Le rubriche di Fulvio Bella

Le rubriche di Fulvio Bella

SABATO CON DANTE

La parola di oggi (Sabato 12 Giugno) è:

“Italia

 

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
(Purgatorio VI, 76)

 

Il nome dell’Italia ricorre ben undici volte nella Commedia, e non sempre come semplice riferimento geografico per indicare la penisola che si estende dalle Alpi al mare o che sta tra Tirreno e Adriatico. Dante non cullava certo in sé un’idea di nazione italiana come l’abbiamo noi o come l’ebbero gli uomini del Risorgimento, e tuttavia aveva ben chiara l’identità comune che univa e unisce tuttora gli abitanti della terra dove il sì suona. Insomma, non c’è poi tanto da ridere con saccenteria sull’idea che Dante sia uno dei nostri “padri della patria”: lo è davvero. Ricordiamocene oggi, festa della Repubblica.

(Accademia della Crusca – C.M.)

Questa è la famosa invettiva di Dante contro l’Italia del suo tempo, contro i Comuni che si facevano guerra l’uno con l’altro. “a che è servito – si chiede Dante nei versi succesivi – che Giustiniano ordinasse le leggi se poi non c’è nessuno a metterle in pratica?” Pensiero sempre attuale.  Molti furono i poeti che piansero l’Italia, penso a Petrarca:

Italia mia, benché ’l parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì spesse veggio,”

penso a Leopardi:

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi.”

L’Italia per la quale combatterono e morirono migliaia di giovani patrioti, che seguendo i versi di Goffredo Mameli, si “strinsero a coorte” e gridarono “siam pronti alla morte” Durante il Risorgimento, durante la Resistenza:

“Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.”

 

Salvatore Quasimodo.

Certo c’è l’Italia
“presa a tradimento,
l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,”
ma proprio per questo dobbiamo cantare
“viva l’Italia, l’Italia che non ha paura.”

 

E nonostante le veritiere parole di Battiato

“Povera patria
schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore
ii credono potenti e gli va bene quello che fanno
e tutto gli appartiene” e il suo “non cambierà”
continuare a pensare e lottare perche “cambierà”.

 

 

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La parola di oggi (Sabato 5 Giugno) è:

“vanità”

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
(Inferno VI, 36)
 
Nell’Inferno e nel Purgatorio Dante descrive il paesaggio come realtà concreta, ma i dialoghi con i personaggi sono talmente intensi che l’autore sente di dover ricordare al lettore che le anime sono senza corpo, “vanità che par persona”. E in Purgatorio XXI, 135-6, Stazio avverte che le anime sono “vanitate”, ombre da non trattare “come cosa salda”. Il significato della parola è, dunque, ‘inconsistenza corporea’, invece in Paradiso XIV, 56, la parola ha il senso corrente di ‘caducità’.
(Accademia della Crusca – G.B.)
Il termine vanità ora fa pensare a delle persone che amano mettersi in mostra al fine di far risaltare la loro bellezza, eleganza, intelligenza e/o capacità godendo di quel riconoscimento. Ma c’è anche oggi un significato più profondo e più ampio che è la considerazione di quanto le cose umane siano in realtà caduche, effimere, e il loro valore soltanto apparente. Concetto ben conosciuto dai poeti.

Petrarca “che quanto piace al nondo è breve sogno”
Leopardi: “l’infinita vanità del tutto”

Per illustrare non c’è che l’imbarazzo della scelta, la vanità in tutte le sue forme ed accezioni è un tema molto caro ai pittori. La scelta che faccio ricorrendo al mito di Narciso, è forse la più facile e banale e fuorviante rispetto al significato della parola dantesca, ma il quadro è di una bellezza tale che supera ogni obiezione razionale.

 

 

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La parola di oggi (Sabato 29 Maggio) è:

“scerpare”

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?”
(Inferno XIII, 35)

 La forma deriva dal verbo latino excarpĕre ‘strappare, svellere’ detto di ramo o sterpo, compare qui a sottolineare lo strazio dell’anima di Pier Delle Vigne, suicida, trasformato in arbusto in cui scorre il sangue. Il verbo, fortemente fonosimbolico, arriva fino a Montale in Tramontana: “è un urlo solo, un muglio di scerpate esistenze”.

(Accademia della Crusca -R.S.)

 Pier delle Vigne fu un importante politico e letterato del regno di Sicilia ai tempi di Federico II. Accusato di congiura/corruzione (ancora oggi però non si conosce nei dettagli l’accusa) fu arrestato a Cremona e fatto accecare con un ferro ardente dallo stesso Federico II a Pontremoli. Dante però lo assolve da questa accusa ma lo pone comunque all’Inferno per via del suicidio.

Qualche terzina più avanti sarà lo stesso Pier delle Vigne a dire:

 “L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.”

Tornado però al verbo, eccolo lì che ci aspetta nella sua altezzosa grandezza poetica, orgoglioso di essere arrivato fino a noi, saltando di poeta in poeta; in realtà non è vero che arriva ”fino a Montale”, infatti lo troviamo anche successivamente, per esempio adoperato da Alda Merini nella poesia Genesi:

e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto”

Ecco come interpreta questo episodio Ugo Nespolo, artista contemporaneo.

 

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La parola di oggi (Sabato 22 Maggio) è:

“indiarsi”

 

D’i Serafin colui che più s’india,
Moisè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria …
(Paradiso IV, 28)

 

Neologismo e hapax dantesco, il verbo pronominale indiarsi, da Dio con il prefisso in-, significa ‘avvicinarsi a Dio attraverso la contemplazione, divenendo partecipe della beatitudine e della gloria divina’. A indiarsi sono i Serafini, la più alta gerarchia angelica.

(Accademia della Crusca – L.F.)

 Qui Dante ha osato inventare un termine che prima nessuno aveva utilizzato: indiarsi. E arriverà alla fine del Paradiso a quel verbo spettacolare che è “transumanare” anche se lui per primo ci dice che questa parola “signficar per verba non si poria”.

Da notare che il verbo “indiarsi” fu usato poi anche da due poeti assai lontani da Dante, penso a Carducci (Com’angel contemplando arde e s’india) ma soprattutto a Leopardi (e teco la mortal vita saria /simile a quella che nel cielo india); com’è bello questo termine usato da Leopardi nella poesia “alla mia donna” per indicare l’amore terreno, così forte da “indiarsi”.

Come foto esco fuori tema perché anziché i serafini che sono gli angeli più vicini a Dio nella gerarchia celeste scelgo i cherubini che stanno un pochino più sotto. Qualcuno pensa a questa scelta perché da sempre mi schiero coi più deboli? No, in questo caso perché sono di Raffaello.

 

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La parola di oggi (Sabato 15 Maggio) è:

“co”

 

L’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte, presso a Benevento,
sotto la guardia della grave mora.
(Purgatorio III, 128)

 

Co (da lat. caput) è un dialettismo, voce lombarda e significa ‘capo’, ‘testa’. Il passo dantesco si riferisce al giovane Manfredi che (ibid. 107, biondo […] e bello e di gentil aspetto), figlio di Federigo II, fu vinto e ucciso a Benevento dall’esercito di Carlo d’Angiò nel 1266 e fu sepolto all’imbocco (in co) del ponte del beneventano fiume Calore in un punto segnalato da un ammasso di pietre (sotto la guardia della grave mora); e da quel luogo, poiché Manfredi era stato scomunicato, Bartolomeo Pignatelli, vescovo di Cosenza, ne fece trasportare i resti mortali (l’ossa del corpo) fuori dal regno di Napoli (ibid. 131, fuor dal regno) lungo il Verde (o Liri/Garigliano).

(Accademia della Crusca – E.B.)

Ecco un’altra parola dantesca che piacerà particolarmente a tutti coloro che amano la lingua milanese, oltretutto è una parola che da Dante ad oggi è rimasta tale e quale. Venendo invece alla Storia Dante ci ricorda la battaglia di Benevento che significò il dominio francese nel Sud italiano e iniziò il predominio guelfo in Italia Fu una tremenda battaglia ma fu anche una storia di tradimenti che vide nobili e feudatari napoletani e siciliani passare al nemico d’oltralpe con benedizione e laute ricompense papali. Ma stando al tema delle parole mi piace ricordare un’altra parola, napoletana in questo caso, che nacque in quel periodo. È il caso del termine che si lega a quelle povere donne affamate che correvano sotto il fossato del Maschio Angioino per recuperare i resti dei lauti banchetti dei regnanti francesi i quali si divertivano, dopo ogni abbuffata, a lanciare dagli spalti “les entrailles” ( i resti, le viscere, le interiori). Quando questi avanzi tardavano ad arrivare venivano invocati da queste affamate popolane al grido di uno storpiato francesismo “Zendraglie! Zendraglie!”, nome che ancora oggi portano numerose trattorie napoletane che hanno nel loro menù la cucina delle interiora. Come illustrazione una miniatura della battaglia tratta dal libro trecentesco “Cronica” di Giovanni Villani.

 

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La parola di oggi (Sabato 8 Maggio) è:

“sanza ‘nfamia e sanza lodo”

 

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”.
(Inferno III, 36)

 

È una delle molte espressioni di origine dantesca che grazie al successo della Commedia si sono diffuse anche nella lingua comune e risultano ancora oggi vive: nell’italiano contemporaneo “senza infamia e senza lode” è detto di una persona o di una cosa di valore e qualità mediocre, che non si distingue né in positivo, né in negativo. Dante la impiega per riferirsi, in maniera sprezzante, agli ignavi, ossia a coloro che sono vissuti senza prendere mai posizione e quindi senza mai meritare né il biasimo né l’elogio di altri uomini.

(Accademia della Crusca – S.G.)

Certo per uno di parte come Dante questa era proprio la categoria degli uomini che più disprezzava, ma con lui sono in tanti ad avere quest’opinione. Penso a Platone: “Il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro.” Penso a Gramsci, a quella sua celeberrima frase “odio gli indifferenti.” Anche Einstein (“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla”) e Martin Luther King (“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni.)” ci ricordano il pericolo di questo non schierarsi. E potrei continuare all’infinito, ma so che ho già esagerato con tutte queste citazioni e qualcuno a questo punto potrebbe dirmi : “ si tutte queste citazioni, ma perché non ci spieghi invece cosa succede agli ignavi nell’Antinferno?”

Non lo faccio perchè voglio essere coerente con l’invito di Virgilio “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”

Sempre in coerenza chiudo con le famose tre scimmiette di Keit Haring, il noto pittore e writer statunitense morto nel 1990 a soli 31 anni di Aids, che ci mostrano il simbolo di una vita indifferente: non vedere, non sentire, non parlare.

 

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La parola di oggi (Sabato 1 Maggio) è:

“libro”

 

[…] la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.
(Inferno V, 137)

 

È un libro, nel senso proprio e concreto del termine, l’oggetto che Dante immagina al centro della vicenda di Paolo e Francesca: un libro che, come Galeotto nel celebre romanzo arturiano di Lancillotto e Ginevra, diventa intermediario e testimone silenzioso della passione segreta fra i due cognati. Ma i versi del canto V dell’Inferno sono popolati di molti altri libri, che trapelano indirettamente, richiamati dalle dotte citazioni di Francesca o evocati attraverso i loro protagonisti senza tempo (Didone, Elena, Achille, Tristano): “le donne antiche e ’ cavalieri” (v. 71) che, come i due amanti di Rimini, hanno dimenticato la ragione per abbandonarsi all’istinto e qui scontano la loro colpa travolti dall’eterna bufera.

Altrove libro acquista significati figurati, non diversamente da volume (es. Paradiso XXXIII, 86) o quaderno (es. Paradiso XVII, 37). Con riferimento a una lunga tradizione, il termine può indicare metaforicamente la mente umana in cui si “scrivono” i ricordi, come nel proemio della Vita Nuova: “In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere…” (I, 1).

(Accademia della Crusca – B.F.)

 Questa è una parola che apre l’infinito, infatti infinite sono le storie, le sensazioni, le riflessioni che i libri operano in noi e hanno operato nella storia. Libri che da millenni suscitano emozioni, libri appena comprati, libri letti e riletti, libri dimenticati, libri amati.

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro” così ci invitava alla lettura Umberto Eco, e poi ricordiamoci quello che ci dice la foto…

 

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La parola di oggi (Sabato 24 aprile) è:

“berze”


Ahi come facean lor levar le berze

a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
(Inferno XVIII, 37)

 Riferito ai diavoli che fanno correre i dannati a frustate; “levar le berze” equivale ad ‘alzare i tacchi’, dove berze è variante di verze ‘cavoli’ con un valore metaforico ancora vivo in locuzioni dialettali come il milanese “portà foeura i verz d’on sit” ‘andarsene da un luogo’ e il comasco “toeu su la sverza” ‘darsela a gambe’.(Accademia della Crusca – A.No.)

     Sandro Botticelli in “malebolge”

 Qui siamo alla prima delle 10 bolge dell’VIII cerchio, nella quale incontriamo i fraudolenti contro chi non si fida e in particolare i ruffiani e i seduttori che corrono in cerchio frustati dai diavoli. In questa bolgia incontriamo Venedico Caccianemico che al di là di questo nome che sembra inventato, in realtà è tra i maggiori esponenti della fazione guelfa di Bologna. Dante ci narra (anche se non abbiamo un riscontro verificato dagli storici) ll mercimonio di sua sorella Ghisolabella (in fatto di nomi bisogna ammettere che si trattava di una famiglia stravagante) condotta “a far la voglia del marchese”. Il Marchese è probabilmente il Marchese di Ferrara dal quale Venedico cercava di ottenere favori. Tanto per cambiare qui assistiamo ad un’altra invettiva di Dante, questa volta contro i Bolognesi ; secondo Dante ci sarebbero più bolognesi in quella Bolgia che in tutto il mondo dei vivi. E si che Bologna nel 1303 aveva offerto asilo ai guelfi bianchi espulsi da Firenze. Però nel 130 6 vinse anche lì la fazione dei guelfi più intransigenti da qui …l’invettiva.

 

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La parola di oggi (Sabato 17 aprile) è:

“cortesia”

 

“Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi”. E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano”
Inferno XXXIII, 150

Frate Alberigo, traditore e uccisore dei parenti, rivolge a Dante la preghiera di aprirgli gli occhi velati dalle lacrime congelate. Ma Dante rifiuta commentando: “ecortesia fu lui esser villano” (cioè ‘fu atto di cortesia essere villano’ con tale spregevole essere). Cortesia, parola-chiave della civiltà medievale, ha qui un significato accostabile al nostro: ‘gentilezza di modi’, ‘urbanità’, ‘garbo’.
(Accademia della Crusca – R.C.)

Cortesia, ecco una parola che per commentarla non basterebbe un libro intero ed infatti sono davvero tanti i testi che si occupano di lei che, come ci dice il commentatore dell’Accademia Crusca, è parola –chiave della civiltà e della poesia (aggiungo io) medioevale. Questo verso di Dante però ci sorprende, (o almeno sorprende me); davanti ad una persona come frate Alberigo, cortesia è non mantenere la promessa che pure Dante aveva fatto di togliergli le lacrime congelate dagli occhi; Dante in sostanza ci dice che essere villano con lui dunque è moralmente giusto, addirittura doveroso. Dante del resto, su questo non ci sono dubbi, non è un buonista e ce lo ricordano le sue continue invettive; ne abbiamo già incontrate tante, contro Pisa, contro Firenze, contro i Papi simoniaci, “contro i cristiani superbi con la mente ottenebrata”. In questo canto, proprio nei versi finali, se la prende con i Genovesi

Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?

Io invece che sono buonista non recito questi versi neppure ora che ho visto in Tv Giovanni Toti, il Presidente della Liguria. Del resto non sarebbe giusto, lui è nato in Versilia.

Non metto quindi una sua foto ad illustrare il post ma scelgo un altro noto illustratore della Commedia ovvero Jan Van der Straet (detto Giovanni Stradano) pittore fiammingo di fine ‘500 attivo soprattutto a   Firenze.

 

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La parola di oggi (Sabato 10 aprile) è:

“speranza”

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.
(Inferno III, 9)
 
Sono gli ultimi tre versi di un’iscrizione, verosimilmente in caratteri cubitali, vergata sulla sommità della porta che immette nell’Inferno. Svincolata dal contesto originario, l’espressione “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” (con minime varianti) ricorrergamente nell’italiano contemporaneo per indicare situazioni estreme di difficoltà o di pericolo.
(Accademia della Crusca – R.C.)
Speranza è una parola che amo; so che spesso è una parola che si mischia col sogno (“Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso – ha scritto Nelson Mandela) , ma so anche, come ci ricorda Sant’Agostino, che “la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle”. Non ci sarebbe umanità senza l’esistenza della speranza che ci dice che, prima o poi, è possibile cambiare le cose. Ce lo dimostra anche il mito del vaso di Pandora, la prima donna mortale secondo la mitologia greca. Riassumo: Pandora aveva con sé un vaso datogli da Zeus, ma che doveva essere sempre chiuso, un giorno però spinta dalla curiosità, aprì il vaso liberando così tutti i mali del mondo, che erano stati rinchiusi lì dentro, vecchiaia, gelosia, malattia, pazzia e il vizio. Sul fondo del vaso rimase soltanto la speranza, che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza, ed il mondo riprese a vivere.
L’immagine in alto:” Rappresentazione di Pandora ed il suo vaso dipinta da Giulio Romano nel 1520 durante il suo soggiorno mantovano”
 
 

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La parola di oggi (Sabato 3 aprile) è:

“antomata”

Di che l’animo vostro in alto galla,
poi siete quasi antomata in difetto,
sì come vermo in cui formazion falla?
(Purgatorio X, 128)

Dal greco automata, che (forse) Dante aveva ripreso dalle traduzioni latine dei trattati scientifici di Aristotele per indicare i vermi che si riproducono come da soli, alla cieca, nel terreno. Un ben singolare antenato del moderno automa.

(Accademia della Crusca – V.C.)

Certo che Dante in termini di invettive non è secondo a nessuno, qui assistiamo a quella contro “i superbi cristiani con la mente ottenebrata” ai quali si rivolge dicendo, “perché mai il vostro animo “in alto galla” (insuperbisce)? in realtà noi uomini siamo simili a insetti mal formati, proprio come un verme che non si è ancora sviluppato”. “Nostro compito – aveva detto nei versi precedenti – è diventare farfalla che vola verso la giustizia divina, la superbia invece vi mantiene vermi”.

L’insistenza sulla pericolosità della superbia è testimoniata dalla durezza della sua punizione in Purgatorio, dove i condannati camminano curvi sotto il peso di enormi massi da rotolare, mentre recitano il Padre Nostro (Visto che si ergevano al di sopra di tutti gli altri, ora son talmente curvi da non vedere chi passa accanto a loro) si spiega col fatto che proprio la superbia era considerato il più grave dei vizi capitali perché era stata all’origine della ribellione di Lucifero e, quindi, del male nel mondo. La superbia nel mondo dell’arte spesso ci viene rappresentata col simbolo del pavone o dello specchio.

Così la rappresenta Cesare Ripa nella sua Iconologia del 1611

“Donna bella et altera, vestita nobilmente di rosso, coronata d’oro, di gemme in gran copia, nella destra mano tiene un pavone et nel-la sinistra un specchio, nel quale miri et contempli sé stessa. “

La superbia è stata protagonista di innumerevoli personaggi letterari, in prima battuta mi vengono in mente Raskolnikov di Delitto e catigo e il capitano Acahab di Moby Dick di Herman Melville. Ma devo confessare che il capitano Achab mi ha sempre affascinato.

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La parola di oggi (Sabato 27 marzo) è:

“rubino”

Di tal fiumana uscian faville vive,
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive […]
(Paradiso XXX, 66)

Pietra preziosa spesso utilizzata nella poesia del Duecento e del Trecento per riferirsi alle qualità della donna amata, nella Commedia è scelta per la sua calda luminosità per indicare gli angeli, rappresentati nella visione dantesca dell’Empireo come faville luminose e più avanti paragonati a topazi.

(Accademia della Crusca – C.Mu.)

Non appena ho letto il verso “quasi rubin che oro circunscrive” mi è subito venuta alla mente questa poesia, da anni sepolta nel cuore e mai più ricordata, che s’intitola appunto “ il rubino “ed è del poeta mistico persiano nato agli inizi del 1200 Gialal al-Din Rumi. Posto qui alcuni versi

“Un’amata chiese all’amante:
“Chi ami di più, te stesso o me?”.
“Dalla testa ai piedi sono diventato te.
Di me non rimane che il nome.
La volontà l’hai tu. Tu sola esisti.
Io sono scomparso come una goccia d’aceto
in un oceano di miele”.
Una pietra diventata rubino
è colma delle qualità del sole. “

ma la ragione per cui ho sempre amato, ma amo ancora di più oggi questo poeta, e perchè in un momento in cui una certo tipo di propaganda tende a presentarci l’islam esclusivamente come religione fanatica,i versi incisi come epitaffio sul suo mausoleo, sono lì a dimostrarci che c’è un islam che tollera ed accoglie:

“Vieni, vieni; chiunque tu sia, vieni.
Sei un pagano, un idolatra, un ateo? Vieni!
La nostra casa non è un luogo di disperazione,
e anche se hai tradito cento volte una promessa… vieni. “
Si vieni, l’amore accoglie. 

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La parola di oggi (Sabato 20 marzo) è:

“il Bel Paese”

“Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti […]”
(Inferno XXXIII, 80)

 

Paese è un’espressione che spesso usiamo per indicare l’Italia, talvolta anche con ironia, quando la associamo alla notizia di qualcosa di brutto (lo scempio del paesaggio e simili). Ci viene da Dante, che l’ha usata anche lui insieme con parole di sdegno. Nel canto XXXIII dell’Inferno, parlando dei grandi traditori e rievocando la terribile fine che l’arcivescovo di Pisa inflisse al conte Ugolino della Gherardesca – imprigionato in una torre e lasciato morire di fame insieme con un figlio e un nipote – il poeta si scaglia contro la città, che ritiene corresponsabile di questo orrore, e si augura che le isole Capraia e Gorgona, che sono davanti alla foce dell’Arno, si spostino verso lo sbocco del fiume e provochino un’alluvione che uccida tutta la popolazione pisana. E così inveisce contro di essa (vv.79-80): “Ahi Pisa, vituperio delle genti / del bel paese dove ‘l sì sona”, cioè dove si usa la particella affermativa sì, un particolare che Dante aveva già notato nel suo trattato De vulgari eloquentia.

L’espressione dantesca ha avuto, poi, altri rinforzi. È stata ripresa da Petrarca in un sonetto (CXLVI) nel quale l’Italia è descritta come “il bel paese / che Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe” (dove parte vuol dire “divide in due versanti”). Alla fine dell’Ottocento, il naturalista e fervente patriota comasco Antonio Stoppani dette il nome Il Bel Paese a un suo libro (1876), che descriveva l’Italia ed ebbe grandissima fortuna nel clima postrisorgimentale. Sull’onda di questo rilancio, un produttore di formaggi lombardi dette furbamente (nel 1906) lo stesso nome a un tipico formaggio molle, che sull’etichetta delle confezioni recava il profilo geografico d’Italia e il ritratto di Stoppani. Anche il gioco commerciale era fatto!

(Accademia della Crusca – F.S.)

Ci sarebbe molto da scrivere e in tutte le salse passando dalla bellezza più incantevole, alla furbizia più deteriore, dai quadri del Botticelli ai rifiuti abbandonati nella via, del “sonante si” che ha lasciato il posto ad ok, da chi insulta su facebook a voi che invece siete qui a leggere le parole di Dante, ma ha già scritto molto il commentatore , quindi vi lascio con questi bei versi di Johann Wolfgang Goethe dedicati al nostro “Bel Paese”

“Conosci la terra dei limoni in fiore,
ove le arance d’oro splendono tra le foglie scure,
dal cielo azzurro spira un mite vento,
quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso,
la conosci forse?”

 

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La parola di oggi (Sabato 13 marzo) è:

“innanellare”

Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma.
(Purgatorio, V, 135)

 

Si tratta di uno dei tanti verbi parasintetici creati da Dante, meno originale di altri perché normalmente formato a partire da un nome, ma caratterizzato (almeno secondo il testo vulgato) dal raddoppiamento della n del prefisso. Il significato non è uno di quelli che ha oggi il verbo inanellare (‘foggiare ad anello’ o figuratamente, ‘dire o collezionare più cose, una dopo l’altra, come gli anelli di una catena’), ma quello di ‘mettere l’anello, cioè la fede nuziale, a una donna sposandola’. È attestato solo in questo verso (messo in bocca a Pia de’ Tolomei, fatta uccidere dal marito), al participio passato femminile (dipendente dal successivo ausiliare avea), nella forma aferetica, accanto al verbo disposare e al nome gemma ‘pietra preziosa’ e quindi, per metonima, ‘anello’. (accademia dlela Crusca -P.D’A.)
Il commentatore della Crusca non lo mette ma io devo aggiungere un verso, quello che precede questa terzina, quando la donna, con una gentilezza che ancora non avevamo incontrato, dice a Dante: quando sarai ritornato nel mondo e ti sarai riposato, “ricordati di me che son la Pia”. Verso diventato tra i più famosi della Commedia e che a noi lombardi piace particolarmente perché ci mostra che persino Dante ha messo l’articolo determinativo davanti al nome femminile, un po’ come il “ma anche” che incontriamo nei Promessi Sposi. Poi bastano tre versi per farci intuire tutta la sua storia, storia che ancora oggi purtroppo è attuale, perché il femminicidio non è certamente un crimine superato, e il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne violenza è lì a ricordarcelo.. Per quale motivo sia avvenuto questo delitto Dante non ce lo dice, e anche se molti pensano alla gelosia, gli studiosi non ne sono venuti a capo in modo certo. La figura di Pia de’ Tolomei ha avuto molta fortuna nella storia della cultura, varie trame musicali, tra le quali un’opera lirica di Donizetti e una canzone di Gianna Nannini (non caso anche lei senese), un paio di film, e molti libri tra i quali segnalo “Pia de’ Tolomei romanzo di Carolina Invenizio del 1879 e “dialogo nella palude” opera scenica di Marguerite Yourcenar del 1930.

 

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La parola di oggi (Sabato 6 marzo) è:

“pieta”

Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m’ era durata
la notte ch’ i’ passai con tanta pieta.
(Inferno I, 21)

 

La forma, modellata sul nominativo latino pietas, tende a distinguersi da pietà, pietate, pietade (tratte dall’accusativo pietatem e usate anch’esse da Dante) per significare specificamente ‘tormento’, ‘angoscia’, come nel passo citato, oppure ‘affetto’, ‘devozione’ che i figli provano per i genitori, come nel passo: “né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre” (Inferno XXVI, 94-95; parla Ulisse, che poco prima ha menzionato il pius Enea). (Accademia della Crusca – P.D’A:)

Qui siamo all’inizio della Commedia il canto probabilmente più conosciuto, anche molti che non sanno granché dell’opera, la “selva oscura” incontrata “nel mezzo del cammin”, se la ricordano; qui siamo nel momento in cui Dante all’alba vede davanti a lui un colle, e prendendo coraggio, si appresta a salirvi.

Che bella questa metafora che fa del cuore un lago, e quanto vera se solo ci pensiamo un attimo. Da un punto di vista allegorico quel monte rappresenta la felicità umana che si può raggiungere, grazie alle virtù cardinali, ovvero le virtù umane che costituiscono i pilastri di una vita dedicata al bene, che altro però non sono che la trasposizione nel cristianesimo delle virtù enunciate dai filosi antichi e in particolare da Platone. Virtù cardinali; faccio mente locale e cerco di ricordarle, anche se l’esperienza di Catechismo e di fede, è lontana nel tempo, lontanissima nella vita quotidiana. Eppure riemergono eccole: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza.

E intanto più avanti per difendere Dante dalla Lupa apparirà Virgilio; provo un certo rammarico a ricordarlo, perché sulla sua opera l’Eneide avevo cominciato il corso all’Acu  con un successo di iscritti che proprio non avrei immaginato; corso che la pandemia ci ha obbligati a sospendere al quarto incontro. Ma coraggio, tutto passa; usciremo fuori anche da questo incubo e usciremo con Dante “a riveder le stelle”

 

 

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La parola di oggi (Sabato 27 febbraio) è:

“grasso”

[…] esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e ‘l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.
(Paradiso II, 77)

 

La parola ricorre nella Commedia tre volte, due in senso metaforico (aere grasso = denso; fanno grassi = si arricchiscono), una sola in senso proprio, in riferimento agli strati di grasso e magro presenti in un corpo fisico: il paragone è utilizzato, sorprendentemente, per discutere, niente meno, di una dibattuta questione astronomica, un problema che sarà ancora al centro dell’attenzione di Galileo, cioè la causa delle macchie lunari. (Accademia della Crusca – C.M.)

Noi siamo abituati a concepire la poesia come uno strumento per parlare d’amore, di bellezza, di gioia, di dolore, di morte addirittura ma la cosa sorprendente in Dante è come sappia usare la poesia (quella metricamente perfetta fatta di rime ed endecasillabi) per parlare di tutto: teologia, storia, geografia, filosofia e, come in questo caso, di astronomia. La cultura di Dante era di straordinaria ampiezza, non c’era un ramo dello scibile del tempo che non gli appartenesse e tutto sapeva esporre in poesia. Certo poi io, ma tutti credo, preferisco Dante quando parla d’amore. Quasi tutto il canto affronta la questione delle macchie della luna, con Beatrice che confuta le tesi che Dante aveva scritto nel Convivio. Ma anche a rieleggere tutta la dimostrazione, come faccio ora, più di tanto non capisco, del resto Dante mi aveva avvertito proprio all’inizio del canto:

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
L’acqua che io prendo già mai non si corse;

….ed io sono, lo so, “su piccioletta barca”

 

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La parola di oggi (Sabato 20 febbraio) è:

“bieco”

[…] onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece.
(Inferno XXV, 31)

 

Detto dello sguardo vale “minaccioso, malevolo”, ma Dante usa l’aggettivo in senso morale per definire le azioni “scellerate” di Caco, represse da Ercole con violenza. Nel verso “opere biece” il plurale dell’aggettivo si presenta come in altri casi danteschi o di autori antichi, con la palatalizzazione del tema; la forma può alternare con quella di uso odierno (“biechi”, “bieche”). (Accademia della Crusca -A.N.)

Che Ercole non andasse tanto per il sottile si sa, è qui Dante ci ricorda che colpi con la sua mazza Caco, il Centauro che gli aveva rubato quattro buoi e quattro giovenche dalla mandria, con cento bastonate, anche se 90 furono inutili dal momento che, come ci racconta Dante sulla scorta di quanto scrive Ovidio, “non sentì le diece “perché già al decimo colpo era morto. Ma un altro collegamento è scattato in me, ed è con Tex Willer (si lo so a molti può sembrare irriguardoso questo affiancamento, ma in realtà il bello  è proprio vivere i grandi del passato, come accompagnatori del nostro vivere quotidiano). C’è infatti un episodio in cui Tex, come fece Caco che per non far capire la direzione presa trascinò le bestie rubate per la coda, cavalcò all’indietro per qualche miglio..Già che ci sono, voglio ricordare che Tex è pieno di trucchi, presi dalla storia, penso all’episodio in cui alcuni banditi legano paglia incendiata alla coda dei cavalli che lanciano poi nella pianura; i cavalli continuano a galoppare senza fermarsi, terrorizzati dal fuoco che gli brucia la coda e in questo modo incendiano le sterpaglie secche dei prati i e fermano gli inseguitori;  trucco questo, come ci racconta Sallustio, usato  realmente in Spagna da Quinto Sertorio generale romano del primo secolo avanti Cristo ; un altro trucco è quello usato da Laskarina Bouboulina, patriota greca nella lotta per l’indipendenza dai turchi, che nell’isola di Zante, mise centinaia di sagome di legno di uomini armati tra gli alberi dei boschi per far creder che l’isola era così difesa che non poteva essere attaccata. La cosa bella e incredibile è che il trucco funzionò per lei, ma anche nel forte dove Tex con pochi uomini era assediato.

 

 

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La parola di oggi (Sabato 13 febbraio) è:

“lonza”

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta […]
(Inferno I, 32)

 

Dante nella Commedia indica con questo termine la terza fiera che gli va incontro nella selva oscura, considerata simbolo del vizio della lussuria e identificata dai commentatori di volta in volta con la lince, il ghepardo o il leopardo, come pare più probabile data la pelle coperta di macchie. Anche la lonza che indica il taglio di carne che compriamo oggi dal macellaio o dal salumiere è parola usata da Dante, non nella Commedia, ma in una delle Rime (“ma peggio fia la lonza del castrone”).

(Accadelia della Crusca – P.D’A.)

Devo confessare che quando mi è capitato di comprare la lonza non mi ha mai sfiorato il fatto di pensare a Dante Alghieri; nella mia mente la lonza dantesca è sempre stato un leopardo ed è raro che la velocità di chi mi servisse mi facesse pensare ad un leopardo. Forse sarebbe andato meglio se avesse prevalso il piano allegorico, tutto sommato lussuria e macellaio è pur sempre un paradigma erotico tant’è vero che su questo Alina Reyes ha scritto un libro (intitolato appunto “il macellaio”) dal quale il regista Aurelio Grimaldi ha tratto un film con Alba Parietti.

Ma oggi il commentatore dell’Accademia della Crusca mi ha aperto un mondo, da oggi posso benissimo immaginarmi che a servirmi al supermercato sia Forese Donati e chiedergli, in bello stile, ““se meglio fia la lonza del castrone”. Dai Dante, scusa, si scherza!

 

 

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La parola di oggi (Sabato 6 febbraio) è:

“marra”

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ‘l villan la sua marra.
(Inferno XV, 96)

 

Attrezzo da muratore, o anche (come lo nomina Dante) da contadino, la zappa, aggeggio necessario nel ciclo agricolo dell’anno; ma il Poeta lo nomina con un certo disprezzo, come cosa rozza e manuale di cui non intende curarsi, affaccendato in più alti disegni, pur nell’avversa fortuna. (Accademia della Crusca C.M.)

Si ognuno di noi dovrebbe essere, come Dante sostiene di esserlo stato, pronto ai colpi della Fortuna, sapendo che essa, indipendentemente da noi, dai nostri meriti o demeriti, gira come meglio crede. Ma Dante due versi prima aveva detto una cosa in più, “pur che mia coscienza non mi garra”, purché non mi rimorda la coscienza.

La parola “marra” che per Dante è poca cosa, diventa però una parola centrale in una magnifica poesia di Giovanni Pascoli; allora proseguendo nel “miscuglio poetico” che sempre mi piace fare,  e pensando inoltre al corso che all’Acu abbiamo tenuto su  Giovanni Pascoli , abbandono le fiamme dell’Inferno per passare “al mattinal fumare” dei campi dove i contadini sono intenti ad arare, sotto lo sguardo “saputo” del passero che aspetta gioioso la fine del lavoro , per lanciarsi su qualche seme

Arano
Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,

arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;

ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinnio come d’oro
(Myricae 1891)

 

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La parola di oggi (Sabato 30 gennaio) è:

“inmilarsi”

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
ed eran tante, che ‘l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla
(Paradiso XXVIII, 93 )

 

Neologismo dantesco formato sul numerale mille, riferito alla moltiplicazione vertiginosa del numero degli angeli, che la mente umana non è in grado di contenere. Il verbo fu ripreso da Boccaccio e, in epoca moderna, da Pascoli, D’Annunzio, Gozzano, Saba e Montale. (Accadenia della Crusca C.G.)

Parafrasando: “Ogni angelo (scintilla) continuava a girare (seguiva) insieme al suo cerchio infuocato (L’incendio suo); e il loro numero era così alto (eran tante) che si moltiplicava (s’inmilla) più che la progressiva duplicazione (più che ’l doppiar) degli scacchi.

Questo è un altro canto che piace molto a chi si interessa di angeologia, e vuole conoscere l’assetto delle schiere degli angeli, e inoltrarsi tra le diverse tesi di Dionigi Aeropagita (l’intellettuale greco convertito al Cristianesimo dalle prediche di San Paolo ad Atene)  e di Gregorio Magno (importante Papa del VI secolo e dottore della Chiesa) circa la loro disposizione in cielo, discussioni che nel periodo di Dante avvenivano, nelle botteghe, nelle vie e tra la gente così comunemente, con ognuno che diceva la propria, come noi oggi discutiamo dell’assetto delle squadre di calcio, ma qui Beatrice dice chiaramente che aveva ragione Dionigi, che si rifece a quanto aveva visto San Paolo durante il suo rapimento in cielo descritta nella seconda epistola ai Corinzi. Ma io non sono per nulla interessato alle gerarchie angeliche, (e neppure all’assetto delle squadre di calcio a dire il vero) ma approfitto della terzina sopra riportata per ricordare a cosa si riferisce quel verso “più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla”

Vuole la leggenda che l’imperatore dell’India per ricompensare l’inventore del gioco degli scacchi che lo aveva fatto uscire dalla noia gli chiedesse di dire cosa volesse in cambio.

L’uomo, con aria dimessa, chiese un chicco di grano per la prima casella della scacchiera, due chicchi per la seconda, quattro chicchi per la terza, e via a raddoppiare fino all’ultima casella. Stupito da tanta modestia, il Principe diede ordine affinché la richiesta del mercante venisse subito esaudita. Gli scribi di corte si apprestarono a fare i conti, ma dopo qualche calcolo la meraviglia si stampò sui loro volti. Il risultato finale, infatti, era uguale alla quantità di grano ottenibile coltivando una superficie più grande della stessa Terra!

Non potendo materialmente esaudire la richiesta dell’esoso mercante e non potendo neppure sottrarsi alla parola data, il Principe diede ordine di giustiziare immediatamente l’inventore degli scacchi. E questo la dice lunga, a mio modo di vedere, sul modo che hanno i potenti per risolvere le situazioni quando hanno torto. 

 

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La parola di oggi (Sabato 23 gennaio) è:

“inforsarsi”

[…] ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa”.
Ond’io: “Sì ho, sì lucida e sì tonda,
he nel suo conio nulla mi s’inforsa”
(Paradiso XXIV, 87)

 

Neologismo dantesco formato sull’avverbio forse, significa ‘essere in dubbio’. Il verbo, usato anche come intransitivo non pronominale, ebbe un certo successo e fu ripreso, tra gli altri, da Petrarca, Boccaccio, Tasso, Alfieri. (Accademia della Crusca C.G.)

Insomma, Dante interrogato da San Pietro circa la qualità della sua fede risponde senza “inforsarsi”, non ha nessun dubbio: “ho nella borsa – risponde – una moneta così lucente (quindi di buona lega) e così rotonda (non consumata ai bordi, quindi integra nel suo peso) che riguardo al suo conio non c’è nulla che possa costituire per me motivo di dubbio.” Alla domanda precedente su cosa fosse per lui la fede Dante riesce a costruire una splendida terzina pur riportando testualmente le parole di San Paolo contenute nella “lettera agli ebrei” (XI,1) e chiosata da San Tommaso nella “Summa theolgica”

“fede è sustanza di cose sperate
E argomento de li non parventi,
questa pare a me sua quiditate”

L’interrogazione di San Pietro va avanti, ma Dante risponde sempre in modo perfetto (potevamo mai “inforsarci”?)

Detto questo su Dante, andiamo avanti sulla parola; visto che la Crusca dice che questo verbo è stato utilizzato anche da altri autori mi sono messo alla ricerca di altri esempi.

Eccone alcuni:

“e col suo operar sì mi convengo, / che parte alcuna di quel non s’inforsa / in me”  (Boccaccio, Ninfale d’Ameto)

“Mi rota si ch’ogni mio stato inforsa” (Francesco Petrarca, Il Canzoniere, sonetto 119)

“Inforsa ogni mio stato”  (Torquato Tasso, Gerusalemme liberata 4,92)

“Divido il tema: ed anco il dir m’inforsa.” (Vittorio Alfieri, satira nona)

 

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Inizio da questo sabato una rubrica che intitolo:

“Sabato con Dante”.

La rubrica prende spunto da una bellissima iniziativa dell’Accademia della Crusca che pubblica e commenta ogni giorno, dal primo gennaio 2021, una parola di Dante. Ciò come contributo alle iniziative per commemorare i 700 anni della sua morte avvenuta il 14 settembre de 1321. Parola di Dante fresca di giornata, così han chiamato la loro rubrica .

Io partirò ogni settimana (il sabato appunto) da una delle loro parole per poi trarre qualche considerazione personale da condividere con i lettori di questa pagina.

Mi sembra un’occasione davvero importante ma allo stesso tempo semplice e alla portata di tutti, per ricordare, rileggere ma anche semplicemente scoprire la grande eredità linguistica lasciata da Dante.

Cominciamo:

 “trasumanar”

 

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperienza grazia serba
(Paradiso, I, 70)

 

Neologismo dantesco per indicare un’esperienza che va oltre l’umano. Dante lo usa per indicare l’avvicinamento a Dio, ma il termine può essere esteso ad ogni condizione che vada al di là dell’esprimibile, dove le parole non bastano più.

Pensateci un attimo com’è davvero bella, originale e al contempo precisa questa parola inventata.

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