Commenti d’Arte
“Nè pinger, né scolpir…”
Michelangelo
L’”Oltre” nel non finito della Pietà Rondanini
Per la maggior parte di noi, pensare al tema della “Pietà” significa identificare immediatamente una precisa iconografia, celeberrima: la Pietà di Michelangelo conservata nella Basilica Vaticana. In realtà, nel corso della sua vita l’artista scolpì ben quattro opere dedicate al Cristo morto …
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ARTE E SACRA SCRITTURA
INCONTRI CON LA BELLEZZA (3° incontro)
Un’iconografia assai diffusa nell’arte cristiana orientale è la Visita della Madonna alla cugina Elisabetta. La scena della Visitazione è narrata solo nel Vangelo di Luca.
L’evangelista vuole radicare le origini di Gesù e del Battista, vuole caratterizzare l’identità dei due personaggi, che costituiscono i punti d’incontro tra i due Testamenti.
I due racconti si sviluppano paralleli: all’annuncio a Zaccaria corrisponde quello a Maria; alla nascita di Giovanni, all’imposizione del nome, e alla circoncisione 8 giorni dopo, corrispondono la nascita di Gesù, l’imposizione del nome a Gesù e la sua circoncisione.
Luca inizia il Vangelo partendo dall’inizio, sia perché, scrivendo a Teofilo, vuole raccontare “accuratamente dal principio i fatti” (1,3); sia perché così facendo, potrà presentare Giovanni e la sua missione, in rapporto con la figura e la missione di Gesù. Luca vuole sciogliere i difficili rapporti della Chiesa nascente col gruppo dei giovanniti, che vedevano il loro maestro superiore a Gesù, in quanto Gesù era stato suo discepolo (Gv 3,22-27; 4,1-3).
Vangelo di luca, 1,29-56.
“In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni,ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua”.
L‘episodio della Visitazione, momento di incontro tra l’Antico e il Nuovo Testamento, è illustrato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La scena fa da ponte tra le “Storie di Maria” e quelle di Cristo (1303). L’incontro tra Maria ed Elisabetta avviene fuori il portico di un edificio gotico. Elisabetta dà il benvenuto abbassandosi verso Maria per abbracciarla e renderle omaggio.
Due donne accompagnano Maria: quella più a sinistra tiene un telo chiaro che le ricade dalla spalla destra, quale simbolo dei due bimbi che dovranno essere fasciati. La donna sull’uscio, a destra, appoggia invece una mano sul grembo, a indicare lo stato interessante delle due cugine.
Giotto propone un ritmo di narrazione che si esplica nella gestualità lenta e carica di affetti. Le due cugine sanno una cosa: la loro gravidanza, è opera di Dio.
Questo duplice annuncio dell’angelo di maternità (a Maria e a Zaccaria, marito di Elisabetta) è esaltato dai colori pieni di luce, mentre il valore plastico delle figure è dato da una linea capace di sintetizzare le forme in volumi pieni, di quella pienezza che è anche interiore.
Giotto ha finalmente liberato l’arte dallo schematismo bizantino, quella serietà che impediva ai volti e ai corpi di parlare, di relazionarsi, di esprimersi. Rifiuta il fondo oro ereditato dalla tradizione bizantina, che impreziosiva l’opera e donava ieraticità alle figure, ma cristallizzava i personaggi su un piano incomunicabile.
Giotto, invece, sceglie di inserire i personaggi in quella storia che si chiama “quotidianità”. Così la quotidianità umana può diventare storia divina e sacra. Con Giotto, l’umano è restituito al divino, perché il divino si incontra e si incarna nell’umano.
Luca racconta l’incontro tra 2 donne incinte: Elisabetta, al 6° mese, e Maria da pochi giorni. Quando Maria saluta la cugina, Giovanni sussulta nel grembo della madre, che loda Maria, “Beata perché ha creduto”.
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La Natività – L’Adorazione dei pastori(Luca 2,1-20)
“1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 3 Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. 4 Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, 5 per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 6 Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. 8 C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». 13 E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: 14 «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». 15 Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». 16 Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 17 E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18 Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 19 Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 20 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”.
Nelle rappresentazioni artistiche a tema sacro uno dei soggetti più rappresentati da sempre è la “Natività”, sia nelle raffigurazioni cattoliche, sia nell’arte orientale.
Come mai è un tema tanto caro agli artisti? Perché illustra l’incarnazione di Dio nel Cristo, il Verbo.
San Giovanni, nel Prologo al suo Vangelo scrive: “In principio era il Verbo, e il verbo era Dio, e il Verbo era presso Dio”.
L’iconografia dell’Adorazione dei pastori inizia a comparire nel ‘400 e sarà comune nel ’600. La tavola in considerazione è opera di George De la Tour, un pittore francese del ‘600.
L’artista era apprezzato nei circoli più colti del tempo; era un pittore della corte reale francese. E’ uno dei primi pittori francesi a seguire il rinnovamento apportato nell’arte da Caravaggio.
L’immagine presenta al centro un neonato che sta dormendo, stretto nelle fasce, disteso immobile su un giaciglio di paglia. Intorno al sono raccolti in silenzio cinque personaggi a semicerchio. Maria, a sinistra, è la figura più luminosa.
La candela che Giuseppe ha in mano illumina il neonato al punto tale che ci pare sia proprio il Bambino Gesù a illuminare i volti, i corpi, i cuori. Ogni figura sembra brillare della luce riflessa del Bambino, luminosissimo. Il realismo di Caravaggio permette a De La Tour grandi effetti evocativi. Illumina i soggetti con piccole fonti di luce che ravvivano tutta la stanza interiore.
Luca racconta l’entrata di Dio nella storia umana; ma il concetto di “storia” allora era diverso dal nostro. Lo storico antico, pur non trascurando questi aspetti, ritiene prioritario il significato dell’evento per l’umanità.
Al versetto 21 Luca però ci dice un dato importante: “Gli fu messo nome Gesù, com’era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. Abbiamo tutti ricevuto un nome alla nostra nascita, un nome pensato da chi ci ha generato, un nome che sarà legato per sempre alla nostra identità.
All’ottavo giorno Gesù riceve il suo Nome, “Jeshua”, “Dio salva” Nel nome c’è il suo scopo nel venire alla vita, nel prendere un corpo. Nome e missione sono inscindibili, appartengono all’esserci della persona, non solo come soggetto fisico, ma come identità.
Quindi i pochi cenni di Luca mostrano come Luca voglia dare rilievo alla presenza di un Dio che interviene nella storia umana, per farne una storia sacra. Il Sacro nel quotidiano. In quest’ottica va esaminata l’opera di De La Tour, che colloca gli episodi del Vangelo in ambienti quotidiani, perché vuole attualizzare il messaggio della Salvezza, l’entrata di Dio nella realtà umana.
Vuole raffigurare un Dio che entra in casa, in casa mia, in casa vostra. Il Dio rivelato da Cristo è un Dio che entra. La Tour è un pittore dell’anima, la sua pittura diventa Parola e rivelazione.
Il semicerchio con cui i 5 personaggi si dispongono, e il 5 è un numero biblico, simboleggia Israele, notiamo che è aperto verso noi. L’artista ci invita a percorrere lo stesso cammino dei pastori, perché con essi anche noi «andiamo e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Luca 2,15).
San Giovanni, nel suo Vangelo, dopo averci detto che “il Verbo era sin dal Principio”, ossia dalla eternità, e che “era Dio, che lui era la vita e la vera luce degli uomini”; ci dice che “i suoi non lo hanno accolto. Ma a quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati”.
Il “credere” ci rigenera come figli spirituali, nella misura in cui accogliamo il Verbo, la Parola, Cristo-Logos, che ci ricrea nell’uomo interiore.
Un Dio fatto carne: De la Tour dipinge un bimbo vulnerabile come altri, ma segno della presenza divina, Egli è il «Dio con noi».
I Pastori sono persone semplici, ma dignitose, De La Tour li raffigura vestiti a festa, le pettinature sono curate: hanno intuito sul volto del Bambino una presenza divina, e la accolgono.
L’artista ha educato lo sguardo, sa distinguere nella povertà del quotidiano lo splendore della presenza di Dio, e con quest’opera invita l’osservatore a cogliere nella nostra e altrui umanità la presenza divina.
Maria veglia rivolta a suo figlio, ma guarda più avanti, senza aureola, ma consapevole del mistero, prega per il Bambino, lo affida al Padre, arde nel suo abito rosso il fuoco dell’amore.
Giuseppe protegge con le mani la fiamma della candela, come poi proteggerà il bambino. La candela accesa nella mano è simbolo del cero acceso nella Messa della notte di pasqua.
L’agnello pasquale e le spighe sono simbolo dell’eucaristia. L’agnellino è l’essere più vicino al Bambino Gesù, l’agnello di Dio. Ecco il messaggio che De La Tour cela nell’opera: acquisendo la consapevolezza della presenza divina nel fragile e nel quotidiano, il nostro sguardo può cambiare. La fede non cambia la realtà, ma il nostro modo di guardarla. Allora l’oscurità può essere superata.
Questa gloria divina ci appartiene, essa è già in noi, e deve crescere. Se impariamo a contemplare, sotto le umili apparenze del Piccino possiamo cogliere la Bellezza divina che prefigura la nostra trasfigurazione definitiva, a immagine del Figlio.
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ARTE E SACRA SCRITTURA
Nelle rappresentazioni artistiche di matrice cristiana uno dei soggetti che più ha attratto gli artisti nei secoli è stata l’annunciazione alla Beata Vergine, come la splendida ”Annunciata” di Antonello da Messina. L’Annunciazione rappresenta uno dei momenti più gioiosi del Vangelo, ci racconta di un “Sì” che ha cambiato la storia, il si di una giovane generosa. E’ l’incontro tra Dio che chiama, e la creatura che risponde, e nella libertà si mette a disposizione:
L’annunciazione – Vangelo di Luca 1,26-38 Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.
L’angelo è inviato a Nazareth, luogo ignorato dall’AT e dalla letteratura successiva. Un luogo della disprezzata Galilea, (“territorio di pagani”), divenuto insediamento di assiri dopo la conquista del Regno del Nord da parte di Salmanassàr V (726-722 a.C.). Una regione imbastardita religiosamente. Il messia non era atteso dalla Galilea; Gesù stesso era chiamato in modo dispregiativo il “Galileo” (Mt 26,69). Gli stessi Cristiani, alle loro origini, venivano chiamati in modo sprezzante “Galilei”. Il testo ci dice che la ragazza si chiamava Maria, nome quasi certamente egiziano, Marye, e significa “prediletta”, “amata”.
Antonello da Messina ha espresso questo gioioso incontro nella Vergine Annunciata (1477, olio su tavola, 37x 35, Palermo, Galleria Regionale di Sicilia). La Madonna viene ritratta mentre sta ricevendo l’annuncio, si direbbe che l’Angelo le sia appena apparso, perché la mano sinistra chiude il manto, a significare riservatezza del corpo e dello Spirito. Maria ha di fronte a sé l’angelo; non lo vediamo, ma c’é. La dipinge su fondo nero, per ottenere profondità: il fondo scuro azzittisce tutto, crea il silenzio attorno a Maria, e risalta la sua figura, posta in un isolamento totale. La conversazione che sta iniziando è tra lei, e l’angelo portatore del messaggio divino. L’artista ci restituisce l’intimità dell’incontro, un momento sacro, come il cuore di Maria, il luogo che accoglie l’annuncio.
L’Artista sa che l’annunciazione è un fatto concreto, reale, ci parla di un amore che si fa carne, perciò conferisce a Maria un modellato intenso, che restituisce alla figura volume e consistenza, anche perché il punto di osservazione risulta abbassato all’altezza del leggio. Ed è proprio nella parte bassa del dipinto, a livello di mani e leggio, che l’artista concentra la nostra attenzione. Le mani e il leggio, esprimono da un lato la capacità conservare la Parola nella mente e nel cuore (la mano sx.); mentre la destra si protende verso di noi, per dirci di fare attenzione, di fidarci e accogliere Dio nella nostra vita. Maria ci dice che più ci fidiamo di Dio e più entriamo nella pace, siamo rassicurati da queste mani e da questo volto; per il suo sì, Dio si è fatto uno di noi. Ciò rassicura il cuore: Dio si è fatto uno di noi.
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INCONTRI CON LA BELLEZZA
Iconografia di “Annuncio dell’angelo a Zaccaria”
L‘episodio evangelico dell’apparizione dell’angelo a Zaccaria è illustrato in un affresco nel ciclo di S. Maria dei Ghirli a Campione d’Italia, che conserva cicli di affreschi dal ‘300 al ‘600. Documentata già dall’anno 874 quale chiesa dedicata alla Madonna, venne ricostruita tra XIII – XIV secolo. La narrativa lucana ci parla di personaggi reali, che hanno un ruolo nella narrazione e sono protagonisti di una storia divina che si attua attraverso loro. neo-testamentari, attinge dalla Tradizione.
Luca ci dà una notizia interessante: quando anch’egli decise di intraprendere un racconto, nella 2a metà del I° secolo, erano già in atto tentativi da parte dei primi seguaci di Cristo di riportare in modo ordinato racconti, parabole, detti di Gesù, perché il tutto non andasse perduto. I Vangeli sono infatti un assemblaggio di brevi unità narrative raccolte nelle prime comunità (es. il Vangelo di Matteo e di Luca sono i primi tentativi di dare forma ordinata alla narrazione sulla storia di Gesù). I Vangeli non furono i primi scritti su Gesù, ma fecero riferimento a scritti sparsi presso le prime comunità di credenti, o elaborati da predicatori itineranti, che si appuntavano ciò che dovevano annunciare. Probabilmente la predicazione non era soltanto il kerigma, cioè l’annuncio degli eventi della passione, morte e risurrezione di Gesù, ma anche racconti di miracoli, di riporto di suoi detti.
La fede, pertanto, non si è fondata su di una qualche ideologia, ma ha avuto origine in un evento saldamente radicato alla storia, da cui si è poi originato l’annuncio, e con l’annuncio la fede. Quanto Luca scrive è una ricerca eseguita con grande accuratezza, andando all’origine dei fatti e accertandosi della loro veridicità tramite testimoni diretti, quelli che Luca definisce come “autóptai”. Di questi, all’epoca di Luca, con certezza ve ne era ancora uno: Giovanni, il discepolo prediletto.
I temi dell’infanzia di Gesù e del suo concepimento non destarono particolare interesse nella chiesa nascente, che preferì il periodo tra il battesimo di Giovanni e l’ascensione di Gesù (At 1,22).
Tuttavia, Matteo e Luca dedicano agli episodi dell’infanzia di Cristo molta attenzione. posizione altolocata, che finanziava la sua missione, considerata la posizione sociale di Luca, medico e conoscitore di diritto.
Vangelo di Luca 1,5-25
Al tempio di Erode, re della Giudea, c’era un sacerdote chiamato Zaccaria, appartenente alla classe di Abia; la sua sposa, una discendente di Aronne, si chiamava Elisabetta. *Dal punto di vista religioso, erano ambedue fedeli, perché in modo integerrimo praticavano tutti comandamenti e i
precetti del Signore. *Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile ed entrambi erano avanti negli anni. *Per Zaccaria venne il turno, assegnato alla sua classe, di servire nel tempio di Dio. *Secondo l’usanza del servizio sacerdotale, egli fu scelto a sorte per offrire l’incenso dentro il
santuario del Signore. *Durante l’ora dell’offerta dell’incenso tutta l’assemblea del popolo pregava all’esterno. *Allora gli apparve un angelo del Signore, in piedi alla destra dell’altare dell’incenso. *A quella vista Zaccaria fu sconvolto e un religioso timore si impossessò di lui. *Ma l’angelo gli disse: Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata ascoltata; la tua sposa Elisabetta ti darà un figlio e gli metterai nome Giovanni. *Questo sarà per te motivo di gioia e di letizia e molti si rallegreranno per la sua nascita. *Egli infatti avrà un grande compito da parte del Signore; per questo non berrà né vino, né altre bevande inebrianti e sarà consacrato dallo Spirito Santo fin dal seno di sua madre. *Suo compito sarà di convertire al Signore, loro Dio, molti del popolo d’Israele, *preparando la sua venuta con lo spirito e la forza di Elia, in modo da realizzare una tale conversione che i padri si compiaceranno nei figli e i ribelli torneranno a sentimenti di vera giustizia, e così presentare al
Signore un popolo ben disposto. *Zaccaria disse all’angelo: Quale prova ho per sapere se questo è vero? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni.*L’angelo gli rispose: io sono Gabriele, uno di
quelli che stanno direttamente agli ordini del Signore, e sono stato inviato per comunicarti
questa buona notizia. *Ebbene, poiché tu non hai voluto credere alle mie parole che si compiranno al momento stabilito, ecco che sarai ridotto al silenzio e non potrai più parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno. *Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria e si meravigliava per il suo indugiare nel santuario. *Ma quando uscì egli non riusciva a parlare; allora compresero che nel santuario aveva avuto una visione. Egli tentava di farsi capire con cenni, ma restava muto. *Quando
terminò il periodo del suo servizio al tempio, ritornò a casa. *Qualche tempo dopo Elisabetta, sua moglie, rimase incinta e non si fece vedere per cinque mesi, mentre andava pensando tra sé: * Ecco come ha agito con me il Signore, ora che si è degnato di porre termine a quella che era la mia vergogna in mezzo alla gente.
I primi personaggi introdotti da Luca sono Zaccaria ed Elisabetta.Entrambi appartengono alla classe sacerdotale, Zaccaria quale sacerdote ed Elisabetta, sua moglie, in quanto “discendente dalle figlie di Aronne”. Al sacerdozio ebraico non si accedeva per consacrazione, né aveva la sua sacralità. Era solo una funzione di servizio al Tempio, e si ereditava per nascita, per la semplice appartenenza alla tribù di Levi, che Jhwh aveva scelto per il suo servizio, per la fedeltà che questa tribù aveva dimostrato al vero culto di Dio durante l’episodio del “vitello d’oro”(Es 32,25-29).
Al tempo in cui Luca scrive vi era un numero esorbitante di sacerdoti: circa 20.000, addetti al servizio del Tempio, suddivisi in 24 classi sacerdotali. Zaccaria faceva parte dell’8° classe, quella di Abia Luca 1:11-13
La gravità della situazione viene rilevata dal tempo all’imperfetto, indicante un’irreversibile situazione: “non avevano un figlio”. Tutto sarebbe finito con la loro morte.
Veniamo al dipinto: la scena di Zaccaria con l’angelo nel tempio, rara nell’arte occidentale, in quella orientale è stata spesso raffigurata, sia negli affreschi, che nelle icone.
L’episodio è illustrato in un affresco nel ciclo di S. Maria dei Ghirli a Campione d’Italia. La chiesa conserva un ciclo di affreschi trecenteschi.
Nella scena compaiono l’arcangelo Gabriele e Zaccaria, ambientati in un’edicola poligonale, simbolo del tempio di Gerusalemme. L’artista dipinge strutture filiformi, esili, secondo il gusto gotico. Le esili strutture gotiche ben si prestano a illustrare un’apparizione angelica.
L ‘arte tardo-gotica è un’arte raffinata, compare nelle corti europee, efa grande impiego di argenti e ori, anche negli affreschi; e l’angelo è vestito di luce. L’architettura gotica incornicia l’incontro, contestualizzato dall’edificio. L’artista è stato in grado di rendere bene la reazione di Zaccaria alle parole dell’angelo.
L’evento era di enorme importanza, perché secondo la mentalità giudaica non si potevano coniugare tra loro santità e sterilità; la mentalità giudaica valutava la sterilità una punizione divina. Per questo, per rassicurare Zaccaria, l’apparizione avviene nella parte antistante il “Sancta Sanctorum”, in quello spazio sacro che favorisce il rapporto uomo-Dio. Zaccaria aveva dubitato delle parole dell’angelo: Come potrò mai conoscere questo? Come posso fidarmi? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni, dubita, non crede che l’onnipotenza divina, che lo ha tratto all’esistenza dal nulla, possa creare di nuovo e fecondare il grembo della moglie ormai senza più capacità di generare. Infatti l’angelo gli dice: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio” hai davanti a te un essere celeste, l’annuncio è divino. Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo». Ossia, “Poiché non hai creduto alla Parola di Dio, la Parola ti verrà tolta”. Non è una punizione, questo gesto divino va interpretato come un segno, che in seguito Zaccaria saprà interpretare, quando la Parola gli verrà ridonata. L’artista ha ben reso la reazione di Zaccaria all’annuncio angelico: la sua figura si incurva in avanti, ma non in atto di riverenza verso l’angelo divino, bensì per contestare le sue parole, e lacontestazione è evidente nella gestualità delle mani, contraddette dal movimento della mano destra dell’Arcangelo Gabriele, un gesto che è un monito: “Ecco, resterai muto, perché non hai creduto alla mia parola”.
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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 011.
La prospettiva consente al corpo di essere presente nella realtà bidimensionale della superficie pittorica. proprio il passaggio dalla figura al corpo é la chiave di volta della Scienza della
pittura. Alla conoscenza prospettica di Leonardo concorrono numerose osservazioni naturali, studi di ottica e di geometria, testimoniati in innumerevoli fogli dei codici. Egli conduce numerosi studi relativi alla prospettiva lineare, vuole capire come la realtà si presenta allo sguardo e come è possibile rappresentare una realtà che appaia come vera. Considera le classiche teorie dell’estromissione o intromissione dei raggi luminosi e predilige quella dell’intromissione.
Come appare in un codice della fine del secolo XV, queste indagini ottiche sono da leggere nel quadro della “Scienza della pittura”; in modo particolare, Leonardo è cosciente della discrepanza tra il passaggio dalla realtà, alla sua rappresentazione e conduce su questo tema degli interessanti studi.
L’artista-scienziato riprende la tradizione brunelleschiana dello specchio come strumento prospettico, e ritrova nelle superfici specchianti la condizione migliore per studiare il passaggio dal corpo reale, alla superficie rappresentativa. In questi termini, lo specchio diventa il migliore punto di riferimento per verificare l’efficacia realistica dell’opera pittorica.
Scrive Leonardo: “Soprattutto lo specchio si deve pigliare più a suo maestro, c’è lo specchio piano, imperocché sulla sua superficie le cose hanno similitudine con la pittura in molte parti. Cioè lo specchio richiama la prospettiva come un guardare attraverso”.
Ecco che allora che è come se lo specchio fosse il riflesso della finestra di vetro di cui parla Leon Battista Alberti, o il piano di taglio della piramide visiva.
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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 010.
Nella caverna della Vergine delle Rocce la luce illumina, ma i corpi proiettano ombre potenti, tutte d’un medesimo colore. Nella caverna della Vergine delle Rocce l’ombra più scura e quella più vicina alla luce. Così le ombre assumono i colori dei corpi come ad esempio nella Dama con l’ermellino, dove la mano e la manica del braccio che regge l’ermellino stesso si scambiano i colori delle ombre.
Data l’importanza attribuita al rilievo dei corpi, la prospettiva aerea riveste un ruolo fondamentale che articola la figura, il colore, l’ombra. La prospettiva è lo strumento principale per una rappresentazione pittorica conforme alla realtà.
Leonardo Propone anche un percorso di formazione per il pittore che parte dall’ apprendimento della prospettiva. L’artista parla di tre tipi di prospettive, cioè “Diminuzione delle figure dei corpi, diminuzione delle magnitudini loro e diminuzione dei loro colori”. Esistono dunque, la prospettiva lineare, la prospettiva di definizione dei dettagli e la prospettiva dei colori.
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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 009.
Nela suo “Trattato della Pittura”, Leonardo propone anche alcuni consigli sul pigmento pittorico in quanto materia. Leggendo i suoi scritti, pare quasi di vedere il
Genio di Vinci al lavoro, mentre impasta le materie, spalma i colori, effettua le velature. Soprattutto, la tecnica della velatura a olio, con la sovrapposizione di strati trasparenti di colore, consente di rappresentare l’atmosfera.
Minuscole gocce di luce si interpongono tra l’Osservatore e gli oggetti via via più lontani, fino all’orizzonte. Mediante la velatura, Leonardo può dipingere l’effetto del rilievo: la velatura materializza il pigmento rendendolo colore.
Per questo i paesaggi di Leonardo sono profondi e le montagne acquistano rilievo. Ciò si evince, in modo esemplare, nel paesaggio alle spalle di Monna Lisa, dove l’atmosfera è data da piani graduati in lontananza, a evidenziare ricordi e stati d’animo in perenne divenire.
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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 008
Secondo Leonardo si trova “il vero colore nel caso di un cielo terso. Questo non accade mai potersi vedere se non nel colore Turchino posto per piano in verso il
cielo sopra un altissimo monte, a ciò che in tal Loco non possa vedere altro obietto, è che il sole sia occupato, nel morire, da bassi nuvoli, è che il piano sia del colore dell’aria”.
Il cielo come pura luce appare forse anche nelle finestre che si aprono nel fondo della Madonna Benois. Per Leonardo, il vero colore non esiste in natura, se non in un cielo turchino. Infatti, l’artista sottolinea che vi è sempre un concorso di colori che si sovrappongono fino a stabilire la tinta finale.
Scrive:
“Il Rosato anche gli cresce di bellezza quando il sole che la Lumina nell’occidente rosseggia e insieme con le nuvole che se gli interpongono, benché in questo caso si potrebbe ancora accettare per vero, perché se il Rosato alluminato di Allume rosseggiante mostra più che altrove bellezza, gli è segno che lumi da altri colori che Rossi gli toglieranno la sua bellezza naturale”.
Spesso infatti le finestre si aprono su paesaggi in cui montagne e cielo dialogano cromaticamente, come nelle tre finestre che si aprono alle spalle di Gesù nel Cenacolo. L’aria in se stessa non avrebbe colore, ma prende la luce del sole. Per questo Leonardo dipinge l’azzurro dell’aria nel paesaggio di fondo.
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LEONARDO – TECNICA PITTORICA 007.
Leonardo distingue i colori fondamentali che cita nei suoi studi: rosso, verde, azzurro e giallo, come cerca di motivare in alcuni fogli del Codice Atlantico.
Scrive l’artista: “l’azzurro si sparge sopra il giallo e lo fa verde, e si sparge sopra il rosso e fassi paonazzo”.
Nel Libro di Pittura troviamo varie classificazioni e Leonardo con grande originalità parla della composizione pittorica rispetto a luce ed ombra.
E’ particolarmente interessante lo scritto in cui elenca 8 colori naturali. I colori sono dunque per Leonardo presenza o assenza di luce, e spiega il legame tra colore e luce, perché da questi 8 colori derivano per composizioni tutti gli altri.
La composizione dei colori naturali permette infinite sfumature e passaggi di tono. Nel libro della pittura Leonardo indica anche i colori semplici in numero di 6, e precisa che “l’azzurro e il verde non è per sé semplice, perché l’azzurro è composto di luce e di tenebre, come è quel dell’aria, cioè nero perfettissimo e bianco candidissimo”. Il verde è composto d’un semplice e di un composto, cioè si compone d’azzurro e di giallo.
Leonardo, Ultima Cena, part. (Milano, Santa Maria delle Grazie)