘500, fu legato alla figura del grande arcivescovo riformatore Carlo Borromeo (1564-1584). Da un lato il suo nome è collegato nella memoria alla triste epidemia di peste che colpì Milano e il territorio circostante nel 1576-1577, durante la quale cercò di portare sollievo alla popolazione; dall’altro fu lui, nel 1578, a gettare le fondamenta per la nascita di una parrocchia e di una prima appartenenza della popolazione locale ad un ente che la riunisse in un’unica comunità. Per quanto riguardo la peste, in uno dei due volumi editi per il centenario del Comune nel 1966 intitolato “Brugherio: il suo territorio, 2000 anni di storia” (la cui autrice è stata identificata nella maestra Tina Magni), si narra di come essa sia arrivata nella nostra zona per colpa di una mercantessa mantovana che nascondeva delle piaghe che aveva sul collo. Da qui un bambino, di nome Riccardo, l’avrebbe poi portata a Brugherio: le vittime furono sicuramente numerose, ma non ci sono dati statistici che ne rivelino esattamente il tasso di mortalità.

Dopo la morte, però, la rinascita.  Nel corso delle sue numerose visite pastorali, il Borromeo giunse tra il 15 e il 16 giugno del 1578 a Brugherio dove poté constatare le difficoltà “pratiche” che la popolazione delle cascine e del nostro piccolo borgo vivevano: per ricevere o partecipare ai sacramenti, dovevano recarsi fino alla chiesa di San Giovanni Battista di Monza e ciò risultava scomodo soprattutto se si trattava di partecipare alla messa domenicale o alla somministrazione dell’unzione degli infermi.

Pertanto, su richiesta della popolazione locale, il cardinal Borromeo creò la parrocchia dedicata a San Bartolomeo agglomerandovi: Cascina de’ Bastoni, quella di Baraggia, Moncucco, Dorderio, la Guzzina, Torrazza, Ca’Secca, la Moia, San Cristoforo, Occhiate, San Damiano, la Cascina “detta di San Donato”, Bettolino, Sant’Albino e Sant’Ambrogio “delle Monache”. Soltanto nel 1582 l’arcivescovo, dietro richiesta della comunità di San Damiano, che non intendeva pagare l’annua prestazione per il parroco della piccola e povera parrocchia, diede il permesso a questa comunità di restare sotto la giurisdizione della chiesa di San Giovanni di Monza, estremamente più ricca.

La popolazione, secondo quanto ricavato dal libro “Brugherio: una città nel segno dei magi” di Luciana Tribuzio Zotti e di Giuseppe Magni, ammontava nel 1582 a 900 “anime”, ossia persone.

 
 
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DANTE CON NOI

Canto III “secondo round”: l’incontro con Caronte
«Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!» […]
(Inferno III, vv. 82-84)

La scena, dopo quella dell’Antinferno con gli ignavi, ora cambia repentinamente. La congiunzione “ed” apre un nuovo scenario sul palco della vicenda dantesca e si presenta, in tutta la sua crudezza, Caronte, il primo dei traghettatori della Commedia.

Già personaggio della mitologia classica deputato al trasporto delle anime nell’Ade pagano, qui Caronte, come molti altri personaggi e/o eroi mitologici, viene trasfigurato in un essere demoniaco al servizio eterno della volontà divina nell’adempiere ai suoi voleri («Caron dimonio, con occhi di bragia», ossia di “fuoco”, v. 109).

Ed infatti quel grido che non lascia alcuna speranza nella salvezza dell’anima doveva essere qualcosa di terribile, di terrificante non solo nell’animo dei dannati, ma anche in quello di Dante:

«Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo».
(Inferno III, 85-87)

Si nega la Salvezza («mai veder lo cielo»); Caronte ribadisce la volontà cui è preposto di condurre quella turba di anime dannate «a l’altra riva / ne le tenebre etterne», sia dove si soffre il caldo quanto il gelo – in quest’ultimo caso si riferisce all’ultimo cerchio dell’inferno, nel luogo ove regna direttamente Lucifero. L’allusione è chiara: dopo la morte corporale, a costoro non può aspettare che la morte spirituale.

La reazione delle anime? Dante sembra che dipinga, piuttosto che descrivere, la reazione di costoro alle parole di Caronte: «cangiar colore e dibattero i denti» (v. 101), prese quasi da un attacco di panico.  Poi, ormai non più “timorose” del giudizio divino «bestemmiavano Dio e lor parenti» (v.103), cioè i loro genitori e anche tutti i loro antenati per averli generati e destinati alla dannazione. Come se fosse colpa di questi ultimi se l’uomo si danna: quest’ultimo si nega la salvezza per il suo voler allontanarsi volontariamente da Dio, dalla carità e dalla fede, non pentendosi dei suoi peccati. Un ultimo barlume di peccato prima che queste anime verranno gettate nei cerchi a loro preposti.

Un quadro che duecento anni dopo Dante un altro fiorentino, il pittore Michelangelo, inquadrerà benissimo nel suo Giudizio universale nella Cappella Sistina, come potete osservare dalla foto.

E Dante? Il dialogo tra lui e Caronte avviene prima della reazione delle anime, che ho posticipato per una questione di maggiore ergonomicità. Caronte, davanti a Dante, non sembra stupito nel vedere un’anima viva tra le anime dei defunti. Il traghettatore, piuttosto, continua a parlare per autorità e gli intima di andarsene, dicendo che per un’altra strada, per un altro porto giungerà alla spiaggia («per altra via, per altri porti / verrai a piaggia», vv. 91-92), in allusione a quella del Purgatorio e non a quella dell’Inferno, come riscontrato anche da un autorevole della Commedia quali furono Umberto Bosco e Giovanni Reggio. Solo l’intervento di Virgilio, l’amata guida e il duca che lo condurrà tra i meandri dell’Inferno e tra le ripide ascese del Purgatorio, farà calmare dai suoi propositi Caronte, quasi pronto ad usare la violenza contro Dante perché si allontani dal quel luogo, con la celebre terzina:

«E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”».
(Inferno III, vv. 94-96)

Grazie a Virgilio, così, Dante può salire sulla zattera di Caronte, ragguardato dal volere divino ai suoi propositi, e passare all’altra riva senza problemi. Le anime dannate, giuntevi, si sparpagliano quasi come gli uccelli per l’aria tutte pronte per andare, come vedremo, dal giudice infernale Minosse.

Non hanno più paura del giudizio come prima, in quanto «pronti sono a trapassar lo rio, / ché la divina giustizia li sprona, / sì che la tema si volve in disio». (vv. 124-126), tanto è forte la volontà giudicante divina.

Il canto si chiude con lo svenimento di Dante: preso da una grandissima paura per un terremoto insorto nelle cavità infernali il poeta, non ancora abituato ai drammi e al terrore dell’Inferno, finisce per perdere conoscenza:

«Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte […]
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l’uom cui sonno piglia».
(Inferno, III, vv. 130-131; 133-136)

 

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Il volto di Dante

Nel 2015, quando stavo redigendo la voce wikipedia su Dante Alighieri (https://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Alighieri), volli dedicarmi ad una ricerca riguardante alle fattezze del Sommo Poeta. “A che pro”, direte voi? Semplicemente per avvicinarci a colui che ci ha donato quel monumento alla letteratura universale che è la Commedia, perché possa essere ancora “Dante con Noi”.

Innanzitutto, bisogna premettere che di Dante si conosce poco in modo preciso: non si ha addirittura alcun suo manoscritto in cui si possa leggere la sua grafia! E di questo ce ne ha parlato lo storico Alessandro Barbero in una recente puntata da lui diretta. Ma di questo ne parleremo un’altra volta. Se abbiamo un’idea vaga di come potesse essere l’aspetto di Dante, lo dobbiamo all’autore del Decameron, ossia a Giovanni Boccaccio (1313-1375) che del Nostro aveva un culto a dir poco sfegatato. Scrisse, sul modello dei libelli agiografici della sua epoca, un trattato, chiamato appunto Trattatello in laude di Dante ove, al capitolo XX, Boccaccio scrive così:

«Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura […] Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso».

Il naso aquilino, il carattere malinconico e pensoso…e chi non ha in mente i ritratti di Botticelli, di Raffaello Sanzio e di Domenico Peterlini? Il primo, un Dante di profilo, dal volto anonimo, in cui spicca il suo bel nasone; il secondo, raffigurato nella Stanza della Segnatura in Vaticano, rispettivamente negli affreschi Il monte Parnaso e La disputa del Sacramento (tanto per intenderci, il Dante di quest’ultimo affresco diverrà il modello da conio per la moneta da due euro); il terzo, invece, disteso su una spiaggia con lo sguardo malinconico, corrucciato, di chi è “exul immeritus”, ossia esule immeritato dall’amata Firenze.

Questo volto di Dante ha dominato e domina tutt’ora la nostra immaginazione. Recentemente, però, Giorgio Gruppioni, antropologo dell’Università di Bologna, ha saputo ricostruire quello che doveva essere al 95% il vero volto dell’Alighieri partendo dalla ricostruzione effettuata, con metodi certamente più antichi, nel 1921. Si è scoperto che il volto di Dante, oltre ad essere diverso, mostrava quella dicotomia tra “volto fisico” e “volto psicologico” cui i vari artisti hanno attribuito al Sommo Poeta risultando (e mi cito) «privo di quel naso aquilino così accentuato dagli artisti di età rinascimentale e molto più vicino a quello, risalente pochi anni dopo la morte del poeta, di scuola giottesca».

Mi riferisco, infatti, ad un ritratto di Dante giovane situato nel Palazzo dell’Arte dei Giudici e dei Notai di Firenze (nella raccolta di immagini è l’affresco danneggiato) e realizzato, come detto prima, da Giotto o da uno dei suoi collaboratori. Il ritratto, certamente meno enfatizzato rispetto a quello dei suoi più celebri epigoni, dev’essere anche più veritiero per il presunto incontro avvenuto tra Giotto Di Bondone e Dante Alighieri, entrambi a Roma nel 1300.

 
 
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(Dalla pagina Facebook “Dante con noi”)
DANTE CON NOI

Farinata e il cerchio degli eretici

Nei “canti” precedenti…Dante e Virgilio, lasciato Ciacco e attraversato il cerchio degli avari e prodighi, si dirigono verso la palude Stigia dove li attende un altro

Disegno di William Blake (1757-1827)

traghettatore, Flegiàs. Quest’ultimo li accompagna, non senza qualche disavventura, fino alle mura della città di Dite dove una gran folla di diavoli e le tre Erinni non intendono far passare Dante dal cancello di quella città. Virgilio, vista l’inutilità della sua retorica davanti all’immobilismo delle creature infernali, viene giunto in soccorso da un angelo

che, rigido esecutore della volontà divina, fa scappare i demoni permettendo ai due pellegrini di entrare in Dite…una città popolata da sepolcri aperti e arroventati dalle fiamme.

Il canto X dell’Inferno si apre così su una landa desolata costellata da queste tombe. Sono le tombe degli eretici, dei seguaci del filosofo greco Epicuro che non credevano nell’immortalità dell’anima e che quindi sono destinati a subire questa pena. La natura strutturale del canto è basata sulla struttura bipartitica tra l’incontro di Dante con Farinata e “l’intermezzo” pseudo-ludico di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del grande amico di Dante, il poeta Guido. Tale struttura serve soprattutto per “raffreddare gli animi” tra il guelfo Dante e il ghibellino Farinata e quindi di alleggerire un tono soprattutto drammatico dal punto di vista politico con uno pseudo-ludico come quello di Cavalcante.

Ma chi era Farinata, colui che invoca Dante perché, dalla parlata, sembra essere della sua stessa città, Firenze? Ancora una volta, come Ciacco, un fiorentino, col quale discutere di politica. Farinata, ossia Manente di Jacopo degli Uberti, era nato all’inizio del XIII secolo e per due volte, nel corso dei travagliati anni a metà di quel secolo, rientrò nella città natale per due volte, dopo essere stato scacciato dai guelfi. Presentatosi come sdegnoso, altero e “magnanimo” (ossia che ha lottato per i suoi ideali fino alla fine senza compromessi), Farinata chiede a Dante chi fossero i suoi avi e, avendo saputo che erano guelfi, disse che per ben due volte li scacciò dalla città. Dante, però, in un moto di orgoglio, ribadì che se i suoi avi furono capaci di rientrare a Firenze, quelli di Farinata invece non ne furono capaci. Materiale per arrivare a toni ben più severi da ambo le parti, come sono capaci di fare solo i toscani.

Ecco allora che il Dante “autore”, per raffreddare la scena, mette in mezzo lo spirito di Cavalcante de’ Cavalcanti, anche lui accusato di eresia e per questo finito nel VI° cerchio. Ho definito scena “pseudo-ludica” in quanto il povero Cavalcante, in tutto opposto al fiero Farinata, riconosce Dante e chiede come mai Guido, suo figlio, non è con lui in questo viaggio. Dante fa per rispondergli ma suscita il dolore e la costernazione del padre quando Dante, al verso 63, utilizza il passato remoto, facendo intendere che Guido fosse già passato a miglior vita (cosa non vera nella finzione storica, in quanto Guido Cavalcanti morirà di lì a poco). Il passato remoto è dovuto al fatto che Guido Cavalcanti, noto seguace dell’averroismo e quindi non seguace del tomismo che coniuga la filosofia aristotelica con la teologia (e quindi, allegoricamente, Beatrice), non poté intraprendere il viaggio insieme a lui perché non seguace della teologia. Frainteso il senso, Cavalcante si lascia cadere nuovamente nella tomba che condivide con Farinata, facendo così riaprire il dialogo prima interrotto tra i due.

Nella seconda parte del colloquio si ha la prima, esplicita profezia post eventum. Rimasto imperturbato per il dolore di Cavalcante, Farinata dichiara che “la faccia della luna non si riaccenderà cinquanta volte che «tu [Dante] saprai quanto quell’arte pesa» (v. 81). È una caratteristica infatti dei dannati prevedere il futuro più lontano questo è possibile, per poi svanire dalla loro memoria quando diventa presente. Questa dichiarazione susciterà la paura e la costernazione di Dante, ma Virgilio lo rassicura dicendogli di attendere da Beatrice, quando la incontrerà, di sapere tutti gli eventi futuri della sua vita.

L’accusa di Farinata, però, si rivolge ancora contro Firenze: Dante riconosce che, nonostante le opposte fazioni politiche, Farinata fu l’unico, nell’esilio ad Empoli, ad opporsi alla distruzione di Firenze rispetto a tutti gli altri capi ghibellini e che per questo motivo si acquistò il titolo meritorio di “magnanimo”, nell’accezione prima spiegata. E allora come mai la sua famiglia è ancora bandita da Firenze e i fiorentini ce l’hanno ancora così in odio? Non sembra di sentire il dolore del Dante autore per la recente condanna all’esilio, dopo tutto il bene che il Nostro ebbe compiuto per la sua città d’appartenenza? La colpa di Farinata e degli Uberti? La troppo violenta vittoria da loro ottenuta nella battaglia di Montaperti del 1260 ai danni della città: poco importa che Farinata poi si spendesse per la salvezza di Firenze. Agli esiliati e ai giusti non è riconosciuta alcuna vittoria in vita e, forse, neanche dopo la morte.

 
 
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(Dalla pagina Facebook “Dante con noi”)
DANTE CON NOI
 

Il “primo” canto politico: l’incontro con Ciacco
“Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi.”
(Inferno, Canto VI, vv. 73-75)

Ormai Dante, incosciente, ha lasciato Paolo e Francesca al loro tormento per scendere ulteriormente giù nelle viscere infernali. L’aspetto del terzo cerchio è più terribile che mai: non solo la terra è putrida e dal cielo, sempre oscuro, scende «de la piova etterna, maladetta, fredda e greve» che rende il tutto estremamente nauseabondo, ma questo cerchio è affidato alla custodia del «demonio Cerbero», cane a tre teste appartenente alla mitologia pagana e anch’essa reso da Dante creatura demoniaca al servizio della volontà divina.

Superato il mostro grazie all’intervento di Virgilio (che gli lancia in bocca un po’ del putridume trovato sul suolo), Dante si ritrova circondato da una marea di dannati accasciati a terra, avviluppati nel terreno fangoso. Sono i golosi e, come loro si cibarono in modo indegno infischiandosene del grido dei poveri, così ora sono costretti a giacere quali porci in questo disgustoso ambiente. Ecco il contrappasso che Dante sceglie per questa categoria di dannati ed un monito sempre nei confronti di chi mette la gola al primo posto nella propria vita.

Sembra un cerchio tranquillo: nessuno si muove per chiedere di Dante e Virgilio finché, ai vv. 38-39, «una ch’a seder si levò, ratto / ch’ella ci vide passarsi davante». L’anima, che si dichiara implicitamente fiorentina, non si presenta subito, vuole che Dante la indovini in quanto lui nacque prima che quel personaggio spirasse. Davanti alla difficoltà di Dante, l’anima si presenta finalmente: è quella del fiorentino Ciacco. Chi fosse costui, non è dato saperlo. Ciacco, poi, è un soprannome o il vero nome di battesimo? Come rivendicava il Boccaccio nel suo commento alla Commedia, era un uomo di corte e quindi esperto di questioni politiche? Ai dantisti l’ardua sentenza. A noi interessa il discorso che Dante intesse con quest’anima.

Il Dante “autore”, ormai esiliato da Firenze, fa finta che il suo Dante “personaggio” chieda all’informato Ciacco del decadere di Firenze e a quale punto giungeranno le parti in lotta, ai vv. 60-63:

«“ […] ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita.”»

Fondamentalmente, Ciacco riassume la vicenda politica interna di Firenze, dilaniata dai due gruppi magnatizi (ossia dei ricchi) dei Cerchi (ai quali Dante apparteneva) e dei Donati. Per chi li ha studiati a scuola, erano rispettivamente i guelfi bianchi e i guelfi neri: i primi pretendevano l’autonomia dal papato, mentre i secondi accettavano una maggiore interferenza della Santa Sede nelle vicende interne del Comune di Firenze. Qui Dante rievoca, per bocca di Ciacco, l’iniziale supremazia dei bianchi sui neri e l’esilio di questi ultimi; poi, nel giro di tre anni (Dante utilizza la metonimia “tre soli”), la parte nera prenderà il sopravvento, scacciando i bianchi dalla città e decretando l’esilio di Dante. Ci troviamo, in parole povere, davanti ad una profezia post eventum: il Dante autore sapeva quello era già successo perché vi era passato per quelle vicende, ma il Dante personaggio invece, fermo ancora al 1300 (quindi un anno prima dell’esilio), era ancora ignaro di ciò che sarebbe successo.

Interessante poi la risposta che Dante/Ciacco fornisce al Dante personaggio: ossia che le cagioni che hanno spinto i fiorentini ad odiarsi tanto sono dovute alla superbia, all’invidia e all’avarizia. Vi ricorda qualcosa? Deve, perché le tre fiere che Dante incontrò nel I canto dell’Inferno erano l’allegoria esatta di questi tre mali. Tre mali che tutt’oggi, all’interno dei consigli, delle commissioni e dei rapporti dialettici tra politici purtroppo non si sono ancora estinte, ma che invece rappresentano talvolta l’unica valvola di sfogo tramite cui i politicanti esercitano il loro mandato.

Altro spunto importante che Dante, esperto politico, ci fornisce: se la morale civile è vittoriosa sui peccati dei singoli uomini. Dante infatti chiede se varie personalità che si sono rese distinte per il loro servizio nei confronti della patria fiorentina si trovano anch’esse all’Inferno. Ciacco ribadisce che esse si trovano «son tra l’anime più nere»: alcuni di essi infatti si troveranno tra i sodomiti e altri invece tra gli scismatici. Insomma, anche qui: è inutile il servizio alla patria, il riconoscimento delle qualità retoriche e l’intuito politico se la persona che le possiede non persegue la virtù morale. E anche qui è un invito agli uomini politici odierni a perseguire, forse, prima una vita moralmente degna e incline al bene piuttosto che una vita politica sfolgorante ma intrisa dei peccati più neri.

Ormai il tempo di Ciacco è finito: come ogni anima dannata, privo della luce divina, non riesce più a sostenere un discorso compiuto e finisce per entrare in uno stato di coma dal quale solo il Giudizio Universale lo sveglierà. Il compito del “canto politico” è finito: ma vedrete che Dante, su questo tema, ritornerà ancora parecchie volte e sempre in modo più duro.

 
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DANTE CON NOI

Canto III “primo round”:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
(Inferno III, vv. 1-3)

Ormai Dante, accompagnato da Virgilio, deve accingersi ad attraversare ciò che ogni uomo sulla terra non oserebbe fare: attraversare l’Inferno. Dante, per far calare progressivamente il lettore nelle tenebre infernali, s’idea la porta dell’Inferno sulla quale vi è inciso un forte messaggio minaccioso che termina con Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate (v. 9). Un’annotazione importante: ricordatevi sempre che ci sono due Dante nella Divina Commedia: il Dante “auctor”, cioè l’autore, colui che racconta ciò che dichiara di aver visto; e il Dante “personaggio”, nel quale si cala tutta la tensione drammatica degli eventi da lui vissuti.

Ricominciamo. Superata la porta dell’Inferno, l’ambiente circostante cambia radicalmente: la luce, fonte della saggezza divina e della ragione, scompaiono per lasciar luogo ai tristi lamenti e ai dolori dei primi dannati che riecheggiano per la vallata dannata: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle…» (vv. 22-23). Chi sono i primi dannati che Dante nel III canto incontra? Non sono propriamente dei dannati nel senso stretto della parola: sono persone che, in vita, hanno manifestato solamente la propria incapacità di prendere una decisione tanto che il nostro poeta li definisce «…sciaurati, che mai non fur vivi» (v. 64) e che per questo motivo non potevano essere accolti in Paradiso né tantomeno nell’Inferno, in quanto non avevano compiuto né opere buone né malvagie. Un giudizio durissimo che denota l’indignazione da parte del poeta e di Virgilio verso coloro che non seppero usare il libero arbitrio e non dimostrarono fermezza nel prendere quindi una decisione stabile nel corso della vita. Un ammonimento anche per i giorni nostri: guai lasciare che le cose vadano secondo il flusso della storia senza che noi non operiamo in qualche modo, senza lasciare una traccia nostra perché, come dirà più avanti nell’Inferno Ulisse: «non foste fatti per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Mentre i due poeti si stavano allontanando sdegnati da quella turba, continuamente molestata da vespe e calabroni e costretta a seguire una bandiera – ecco qui il primo esempio di “contrappasso”, ovvero di una determinata pena contraria o simile al comportamento peccaminoso che i dannati e le anime del purgatorio devono subire come punizione – Dante «vid[e] e conobb[e] l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (vv. 59 – 60). Chi poteva essere costui? Certamente qualcuno che Dante ebbe modo di conoscere direttamente o indirettamente, ma su cui nessun commentatore – fin dai tempi più antichi – si è trovato d’accordo: Romolo Augustolo, Ponzio Pilato? Se fossero loro, Dante non avrebbe usato l’endiadi “vide e conobbe”. Oppure Celestino V, papa nel 1294? La maggioranza propone per il papa eremita che, conscio della propria incapacità di gestire il governo della Chiesa, abdicò aprendo le porte all’arcinemico di Dante, ossia Bonifacio VIII. Forse la rabbia che Dante nutrì per Celestino non fu dovuta solamente al fatto che questo papa non confidò abbastanza nello Spirito Santo come aiuto alle proprie manchevolezze: di sicuro, la “colpa” (se così vogliamo definirla) di Celestino fu quella di aver favorito l’ascesa di un papa corrotto e mondano mentre su di lui si riponevano le speranze per il rinnovamento in senso francescano della Chiesa di Roma.

Ma Celestino, a mio parere, prese una decisione ben definita, non fu un ignavo: come poteva continuare a rimanere pontefice se era quasi illetterato e non conoscitore della macchina della curia romana? Era soltanto un eremita dedito costantemente alla preghiera e al digiuno, non un politico. È come se qualcuno oggi accusasse Benedetto XVI di ignavia perché rinunciò al magistero petrino nel 2013: chi siamo noi per valutare e condannare la coscienza di qualcuno, se per di più ispirata dallo Spirito Santo? Troppo duro insomma il giudizio di Dante, a mio avviso, ma comprensibile, se desiderava una riforma morale della Chiesa. Decisamente più vicino al nostro è invece il giudizio che ne darà Francesco Petrarca molti anni dopo nel De Vita solitaria, dichiarando ammirazione per il coraggio che papa Celestino ebbe nel lasciare il trono di Pietro. Vedete, insomma, la differenza tra il “medievale” Dante e il “moderno” Petrarca nel valutare le scelte della vita.

Lasciamo ora in pace l’anima di questo pontefice bistrattato da due dei più grandi poeti che la nostra letteratura produsse e dirigiamoci verso l’incontro con Caronte…ma questo è un altro episodio.

 

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Brucia di petali d’alba…

 

Brucia di petali d’alba
bagnati da brina vespertina
Monza, sorgente di nuda
torre tibaldea,
incastonata nella corona alpina,

Sbocciante, un tempo,
di ville e monasteri;
forgiata di porte e castra
che sono ceneri
ormai di un addio
che è per sempre;
cancello di quella Brianza,
ove la labo
fiera teca di paesi
affrescati d’incanto
e specchianti in placide colline.
Monza, dove sei?

I rintocchi dei sacri battacchi
si mesciano agli echi
dei treni fiacchi;
e i sussurri misterici
delle selve reali
s’infrangono
nell’informe traffico
crogiolante
di stressate anime.

Il Lambro scivola
imperituro,
nelle sue secolari acque
ancora
sotto gli sguardi del Carrobiolo e dei Leoni;
ma infognate di veleni e scarti,
portano alla foce
delle industrie un’oscura voce.

E più vale un like o un sms
del campionese duomo irrorato
di pizzo marmoreo: ignorato è
il san Giovanni scultoreo;
e gli Zavattari si perdono lontani

nel gotico vuoto e stentoreo
dai più incompreso.

Ma Monza continua
a bruciare ancora petali d’alba,
e a perdersi tra la Grigna e il cielo;
libera così dal volgare velo
ritorna a nascere
per chi la sa sempre amare.

Tratta da Aritmie Spirituali – edizioni Convalle 2019

 

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  DANTE CON NOI

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita…
(Inferno I, vv. 1-3)

 

Chi non conosce questi famosissimi versi? Ormai sono entrati nell’immaginario collettivo di tutti noi: Dante, ormai esule politico, si ritrova nella selva dei suoi pensieri, della sua ira, delle sue delusioni.

Scacciato ingiustamente dalla sua Firenze (e ricordiamocelo: per un uomo del Medioevo la città era come il grembo della propria madre), Dante viaggia ora nel silenzio di un mondo che ancora non conosce, quello dell’Italia delle Signorie. È come se noi fossimo letteralmente gettati in una realtà nuova, priva di sbocchi per l’anima, insicura e ostile.

Con questa terzina Dante ci sta mostrando la sua fragilità anche di cristiano: vittima del peccato, cerca soltanto conforto e redenzione da quella «selva selvaggia e aspra e forte / che nel pensier rinova la paura!» (vv. 5-6) in cui gli uomini medievali vedevano la fine della civiltà, l’oscurità dell’anima, l’assenza della ragione.

Quante volte anche noi ci ritroviamo nelle nostre selve oscure? Quante volte aspiriamo «a riveder le stelle» (Inferno XXXIV, v. 139), ma ci ritroviamo immersi nel circuito delle nostre preoccupazioni, delle nostre angosce, delle nostre colpe? Quasi sempre. Dante è immortale perché continua a parlare agli uomini di ogni tempo in quanto si mostra sempre (e ricalco l’avverbio) un uomo. Non è più di tanto l’uomo accigliato e burbero dal naso aquilino che l’iconografia tradizionale ci ha tramandato: è l’espressione di un’umanità che mai tramonta e che si rinnova insieme a lui nel suo lungo viaggio ultraterreno.

Per fortuna sua e nostra, non siamo mai soli: qualcuno ci tende sempre la mano davanti a dei nemici quasi sempre invalicabili. Dante si ritrova, uscito dalla selva oscura, davanti al colle della Grazia e quindi della Salvezza: purtroppo gli si stagliano davanti una lupa, un leone e una lonza, simboli del peccato. Quando tutto sembrava perduto, Dante viene soccorso da Virgilio e da quell’incontro inizierà l’immortale viaggio.

E noi? Dobbiamo sempre affidarci ai nostri amici, ai nostri famigliari: nessuno è una roccia compatta. Dobbiamo sempre sentirci una comunità viva e forte, ma soprattutto legata dall’amore. Tutti noi abbiamo un Virgilio e una Beatrice, insomma: basta cercarli nella profondità dei nostri affetti e di chi si dimostra, sempre per citare Dante, «tanto gentile e tanto onesta pare»
(Vita Nova, capitolo XXVI).

 

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E’ UN GIRONE ERMETICO
E’ un girone ermetico,
il reparto di psichiatria,
di viva e lucida follia
si tinge l’oscura mente
di chi crede il nulla, assente.
E’ un vagare salmodiante,
che puzza di EN,
ciondolante in un perenne
meriggio, cinereo:
la scarsa luce filtra,
opaca divinità,
sui visi smunti
di chi vagheggia, falsità.
E’ un riso di chimera,
il delirio sonnolente
di chi barcolla, demente
avanti indietro-indietro avanti:
urlano alle coscienze,
e sono così nitide
a loro stessi,
moderni reietti!
Ma a loro si negano
le segrete sinapsi,
criptici rapsòdi
ai più ignoti;
è un inferno scostumato,
timido e celato,
bagnato d’asciutti
silenzi, stremati.
E’ un ermetismo
(si può dire) falso;
vociano dolori a noi
noti, carnosi di vita;
solo agli altri paion ignoti,
queste maschere d’infermità
afone blasfemie:
ma parliamo di vita.

 

tratto da ARITMIE SPIRITUALI
Edizioni Convalle 2019

 

 

 

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BRUGHERIO …

Brugherio, 9 dicembre 1866. La nascita di un Comune, la fine di un risorgimento locale che ha comportato numerosi sacrifici da parte dei possidenti terrieri, in primo luogo Giovanni Noseda, e da parte del parroco del paese, il reverendo don Gian Andrea Nova. Eh sì, perché Brugherio doveva già nascere nel 1721, quando il governo austriaco intendeva, sulla base del catasto censitario, fondare una nuova comunità. Questo però avrebbe comportato per la famiglia Dubini di Monza, che aveva numerose pertiche di terreno sul nostro territorio, la perdita di grossi possedimenti. E non si fece nulla.

Non si fece nulla neanche nel 1819 quando questa volta furono gli austriaci, ritornati dopo l’epopea napoleonica in Lombardia, che decisero di non complicare ulteriormente il frammentatissimo territorio amministrativo, politico e finanziario che divideva le varie comunità, ossia le cascine e i primi nuclei territoriali di case che si stavano lentamente formando intorno alla parrocchiale di San Bartolomeo.

Questa rimaneva l’unico punto fisso, l’unico riferimento per Brughé. Soltanto con l’arrivo dei piemontesi nel 1859 e la nascita del Regno d’Italia, le cose cominciarono a cambiare anche per la nostra futura città. I proprietari terrieri (i Sormani Andreani, i Noseda, i Pestagalli, i Tizzoni) e il parroco Nova scrissero più volte al governo centrale la richiesta di fondare un’unica comunità che permettesse ai brugheresi di sentirsi “legalmente” tali. Era interesse dei grandi proprietari terrieri, infatti, avere un Comune con un proprio consiglio comunale dove sedersi e poter gestire le realtà locali senza far riferimento a Monza, a Cernusco o a Vimercate per le decisioni politiche. Alla fine, grazie alle insistenze, il governo sabaudo decise di dare il proprio placet, da tenersi dietro ad un referendum. La parte forte la face il sindaco di Cassina Baraggia Giovanni Noseda, il quale non ebbe grosse difficoltà a far accettare alla cittadinanza questa scelta se non alla comunità di San Damiano, corteggiata da Monza che non aveva intenzione di vedere quel territorio unito al futuro Comune.

Gli scontri non si fecero attendere da ambo le parti ma alla fine il Consiglio Comunale sandamianese, allettato dalle promesse elettorale del Noseda, decise di scegliere per la via unionista. Si giunse così al fatidico 9 dicembre, data in cui fu eletto come sindaco Giovanni Noseda. La storia di Brugherio come entità politica ebbe finalmente inizio ..

 

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UN RE MATTO IN INGHILTERRA: GEORGE III

Riprendo, con questo titolo (il primo di una trilogia di biografie) quello elaborato da Dario Fo nel 2015 per il suo romanzo “C’è un re pazzo in Danimarca”. Eh sì, perché il XVIII secolo fu un secolo abbastanza nefasto per i reali d’Europa. Oltre al povero “re di Danimarca” Christian VII (1766-1808) e alla regina di Portogallo Maria I (1777-1816), l’uno schizofrenico e l’altra affetta da porfiria – una malattia genetica del sangue che procura sintomi psichiatrici – v’era nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda un sovrano che fu ben più famoso dei suoi due colleghi danesi e portoghesi: George III di Hannover. Il primo motivo era dovuto all’importanza dell’Inghilterra nel panorama politico, militare ed economico del Secolo dei Lumi; il secondo motivo per il gran numero di saggi e di film (ricordo in questa sede La pazzia di Re Giorgio, lungometraggio del 1994 con Nigel Hawtorne e Helen Mirren che ottenne un’ottima critica da parte dei giudici al Festival di Cannes).

Ma torniamo a Giorgio III. Sovrano per ben sessant’anni dal 1760 al 1820, padre di quindici figli e sovrano attento alle novità culturali, industriali e sociali del proprio Paese, George III fu il sovrano “delle rivoluzioni”: quella americana, quella industriale e quella francese. Fu durante il suo regno, quindi, che la Gran Bretagna vide sconfitte decisive (la nascita degli USA), ma anche vittorie strabilianti, come quelle su Napoleone e l’estensione del dominio marittimo, industriale e commerciale di Londra su tutto il mondo, anticipando la gloria del regno della nipote, la famosa regina Vittoria. Ma torniamo al nostro re “matto”: non era una malattia propriamente psichiatrica ma, come nel caso di Maria I del Portogallo, di una malattia genetica, la porfiria.

I sintomi? Psichiatrici (allucinazioni, deliri, incapacità di stare in silenzio, aggressività, etc…), neurologici, gastrointestinali e…urinari (le urine, durante il periodo di infermità, erano di colore blu). Insomma, un vero calvario, specialmente per la moglie del sovrano, la buona regina Charlotte, che soffriva terribilmente nel vedere il marito in quelle condizioni. La prima crisi avvenne nel 1763, ma si risolse nell’arco di poche settimane; ben più grave fu quella del 1788-89, crisi che determinò lo stallo del governo (guidato dall’abilissimo primo ministro William Pitt il Giovane) e la possibilità di una reggenza da parte del pigro e ambizioso principe di Galles George.

A curare il malato sovrano fu chiamato un “prototipo” di psicoterapeuta, un membro della Chiesa Anglicana che lasciò la cura d’anime per dedicarsi alle malattie mentali: il dr. Francis Willis. Le sue terapie (lavoro nei campi, il controllo del malato tramite il fissarlo negli occhi costantemente, una rudimentale sedia a cui il paziente veniva legato durante le manifestazioni psicotiche) furono determinanti nell’arginare le manifestazioni psicotiche del sovrano, ma non a risolverne la causa, visto che la porfiria era allora sconosciuta. Infatti, il sovrano ebbe delle altre recidive del suo male nel corso degli anni a venire fino al tracollo totale che avvenne nel 1810 quando seppe della morte della sua figlia preferita, la principessa Amelia. Da quel momento non recuperò più la lucidità mentale e (finalmente) il principe di Galles George divenne principe reggente per i restanti anni di vita del padre, che morì nel castello di Windsor dieci anni dopo. Gli succederà al trono col nome di George IV.

 

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