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Le rubriche di Rossana Domenici

GAMBE BELLE E LEGGERE

con le tavolette di Ippocastano
Il troppo caldo ti sposa e le tue gambe sono stanche e hanno voglia di vacanze?
Prova le tavolette di a base di: Ippocastano, Centella, Rusco e vitamina E.
Madre Natura ci dona leggerezza per le nostre gambe tramite l’Ippocastano.

Le tavolette Ippocastano e Centella si utilizzano per sostenere la circolazione delle gambe, proteggere i capillari fragili, contrastare la cellulite e in caso di emorroidi.
Sono un buon rimedio per chi avverte: gonfiore, ristagno dei liquidi, calore alle estremità.
Per un effetto immediato rinfrescante e rigenerante, suggerisco anche il freschissimo gel applicabile su gambe, corpo e collo, sempre con Ippocastano.

Freschi saluti e buone Gambe Belle e Leggere a tutte.

 

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IN UNA TAZZA DI TE’: DUE PIANTE, TANTE QUALITA’

Da sole due piante si ottengono oltre 300 varierà di tè, grazie a diversi fattori quali clima, altitudine, lavorazione, terreno di provenienza, stagione di raccolta, età e dimensioni della foglia, caratteristiche organolettiche. La pianta più diffusa è la Camelia Sinensis con raccolti apprezzabili a partire dai 3-5 anni e di cui si utilizzano le foglie apicali e le gemme per una migliore qualità.

E’ originaria dell’India settentrionale e della cina meridionale; l’alto arbusto viene mantenuto basso per agevolare la raccolta delle foglie di forma ovale-oblunga con margini dentati ed acuminati, mentre i fiori di un colore bianco crema ed il frutto è una capsula globosa. Per i meno pregiati si utilizzano anche le quattro foglioline sottostanti ancora tenere.

Mediamente da quatto chili di foglie si ottiene un chilo di tè e si possono effettuare fino a 10 raccolti all’anno anche se il risultato migliore si ottiene con il raccolto di primavera. Gli effetti della bevanda si differenziano grazie al tipo di tè, la temperatura dell’acqua, la durata dell’infusione

TE’NERO In Occidente quando si parla di tè si intende il tè nero, la cui lavorazione è suddivisa in appassimento: le foglie vengono messe ad appassire a temperature tra i 20 e i 25 gradi, per un periodo di tempo che varia dalle 8 alle 24 ore; arrotolamento: ancora morbide vengono arrotolate o rullate, senza spezzarle; le foglie si aprono e perdono liquidi; fermentazione: il liquido delle foglie a contatto con l’ossigeno dell’aria provoca una ossidazione chiamata fermentazione; essicazione: attraverso il calore si blocca il processo di decomposizione, procedendo poi alla selezione in base alla grandezza delle foglie, che determina la differenza della qualità. Le foglie piccole sono le più pregiate mentre quelle sminuzzate di qualità inferiore sono utilizzate prevalentemente per le bustine filtro.

LE TANTE PROPRIETA’ La presenza della caffeina rende il tè uno stimolante encefalico, cardiorespiratorio e per la stanchezza mentale. Ricco di flavonoidi, antiossidante, viene riconosciuto come anti-invecchiante ed utile come prodotto dimagrante, mentre la caffeina potrebbe aiutare ad eliminare il mal di testa. I tannini sono astringenti intestinali con azione antimicrobica e utilizzati nei trattamenti di gastroenteriti acute e per contrastare gli effetti della dissenteria batterica con una infusione di 10 minuti in un litro con molto succo di limone. Grazie alla presenza del fluoro protegge i denti dalla carie. Secondo le ultime ricerche 2 o più tazze al giorno diminuiscono del 44% la possibilità di infarto ed abbasserebbe il rischio di tumore al colon. Le foglie poste in infusione o in litro di possono applicare sugli occhi segnati da occhiaie o borse, lasciando agire 10/15 minuti, mentre risciacqui con l’infuso possono accelerare la guarigione delle afte.

Tè come stimolante Lasciare in infusione 2 minuti pe estrarre dalle foglie soprattutto la caffeina

Tè rilassante Se l’infusione vien prolungata per 3-5 minuti si estrae anche l’acido tannico capace di legarsi alla teina frenando ed attenuando l’effetto stimolante. L’acido tannico è anche responsabile del sapore amaro.

Tè con latte Se si aggiunge il latte si riduce la quantità di tannini e di acido clorogenico, quindi si limitano le irritazioni gastro intestinali.

 

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IN UNA TAZZA DI TE’

Il tè è un infuso ricavato da una pianta legnosa, la Camelia sinensis e la Camelia assamica, coltivate in Cina, India, Sri Lanka, Giappone, Kenia , Turchia, Russia, …. e dopo l’acqua è la bevanda più diffusa al mondo.
Il Tè ebbe la sua culla in Cina e qui sono state inventate le regole e l’arte di servirlo. La più famosa leggenda cinese narra che il primo a bere il the fu nel lontano 2737 a.C. l’imperatore Shen Nung che, seduto ai piedi dell’ albero del tè era in attesa che l’acqua bollisse quando cadde qualche fogliolina nel recipiente, assaggiò l’infuso e subito si sentì rinvigorito. In passato le foglie del tè valevano anche come moneta e pagamento dei tributi imperiali, tanto che nella città di Pu veniva compresso per essere meglio maneggiato e trasportato. Sotto la dinastia Tang il commercio divenne monopolio dello stato ed influenzò moltissimo l’economia.
Il Tè in Giappone diffuso a partire dall’ottavo sec. d.C. dai monaci buddisti che lo usavano per intensificare lo stato di allerta e veglia durante le meditazioni, conquistò rapidamente la corte imperiale e si crearono le prime diffuse coltivazioni.
Il Tè in Europa: le prime notizie si ebbero grazie a Marco Polo con il suo Milione. Gli europei ne conobbero l’esistenza molto più tardi nel 1610 per opera degli olandesi con la Compagnia delle Indie Orientali. Il suo prezzo era molto elevato e in Portogallo, Francia, Italia era utilizzato unicamente come medicinale. Nel 1706 Thomas Twining aprì a Londra una caffetteria dove serviva anche l’esotica bevanda, di cui divenne poi fornitore ufficiale della Regina Vittoria. In Olanda ed in Inghilterra il tè è divenuto bevanda nazionale e assaporato con particolari riti.
Il tè proveniente dall’India: a causa della guerra dell’oppio che coinvolse la Cina per tre anni, dal 1839 sul mercato europeo giunse il tè coltivato in India e Cylon. Dopo il 1870 gli inglesi sostituirono le piantagioni di caffè, distrutte da una grave malattia, con le coltivazioni di tè e fu il modo per far loro apprezzare un sapore più deciso ed un’azione tonica più marcata. Fu anche una opportunità economica rilevane per chi ebbe il fiuto di credere in un buon raccolto di tè indiano. Thomas Lipton con queste trasformazioni costruì la sua fortuna.

 

Le rubriche di Stefano Golasmici

Radicalizzazione religiosa, de-radicalizzazione: senza radici?

 

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Rubrica Cinema di Giulio Fedeli e Maurizio Fantini


     Data:             Martedì 17 Maggio 2022
     Ore:               14:15
     Canale TV :  IRIS (canale 22)

 

 A S F A L T O    C H E    S C O T T A
( C L A S S E    T O U S    R I S Q U E S )

 F R A N C I A  1960 – Regia:  C L A U D E   S A U T E T

 

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Data:             Giovedì 12 Maggio 2022
Ore:               15:50
Canale TV :  RAI MOVIE (canale 24)

U N A   S T R E G A   I N   P A R A D I S O
( B E L L,   B O O K   A N D   C A N D L E ) –  U.S.A.   1958
Regia:  R I C H A R D    Q U I N E

 

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Data:             Martedì 3 Maggio 2022
Ore:               15:10
Canale TV :  IRIS (canale 22)

I L    C O M M I S S A R I O    P E L I S S I E R
(M A X    ET    L E S    F E R R A I L L E U R S)

Regia:   CLAUDE   SAUTET – Francia,  1971

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Data:             Giovedì 14 Aprile 2022
Ore:               21:30
Canale TV :  LA 7D (canale 29)

QUEL  CH

E  RESTA  DEL  GIORNO
 (T H E    R E M A I N S    O F    T H E    D A Y)

 G B / U.S.A.   1993 – Regia:  J A M E S    I V O R Y

 

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Data:             Giovedì 7 Aprile 2022
Ore:               21:10
Canale TV :  TV 2000

EST OVEST Amore e libertà  (E S T – O U E S T)
Regia:  RÉGIS  WARGNIER
co-produz.  Russia/ Ucraina/ Bulgaria/ Spagna/ Francia,  1999

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Data:             Martedì 29 marzo 2022
Ore:               21:20
Canale TV :  canale 5 – (505 HD)

I L     D I A V O L O    V E S T E    P R A D A
( T H E    D E V I L    W E A R S    P R A D A )

U.S.A. 2006 – Regia:  D A V I D    F R A N K E L

 

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Data:             Mercoledì 23 marzo 2022
Ore:               16:45
Canale TV :  RETE 4 – (504HD)

I L    V I Z I E T T O
( L A    C A G E    A U X    F O L L E S )

FRANCIA – ITALIA,  1978   –   Regia:  ÉDOUARD  MOLINARO 

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Data:             Domenica 20 marzo 2022
Ore:               17:00
Canale TV :  RETE 4 – (504HD)

R A N C H O   N O T O R I U S
U.S.A. 1952  –  Regia:  F R I T Z   L A N G

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Data:             Giovedì 17 marzo 2022
Ore:               17:20
Canale TV :   IRIS – CANALE 22

F A N D A N G O
U.S.A.,  1985   –   Regia:  KEVIN  REYNOLDS

 

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 Data:             Martedì 15 marzo 2022
 Ore:               16:35
 Canale TV :   RETE 4 – (504HD)

L’ALBERO DEGLI IMPICCATI
(THE HANGING TREE) – U.S.A. 1959 – Regia: DELMER DAVES

 

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Data:             Martedì 8 marzo 2022
Ore:               21:10
Canale TV :   RAI MOVIE – (canale 24)

C O M E    E R A V A M O  (THE  WAY  WE  WERE)
U.S.A.,  1973   –   Regia:  SYDNEY  POLLACK

Sapete  quanto  ci  teniamo  ad  affiancare  alle  osservazioni  riguardanti  propriamente  la  Storia  del  Cinema,  riflessioni  pertinenti  la  Critica  Cinematografica.  Sottolineando  quanto  il  Critico  dovrebbe  – un  po’  alla  maniera  dei  conoscitori  delle  arti  figurative –  individuare  subito,  con  occhio  infallibile,  autori  e  film  importanti  da  ciò  che  non  lo  è.  Ripetiamo:  subito,  non  dopo  anni  o  decenni.  Laddove  succedesse,  è  evidente  che il  discorso  si  situerebbe  su  un  altro  piano,  e  soprattutto  la  cosa  andrebbe  riconosciuta  apertamente.  L’esempio  più  trasparente  riguarda  – in  Italia –  il  caso  di  Douglas  Sirk.  Chi,  da  noi,  riconobbe  subito  l’importanza  di  Secondo  amore  o  Lo  specchio  della  vita

Ora,  durante  la  stagione  cinematografica  1973/74,  uscirono  in  Italia  film  di  alto  o  altissimo  livello  di  cui,  tutto  sommato,  ci  si  occupò  adeguatamente:  Lancillotto  e  Ginevra  di  Robert  Bresson;  Amarcord  di  Federico   Fellini;  Sugarland  Express  di  Steven  Spielberg;  Allonsanfàn  dei  fratelli  Taviani… .  Film  di  altissimo  livello  di  cui,  colpevolmente,  non  ci  si  occupò  affatto:  La  rosa  rossa,  di  Franco  Giraldi !  Film  molto  modesti  di  cui,  colpevolmente,  ci  si  occupò  fin  troppo:  Jesus  Christ  Superstar,  di  Norman  Jewison;  L’esorcista,  di  William  Friedkin;  Il  viaggio  di  Vittorio  De Sica;  La  montagna  sacra,  di  Alejandro  Jodorowsky… .  In  mezzo  vi  furono  decine  di  titoli  – soprattutto  americani –  poco  o  nulla  capiti  e  scambiati  per  prodotti  commerciali  pro-botteghino  da  liquidare  in  due  righe.  C’erano  opere  di  qualità  assai  elevata  (Chi  ucciderà  Charley  Varrick?  di  Don  Siegel;  La  conversazione  di  Francis Ford  Coppola;  Paper  Moon  di  Peter  Bogdanovich…),  o  di  medio-buon  livello  (Il  lungo  addio  di  Robert  Altman;  Città  amara  di  John  Huston;  L’ultima  corvé  di  Hal  Ashby…).  Anche  il  nostro  Come  eravamo  fa  parte  di  questo  folto  gruppo:  ma  come,  un  film  con  il  bello  Robert  Redford,  e  Barbra  Streisand,  la  cantante  de  Il  gufo  e  la  gattina ?  E  invece  il  film  con  il  “biondo  era,  e  bello”,  e  la  canzonettista  da  145  milioni  di  dischi  venduti,  è  una  delle  riflessioni  più  ricche  sulla  recente  storia  americana!

Fra  chi  riconobbe  subito  (subito,  nel  1974!)  il  valore  di  Come  eravamo,  vi  fu  il  nostro  amato  Tullio  Kezich  (allora  46enne).  Eccolo  in  integrale:  « Non  eravamo  poi  tanto  diversi  da  questi  ragazzi  che  oggi  facciamo  finta  di  non  comprendere:  ce  lo  dice  il  regista  Sydney  Pollack,  un  quarantenne  che  parla  a  nome  degli  ultracinquantenni.  Tra  un  flash-back  e  l’altro,  la  vicenda  di  Come  eravamo  abbraccia  circa  tre  lustri:  dal  ’37  agli  inizi  degli  anni  Cinquanta,  cioè  dalla  vigilia  della  seconda  guerra  mondiale  alle  mobilitazioni  popolari  contro  la  bomba  atomica.  Sulle  vette  degli  incassi  americani  con  oltre  11  milioni  di  dollari,  il  film  è  un  tipico  prodotto  dell’operazione  nostalgia:  favoleggia  agli  spettatori,  con  toni  delicati  alla  Scott Fitzgerald,  di  un’epoca  dove  tutto  sarebbe  stato  meno  grossolano  che  al  giorno  d’oggi  (ma  Scott  diceva  le  stesse  cose  degli  anni  Venti,  scrivendone  nel  cuore  del  decennio  successivo).  Robert  Redford,  bello  e  dannato,  è  uno  scrittore  dottissimo,  troppo  arrendevole  ai  richiami  della  dolce  vita;  Barbra  Streisand,  bruttina  e  superimpegnata,  è  una  comunista  ebrea  che  ha  fatto  di  Roosevelt  il  suo  dio  e  crede  di  poter  cambiare  il  mondo.  Come  eravamo  è  la  cronaca  del  loro  incontro  e  dei  loro  scontri,  dalle  scaramucce  del  college  al  matrimonio  dopo  la  guerra,  per  finire  in  quel  cimitero  degli elefanti  (intellettuali)  che  una  certa  letteratura  ha  collocato  a  Hollywood.  Si  tratta,  però,  di  una  Hollywood  vista  per  la  prima  volta  senza  ipocrisie  negli  anni  della  caccia  alle  streghe.  Qui  dentro  c’è  materia  per  due  film,  di  cui  il  primo  (quello  che  arriva  alla  morte  di  Roosevelt)  sarà  certo  accolto  più  cordialmente  perché  tocca  temi  che  non  riguardano  solo  un’élite.  Però  tutto  lo  spettacolo,  animato  da  due  interpreti  stupendi,  ha  il  fascino  avvincente  delle  cose  riuscite;  e  la  figuretta  di  Barbra  – che  continua  a  strillare  i  suoi  slogan  democratici  nel  finale  amarognolo –  è  un  atto  di  fede  nella  continuità  dell’illusione.  E  (perché  no?)  un  invito  a  non  mollare.»

Il  maggior  esegeta  italiano  di  Sydney  Pollack,  è  stato  l’americanista  Franco  La Polla.  Chi  ci  tenesse  può  ancora  procurarsi  in  Rete  la  sua  preziosa  monografia  nella  collana  “Il  Castoro  Cinema”,  del  1978.  Vi  troverà  anche  illuminanti  indicazioni  bibliografiche  (non  per  l’aggiornamento è naturale,  ma  per  il  nostro  discorso).

Una  considerazione  conclusiva.  Qualcuno  potrebbe  obiettare:  sì,  ma  anche  voi  celebrate  adesso  – a  quasi  14  anni  dalla  scomparsa –  Sydney  Pollack;  quanto  a  Come  eravamo,  arrivò  in  Italia  ben  48  anni  fa!  Già,  ma  noi  lo  riconosciamo  apertamente,  facciamo  i  nomi  giusti,  e  poi  – soprattutto –  uno  di  noi  due,  nel  suo  piccolo,  può  vantare  titoli  di  merito  non  proprio  da  buttar  via.  Insieme  con  il  critico  Gian Carlo  Castelli,  pubblicò in tempi non sospetti,  uno  studio  dettagliato  – rimasto  abbastanza  raro… –  sul  film  forse  più  bello  e  meno  considerato  di  Pollack:  vale  a  dire  Ardenne  44:  un  inferno  (Castle  Keep,  1969)  in  rapporto  al  romanzo  d’origine  di  William  Eastlake.  E,  sempre  con  il  compianto  professore  bustocco,  si  diede  non  poco  da  fare  durante  qualche  anno  per  diffondere  la  conoscenza  (mediante  proiezioni  e  ricche  dispense  di  studio)  di  Questa  ragazza  è  di  tutti,  1966,  e  – soprattutto –  di  Yakuza,  1975,  ennesimo  capolavoro  pollackiano  con  Robert  Mitchum  su  sceneggiatura  di  Paul  Schrader ! 

Sydney  Pollack,  o  uno  specchio  grande  come  gli  Stati  Uniti  d’America.

 

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Data:            Lunedì 7 marzo 2022
Ore:              21:00
Canale TV :  IRIS – (canale 22)

A  HISTORY  OF  VIOLENCE
U.S.A. / CND-2005 – Regia: DAVID  CRONENBERG

[ Tutto  il  cinema  di  David  Cronenberg
– imprescindibile  dal  punto  di  vista  della  cultura  cinematografica – 
non  è  adatto  ai  minori. ]

 

Guardate  bene  la  fotografia.  È  l’interno  dello  “Stall’s  Diner”,  cioè  di  un  luogo  di  ristorazione  tipicamente  americano  – qui  siamo  in  una  città  dell’Indiana,  nella  regione  del  Midwest –  gestito  da  Tom  Stall  (Viggo  Mortensen,  in  tranquillizzante  camicia  marrone  a  quadri).  Ci  sono  le  bottigliette  di  ketchup,  i  bollitori  con  il  caffè  caldo,  la  pubblicità  di  dolci  e  gelati.  C’è  qualcosa  di  più  normale,  di  più  ‘americano’ ?  Sembra  una  stampa  di  Norman  Rockwell,  l’autore  delle  copertine  del  “Saturday  Evening  Post”.  Osservate  ora  l’uomo  seduto  al  banco.  Camicia,  cravatta,  e  occhiali  scuri:  sorride  (un  sorriso  può  avere  molti  significati…),  sorride,  ma  la  sua  presenza  contribuisce  essa  sola  a  deviare  l’atmosfera  da  Rockwell  a  Edward  Hopper,  anch’egli  pittore  dell’american  way  of  life,  di  cui  – viceversa –  ha  sempre  sottolineato  la  solitudine  venata  da  aspetti  inquietanti. 

“Inquietante”,  ecco.  Quando  abbiamo  scelto  i  titoli  da  segnalare,  Maurizio  ha  affermato:  «… c’è  A  History  of  Violence,  film  inquietante  ma  molto  valido…».  Sintesi  tanto  semplice  nella  formulazione  quanto  indovinata  nel  caratterizzare  con  un  solo  aggettivo  il  film  medesimo.  Sì,  inquietante.  A  History  of  Violence  è  l’esatto  opposto  (180°,  un  angolo  piatto…)  dell’hitchcockiano  Delitto  perfetto,  di  cui  si  è  appena  parlato.  Il  titolo,  come  al  solito,  ci  dovrebbe  mettere  subito  in  allarme:  “una  storia  di  violenza”,  va  bene,  ma  se  lo    completassimo  con  il  verbo  to  have  avremmo  to  have  a  history  of  violence,  che  significa  avere  (alle  spalle)  un  passato  violento.  C’è  dunque  qualcuno  dal  passato  discutibile  nel  film ?  Vedi  come  è  la  vita:  si  tratta  proprio  del  gestore  del  diner  con  la  tranquillizzante  camicia  a  quadri  sceso  da  una  copertina  di  Norman  Rockwell.  È  lui,  celebrato  dalla  comunità  come  una  sorta  di  eroe  per  aver  sventato  una  rapina  nel  suo  diner,  a  far  scattare  il  segnale  d’allarme:  quale  è  davvero  il  passato  di  Tom  Stall ? 

La  domanda  se  la  pongono  per  primi  la  moglie  Edie  e  il  figlio  Jack  (ma  in  meno  di  un  secondo  essa  si  trasferisce  allo  spettatore):  che  cosa  succede  quando  una  moglie  e  un  figlio  i  quali  credevano  di  far  parte  di  una  famiglia  ‘perfetta’  (della  perfetta  famiglia  americana),  vengono  assaliti  dal  dubbio  che  il  rispettivo  marito e  padre  tiene  forse  nascosto  qualcosa  di  poco  edificante  intorno  alla  sua  vita  precedente  il  matrimonio ?  E  ciò  che  ha  detto,  ciò  che  dice,  è  una  menzogna,  oppure  vuole  davvero  proteggere  la  famiglia,  oppure… ?  Si  può  amare  (ancora)  una  persona  la  cui  history  sconcerta,  una  persona  che  forse  non  è  mai  esistita,  che  forse  non  esiste  nella  realtà ?  Della  trama  di  questo  splendido  film,  nulla  si  deve  rivelare:  segnaleremo  però  che  a  un  certo  punto  – a  proposito  di  legami  familiari –  salterà  fuori  anche  il  fratello  di  Tom  Stall  (ma  si  chiama  davvero  così ?).

David  Cronenberg  – diciamolo  chiaramente:  è  un  regista  difficile,  complesso –  non  ha  mai  esitato  a  filmare  la  violenza,  ma  se  la  mette  in  scena  non  è  per  estetizzarla,  per  spettacolarizzarla,  come  in  Sam  Peckinpah,  o  in  Sergio  Leone  sia  pure  in  misura  minore.  È  per  rifletterci  sopra.  Anche  dietro  la  famiglia  ideale  dell’inizio  la  violenza  si  fa  strada.  Cronenberg  si  e  ci  chiede:  ma  da  dove  essa  arriva ? 

La  ricchezza  di  A  History  of  Violence  è  molto  estesa  in  temi,  toni,  sfumature.  Come  va  letto  il  ‘quieto’  finale ?  Indubbiamente  il  film  non  tralascia  anche  una  punta  polemica  (forse  qualcosa  più  di  una  punta…)  nei  confronti  di  un  Paese  che  storicamente  e  sociologicamente  ha  avuto  e  ha  molto  a  che  fare  con  la  violenza:  siamo  dalle  parti  del  Martin  Scorsese  di  Gangs  of  New  York,  qui  superato  tuttavia  con  un  balzo  nettissimo. 

David  Cronenberg  (canadese  di  Toronto,  79  anni  martedì  prossimo  15  marzo),  ha  creato  un  universo  a  più  dimensioni,  da  cui  le  domande  intorno  ai  limiti  della  condizione  umana  –  sia  essa  fisica,  morale  o  esistenziale –  sgorgano  senza  sosta.  Un  cinema,  il  suo,  che  mostra  volentieri  il  mondo  visto  con  lenti  deformanti,  e  per  questo  degno  del  qualificativo  di  “moderno”.  Molto  amato  dalle  ultime  generazioni  di  critici.  Mauro  Gervasini,  per esempio,  ha  portato  alle  stelle  A  History  of  ViolenceTom  si  illude  di  costruire  intorno  a  sé  il  mondo  perfetto,  impermeabile  a  qualunque  contaminazione  dell’altro  (i  banditi,  i  gangster,  la  minaccia  che  viene  da  fuori)  e  Cronenberg  fa  quello  che  ha  sempre fatto.  Distrugge  da  dentro.

 

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Data:            Mercoledì 2 marzo 2022
Ore:              16:25
Canale TV :  RETE 4 (504 HD)

IL  DELITTO  PERFETTO
(DIAL M FOR MURDER)
U.S.A.,  1954 Regia:   ALFRED   HITCHCOCK

 

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Data:             Lunedì 28 Febbraio 2022
Ore:              21:00
Canale TV :  IRIS (canale 22)

C’ERA  UNA  VOLTA  A  NEW  YORK
(T H E   I M M I G R A N T) USA – 2013  –  Regia:  JAMES  GRAY

 

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Data:             Mercoledì 23 Febbraio 2022
Ore:              21:00
Canale TV :  IRIS (canale 22)

SHAKESPEARE IN  LOVE   
GB / U.S.A.,  1998 – Regia:   J O H N    M A D D E N

 

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Data:             Domenica 20 Febbraio 2022
Ore:              21:20
Canale TV :  RAI STORIA (canale 54)


I L    P O S T O

ITALIA,  1961   –   Regia:  ERMANNO  OLMI

 

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Data:             Domenica 13 Febbraio 2022
Ore:              18:00
Canale TV :  RAI MOVIE (canale 24)

S A N G U E  S U L L A  L U N A    (BLOOD ON THE MOON) 
U.S.A.,  1948  – Regia:   R O B E R T   W I S E

 

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Data:             Martedì 8 Febbraio 2022
Ore:              21:10
Canale TV :  RAI MOVIE (canale 24)

UN  TRANQUILLO  WEEKEND  DI  PAURA (DELIVERANCE)
U.S.A,  1972   –   Regia:  JOHN  BOORMAN

 

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Data:             Mercoledì 2 Febbraio 2022
Ore:              16:50
Canale TV :  RETE 4 (canale 4 – 504 HD)

LE  TENTAZIONI  DEL  SIGNOR  SMITH  (THIS  HAPPY  FEELING)
U.S.A.,  1958 – Regia:  BLAKE  EDWARDS

 

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              Giovedì 27 Gennaio 2022
Ore:                  22:55
Canale TV :    RAIMOVIE  (canale 24)

 

In  occasione  della
GIORNATA  DELLA  MEMORIA
proponiamo  e  consigliamo  la  visione  di  questo  film

 M R.   K L E I N
FRANCIA,  1976   –   Regia:  JOSEPH  LOSEY

 

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Data:              Mercoledì 26 Gennaio 2022
Ore:                  16:45
Canale TV :    RETE 4  (canale 4 – 504 HD

 

COME  LE  FOGLIE  AL  VENTO( WRITTEN  ON  THE  WIND)
U.S.A.,  1956 – Regia:  DOUGLAS  SIRK

 

 

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Data:              Lunedì 24 Gennaio 2022
Ore:                  15:20
Canale TV :    IRIS  (canale 22)

 

L’ ASSEDIO  DI  FUOCO    ( R I D I N G   S H O T G U N )
U.S.A. – 1954  Regia:  ANDRE  DE  TOTH

 

Nel  1954  la  Warner  Bros.  mandò  sugli  schermi  20  film.  Anche  soltanto  i titoli,  senza  i  nomi  dei registi,  degli  interpreti  e  la  specificazione  del genere,  bastano  a  farci  sognare  e  tornare  per  un  attimo  a  quella  felice epoca  d’oro:             

L’invasore  bianco,  Lo  sceriffo  senza  pistola,  Il  mostro della via  Morgue,  Duffy  of  San Quentin,  Il  delitto perfetto (sì,  proprio  il capolavoro  hitchockiano!),  Il  trono  nero,  Un pizzico  di  fortuna,  Il  circo delle  meraviglie,  Riccardo  Cuor  di  Leone,  Prigionieri  del  cielo,  Assalto  allaTerra   (sì,  proprio  uno  dei  grandi  capolavori  della  fantascienza!),  Duello nella  giungla,  Rullo  di  tamburi,  Mandato  di  cattura,  È  nata  una  stella,  La belva,  Il  calice  d’argento.               Siamo  a  quota  17. I  tre  che  mancano  sono:  La città  è  spenta,  Cacciatori  di  frontiera  e  L’assedio  di  fuoco:  tutti  e  tre diretti  da  Andre  De Toth (1912-2002),  chiare  origini  ungheresi  (5  film  in patria  – a  Hollywood  Paprika… –  prima  di partire  per  gli  Stati  Uniti dove Tóth  Endre  diventerà  il cittadino americano  Andre  De Toth);  per  una manciata  di  anni  marito  felice  della  fragile, indimenticabile Veronica Lake (1922-1973);   attivo   a   fine   carriera   anche   in   Italia,   negli   anni   della “Hollywood  sul  Tevere ”  (Morgan  il  pirata,  I  Mongoli,  Oro  per  i  Cesari,  tra il  1960  e  il  1962).                                                                                                                                                               Andre  De Toth,  il  terzo  grande  guercio  di  Hollywood, dopo  John  Ford  e  Raoul  Walsh (Nicholas  Ray  non  era  guercio,  su  Fritz Lang  la  discussione  è  aperta…).

Già  ai  suoi  tempi,  gli  spettatori  andavano  (in tanti)  a  vedere  i  suoi  film, di  cui  ricordavano  i  titoli:  non  conoscevano  però  il  suo  nome.  Occorre  – al  solito –  guardare  ai  cinefili  parigini  per  afferrarne  l’importanza  e  la grandezza:  amatissimo  da  Bertrand  Tavernier  e  Jean-Pierre  Melville.  Più tardi   anche   Martin   Scorsese   dichiarerà   di   ammirare   De Toth, anunderrated  hero,  un  eroe  misconosciuto. L’assedio  di  fuoco  è  uno  dei  numerosi  western  che  Randolph  Scott  girò con  De Toth,  risultando  di  incredibile  efficacia  – con  quel  suo  viso  quasi di  marmo –  nel  dar  vita  a  uomini  di  poche  parole  ma  di  solida  moralità. Nel  film,  egli  è  un  uomo  il  quale  – per  dimostrare  di  non  essere  il fuorilegge  che  tutti  credono  sia –  deve  tutto  solo  lottare  contro  i  veri cattivi.

Il  titolo  originale  del  film  – Riding  Shotgun –  si  riferisce  al  mestiere esercitato  dal protagonista  Larry  Delong,  il  quale  è  l’uomo  di  scorta  che sulle  diligenze  sedeva  accanto  al  conducente  con  funzioni  di  difesa  e protezione  in  caso  di  assalto.  ‘Riding  shotgun’  perché  era  armato  di

fucile  (shotgun),  definito  “da  equitazione”  nel  pittoresco  linguaggio  della frontiera  per motivi comprensibili.  Sta di fatto che Larry cade  in un’imboscata da  parte  di  una  banda  di  fuorilegge  associati  a Dan Marady, l’uomo  che  ha  ucciso  sua  sorella  e  suo  nipote.           

Quandotorna  a  Deep Water,  Larry  scopre  che  quasi  tutti  gli  abitanti  credono  che sia   stato   coinvolto   in   una   rapina alla   diligenza   di   cui   era   il   riding shotgun. La  rapina  ha  provocato  due  morti.  Nessuno, esclusa  la sua  fidanzata e  Doc  Winkler,  ne  ascolta l’avvertimento,   e  cioè  che  gli uomini  di  Marady  stanno  arrivando  in  paese  per  compiere  davvero  una rapina.  Larry  è  costretto  a  rifugiarsi  in  una cantina,  e  a  stento  viene sottratto   al   linciaggio   dal  deputy   sheriff  Tub Murphy.   Ecco   intanto giungere  la  banda  di  Marady:  ma  – secondo  le  convenzioni  del  cinema  di allora –  il  lieto  fine  è  d’obbligo.  Però  Larry  Delong  se  l’è  vista  brutta… .

L’assedio  di  fuoco è  un  piccolo,  delizioso,  semplice,  bel  western  di  serie B:  vediamolo, per  nostro  piacere  e  per  celebrare  degnamente i   110   anni   dalla   nascita   e   i   20   dalla   morte   di  Andre  De Toth, «underrated  hero».

 

 

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Data:              Giovedì 20 Gennaio 2022
Ore:                  15:15
Canale TV :    IRIS  (canale 22)

LA  GATTA  SUL  TETTO  CHE  SCOTTA   
(CAT  ON  A  HOT  TIN  ROOF –  U.S.A. 1958) Regia:  RICHARD  BROOKS

 

To  be  like  a  cat  on  hot  bricks”;  “To  be  like  a  cat  on  a  hot  tin  roof”  (amer.):   = stare  sui  carboni  ardenti.

“The  Cat”  si  riferisce  a  Maggie  “la  gatta”  [cat  può  tradurre  anche  il  femminile,  she-cat  o  female  cat],  moglie  sola  e  sessualmente  frustrata  dell’alcolizzato  ex-giocatore  di  football  Brick  (Paul  Newman).  Maggie  (Elizabeth  Taylor)  non  sa  per  quanto  tempo  l’unione  potrà  andare  avanti.  Si  paragona  a  un  gatto  [a  una  gatta…]  la  quale  cerca  di  rimanere  su  un  tetto  di  lamiera  che  scotta,  ma  ha  paura  di  saltare,  perché  non  sa  dove  potrà  atterrare.

Un  titolo  celeberrimo,  che  ci  riporta  a  un’epoca  del  cinema  americano  (suppergiù  gli  anni  1950-1965),  quella  dei  melodrammi  ‘fiammeggianti’  fatti  apposta  per  mettere  in  rilievo  le  protagoniste  (belle  e  brave)  e  i  protagonisti  (belli  e  bravi)  dello  star  system  hollywoodiano;  gli  ambienti  e  gli  arredi  delle  case  dei  ricchi;  tenori  di  vita,  abiti  e  comportamenti  che  la  gente  comune  poteva  solo  immaginare.  Il  cinema  come  “officina  dei  sogni”,  appunto.  Non  è  ovviamente  questa  la  sede  anche  solo  per  iniziare  un  discorso  di  tipo  sociologico  su  quel  cinema:  qui  il  nostro  discorso  si  limita  alla  constatazione –  doverosa –  che  molti  di  quei  film  non  solo  erano  cinematograficamente  validi  ma  hanno  in  qualche  modo  segnato  la  Storia  del  Cinema  (basti  pensare  a  Douglas  Sirk,  a  John  M. Stahl,  a  William  Wyler…). 

Una  fetta  non  piccola  del  loro  successo,  dipendeva  dai  soggetti  (e  dalle  successive  sceneggiature).  Un  nome  con  cui  fare  i  conti  è  certamente  quello  del  drammaturgo  Tennessee  Williams  (1911-1983),  che  da  solo  fornì  al  cinema  Lo  zoo  di  vetroUn  tram  chiamato  desiderio,  Estate  e  fumo,  La  primavera  romana  della  signora  StoneLa  rosa  tatuataImprovvisamente  l’estate  scorsaLa  dolce  ala  della  giovinezzaLa  notte  dell’iguana.  E,  naturalmente,  La  gatta  sul  tetto  che  scotta.  Opere  che  trionfarono  sui  palcoscenici  americani  ed  europei,  vinsero  premi,  imposero  il  suo  nome  come  il  più  “forte”  del  periodo  postbellico.  Loro  tema  fondamentale  è  la  «rappresentazione  di  un  mondo  corrotto  e  corruttore,  dominato  dalla  violenza,  dall’interesse,  da  varie  forme  di  prepotenza  che  finiscono  per  schiacciare  gli  innocenti,  o  più  semplicemente  i  diversi».  Pubblico  e  critica  rimasero  colpiti  anche  dall’ambientazione  geografica  di  molti  lavori  di  Williams,  originario  del  Mississippi  e  dunque  a  suo  agio  nel  descrivere  il  ‘profondo  Sud’  degli  Stati  Uniti,  ancora  legato  al  ‘clima’  (in  tutti  i  sensi),  ai  valori  (o  disvalori)  pre-Guerra  di  Secessione.

La  gatta  sul  tetto  che  scotta,  con  dialoghi  (per  allora)  morbosi,  sessuofobie,  frustrazioni,  racconta  di  una  famiglia  dove  c’è  un  padre  che  si  scopre  malato  terminale,  un  figlio  maggiore  avido  (Jack  Carson),  quello  minore  (Paul  Newman)  depresso, bevitore,  fragile  ma  anche  debole  e  irresoluto.  Le  mogli  (comunque  in  posizione  subordinata…)  fanno  quello  – più  o  meno  ‘nobile’ –  che  possono  per  difendere  i  mariti.

Un  evergreen,  avvisa  “FilmTV”.  Sì,  e  noi  ne  consigliamo  la  visione.  Il  problema  è  però  questo:  La  gatta  sul  tetto  che  scotta  ha  resistito  all’usura  del  tempo?  Quanto  è  accettabile  oggi  la  pruderie  del  tempo  nel  censurare  la  (chiara)  omosessualità  del  personaggio  di  Paul  Newman?  Ormai  anche  in  Wikipedia,  cui  rimandiamo,  si legge:  per  non  incappare  nelle  maglie  del  Codice Hays,  fu  soppressa  la  tematica  originaria  del  testo  teatrale:  Brick,  un  atleta,  non  riesce  a  desiderare  la  bellissima  e  focosa  moglie  perché  non  si  è  mai  ripreso  dalla  morte  (per  suicidio)  di  un  compagno  di  squadra,  Skipper,  di  cui era  innamorato,  senza  però  sapere  o  accettare  di  essere  omosessuale.  E  annega  nell’alcool  qualunque  barlume  di consapevolezza  rischi  di  venire  a  galla. 

L’interpretazione  è  di  maniera:  basti  pensare  a  La  dolce  ala  della  giovinezza  (1962,  sempre  Brooks,  sempre  Williams;   ancora  un  Newman,  però  decisamente  migliore;  soprattutto  una  magnifica  Geraldine  Page  che  Elizabeth  Taylor  non  riesce  nemmeno  a  vedere…).  Taylor  era  più  indicata  per  i  film  in  costume:  “la  gatta”  era  una  parte  per  Lana  Turner.  Anche  Jack  Carson  è  qui  al  di  sotto  della  sua  performance  ne  Il  trapezio  della  vita,  di  Douglas  Sirk.  Quanto  al  Brick  di  Paul  Newman,  ci  piace  ripetere  ciò  che  a  suo  tempo  disse  Louis  Marcorelles,  il  quale  recensì  il  film  per  i  Cahiers  du  Cinéma:  «un  frère  de  ces  jeunes  Américains  qui  n’ont  jamais  fini  de  grandir»  (un  fratello  di  quei  giovani  americani  che  non  finiscono  mai  di  crescere).

Richard  Brooks  (1912-1992)  è  stato  un  buon  regista.  Il  suo  problema  era  la  “continuità  di  rendimento”.  Prima  de  La  gatta  ci  diede  due  ottimi  film,  Il  seme  della  violenza  e  L’ultima  caccia;  così  come  fece  subito  dopo  (Il  figlio  di  Giuda,  il  citato  La  dolce  ala  della  giovinezza  e  il  bellissimo  Lord  Jim,  tratto  da  Conrad).  Probabilmente  a  fine  anni  Cinquanta  attraversò  un  periodo  accidentato,  lanciandosi  ne  I  fratelli  Karamazov  (estraneo  alle  sue  corde),  e  nel  poco  felice  Qualcosa  che  vale.  Il  film  comunque  è  qui,  proviamo  a  vederlo:  oleografico  oppure  un  classico  riuscito?

 

 

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Data:              Domenica 16 Gennaio 2022
Ore:                  16:50
Canale TV :    RAI MOVIE  (canale 24)

 

MA  PAPÀ  TI  MANDA  SOLA ?   (WHAT’S  UP,  DOC ?)
U.S.A. –  1972 – Regia:  PETER  BOGDANOVICH

 

 

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Data:              Sabato 15 Gennaio 2022
Ore:                  17:00
Canale TV :    RAI STORIA  (canale 54)

 

H U G O   C A B R E T
(U.S.A. 2011) Regia:  MARTIN  SCORSESE

Il  primo,  il  primissimo  fondamento  che  motiva  questa  segnalazione  è  il  più  semplice,  il  più  condivisibile,  il  più  vicino  alla  ragion  d’essere  di  una  segnalazione:  dare  di  gomito  a  un  amico  quando  gli  si  voglia  dire  (con  tutti  i  migliori  sentimenti,  quasi  con  affetto…):  ecco,  non  perdere  questo  film  perché  è  bello,  e  soddisferà  al  massimo  grado  quel  che  ormai  tutti  chiamiamo  il  piacere  della  visione.  Senza  curarsi  della  verosimiglianza,  lanciando  la  mdp  in  favolose  carrellate  ad  alta  velocità  dietro  il  protagonista  Hugo,  il  regista  cinefilo  Martin  Scorsese  ha  modo  di  rendere  omaggio  a  Georges  Méliès  (1861-1938),  il  padre  fondatore  del  cinema  fantastico  e  fantascientifico.  Quanto  l’opera  dei  Lumière  ‘stava  addosso’  alla  realtà,  tanto  le  preoccupazioni  di  Méliès  erano  rivolte  alle  immense  possibilità  che  il  nuovo  linguaggio  apriva  alla  fantasia. 

La  vicenda  del  film  prevede  che  a  inizio  anni  Trenta,  l’orfano  dodicenne  Hugo  Cabret  viva  praticamente  ‘di  contrabbando’  in  una  grande  stazione  ferroviaria  parigina  (la  gare  Montparnasse),  dedicandosi  alla  manutenzione  degli  orologi  e  alla  riparazione  di  meccanismi  e  congegni.  ‘Mestiere’  e  passione  ereditate dallo  zio  e  dal  padre,  il  quale  gli  ha  lasciato  un  automa  che  non  era  riuscito  a  rimettere  in  sesto.  Hugo  viene  a  contatto  con  il  proprietario  del  negozio  di  giocattoli  della  stazione  stessa:  che  è  proprio  Georges  Méliès.  E  il  film  diventa  così  una  ricca  storia  a  quattro  (Hugo-automa-Georges-Isabelle,  figlia  degli  scomparsi  collaboratori  dell’inventore-regista).

Non  ci  si  stancherebbe  mai  di  ammirare  la  precisione  assoluta  con  cui  ambienti,  costumi,  colori,  caratteri  sono  ricostruiti  e  resi  dal  film.  Cinema  puro,  insomma,  che  non  è  poi  tanto  facile  trovare  oggigiorno  sugli  schermi.  Sarà  che  noi  siamo  particolarmente  sensibili  al  mito  mélièsiano  dell’illusione  di  celluloide,  ma  questo  omaggio  filologicamente  rigoroso  al  cinema  delle  origini,  lo  abbiamo  trovato  splendido.  Se  proprio  dobbiamo  esprimere  una  (moderata)  perplessità,  questa  deriverebbe  dal  tipicamente  scorsesiano  accumulo  di  materiale:  tante  citazioni,  mai  un  minuto  di  respiro,  inquadrature  sghembe  a  profusione,  tentazioni  virtuosistiche  sempre  in  agguato.  Beh,  averne  di  film  che  mescolano  David  Copperfield  (v.  il  personaggio  dell’ispettore  ferroviario  Gustav,  interpretato  dal  famoso  Sacha  Baron Cohen)  David  Copperfield  e  Giulio  Verne;  Harold  Lloyd  e  Charlie  Chaplin;  una  riflessione  sul  caleidoscopio  (v.  tutte  le  invenzioni  visive)  e  la  necessità  di  riandare  agli  affascinanti  studi  di  Jurgis  Baltrušaitis  intorno  alle  deformazioni  ottiche. 

Un  film  dunque  da  affrontare  solo  dal  punto  di  vista  di  un  raffinato  formalismo?  Ma  neanche  per  idea!  Sentite  cosa  dice  l’equilibrato  Paolo  Mereghetti:  «Nelle  mani  di  Scorsese,  il  bellissimo  romanzo  illustrato  di  Brian  Selznick  La  straordinaria  invenzione  di  Hugo  Cabret  permette  al  regista  di  intrecciare  i  due  temi  forti  della  sua  ispirazione:  la  sfida  del  singolo  per  trovare  il  proprio  posto  nel  mondo,  e  il  cinema  come  lente  per  capire  la  realtà.  E  dilata  la  sua  carica  poetica  fino  a  diventare  un  inno  alla  gioia  di  vivere  e  alle  capacità  dei  sogni  (cioè  dei  film)  di  regalarci  preziosi  momenti  di  felicità.  Quattro  stelle.»

 

 

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Per questioni  “ tecniche “  questa settimana ci è impossibile presentare la scheda dei film prescelti per la visione. Vi elenchiamo comunque una serie di titoli che meritano la visione.
 (due film: “Il traditore di Fort Alamo” e “Steve Jobs” li riteniamo i più “interessanti”)

                                                                                                               Buona visone

 

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Data:                Martedì 28 settembre 2021
Ore:                  21:00
Canale TV :    CINE 34  (canale 34)

 

 

 

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Per questioni  “ tecniche “  questa settimana ci è impossibile presentare la scheda dei film prescelti per la visione. Vi elenchiamo comunque una serie di titoli che meritano la visione.
 (due film: “Il traditore di Fort Alamo” e “Steve Jobs” li riteniamo i più “interessanti”)

                                                                                                               Buona visone

 

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Data:                Martedì 28 settembre 2021
Ore:                  21:00
Canale TV :    CINE 34  (canale 34)

 

LA  LEGGENDA  DEL  PIANISTA  SULL’OCEANO
1998,  Italia    Regia:  GIUSEPPE  TORNATORE

Settimana  interlocutoria,  questa,  in  cui  abbiamo  scelto  film  un  po’  controversi,  i  quali  sollecitano  il  giudizio  del  singolo  spettatore.  Film,  intendiamo  dire,  ‘aperti’,  che  hanno  suscitato  reazioni  contrastanti.  Prendiamo  questo  Tornatore.  Una  sorta  di  kolossal  girato  – in  lingua  inglese –  in  Ucraina,  con  attori  stranieri  anglofoni  e  collaboratori  più  che  illustri  (Ennio  Morricone  per  le  musiche,  l’ungherese  Lajos  Koltai  per  la  fotografia,  costumi  di  Maurizio  Millenotti,  soggetto  da  un  monologo  teatrale  di  Alessandro  Baricco).  Una  “favola  grandiosa”  – si  direbbe –  (40  miliardi  di  spesa),  costruita  a  tavolino  per  centrare  il  grande  successo  di  pubblico  e,  forse,  per  entrare  nella  storia  del  cinema.  Con  il  primo  scopo  è  andata  bene,  con  il  secondo  un  po’  meno.  Tornatore  (n. 1956)  già  vincitore  di  un  Oscar  meritato  con  Mediterraneo  (1991),  ha  poi  sempre  faticato  a  mettere  insieme  opere  totalmente  convincenti:  si  è  abituato  a  pensare  in  grande,  e  la  critica  non  infrequentemente  ha  fatto  pollice  verso.  Che  dire?  Provate  a  guardare questa  Leggenda:  forse  sapete  già  che  racconta  la  storia  di  un  Tim  Roth  pianista  che  sceglierà  di  non  scendere  mai  a  terra  dalla  nave  sulla  quale  fu  trovato  ancora  in  fasce:  è  un  uomo  che  “non  esiste”.  Lasciamo  però  a  un  estimatore  del  film,  l’illustre  critico  Paolo  D’Agostini,  il  compito  di  tracciare  qualche  linea  orientativa:  «(…) Che  lezione  ci  dà  questo  film,  che  insegnamento  ci  lascia  questo  bel  personaggio?  Forse  che  per  apprezzare  la  ricchezza  della  vita,  per  sapere  che  “è  una  cosa  immensa”  occorrono  tanto  i  Novecento  [è  il  nome  del  personaggio  di  Tim  Roth]  quanto  i  Max:  l’ingenuità,  la  follia,  l’isolamento,  la  ‘malattia’  degli  artisti  cui  Dio  ha  donato  il  genio  per  creare  ma  non  la  capacità  di  vivere  la  vita  comune;  e  l’adattabilità,  il  realismo,  il  senso  comune,  i  vizi,  ma  anche  la  capacità  di  perdersi  e  di  commuoversi  dei  loro  gregari.  Quelli  che  scendono  a  terra.  A  poco  più  di  40  anni,  come  il  Fellini  che  aveva  appena  fatto  La  dolce  vita  e  si  accingeva  a  fare  Otto  e  mezzo,  Tornatore  ci  consegna,  nel  doppio  richiamo  alla  fine  di  secolo  che  ci  ha  preceduti  e  a  quella  che  è  alle  porte,  una  metafora  che  resterà  perché  emoziona  senza  cedimenti  sentimentalistici,  e  perché  scava  senza  proclami  pretenziosi,  con  il  dono  di  una  “pesante  leggerezza”.  Tornatore  ha  sempre  avuto  la  tendenza  a  riempire  i  suoi  film  di  suggerimenti,  evocazioni,  citazioni,  intenzioni,  ma  qui  finalmente  il  sovraccarico  non  deborda,  si  fa  ricchezza  di  rimandi,  significati,  valori,  riflessi.  E  anche  la  mancanza  di  misura  (ci  sono  momenti  in  cui  le  due  ore  e  quaranta  non  paiono  tutte  necessarie),  si  lascia  perdonare,  anzi  giustificare  come  armonica  a  una  necessità  espressiva,  a  un’economia  narrativa,  a  uno  stile  personale.»

 

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Data:                Sabato 25 settembre 2021
Ore:                  15:20
Canale TV :    RAI 3

VIA  DALLA  PAZZA  FOLLA  (FAR  FROM  THE  MADDING  CROWD)
2015,  GB/U.S.A.  –  Regia:  THOMAS  VINTERBERG

 Questa  segnalazione  è  per  la  verità  originata  più  dall’incitamento  a  leggere  (o  a  rileggere)  il  romanzo  originario  di  Thomas  Hardy,  che  dall’intrinseca  pregevolezza  del  film  che  ne  ha  tratto  il  danese  Thomas  Vinterberg  (n. 1969)  il  quale  – con  L’ultimo  giro –  ha  vinto  l’Oscar  per  il  miglior  film  straniero  all’ultima  edizione.  Thomas  Hardy  è  scrittore  che  ha  sempre  avuto  pochi  lettori  in  Italia,  quantunque  i  suoi  romanzi  e  una  parte  delle  poesie  e  dei  racconti  siano  stati  tradotti.

Forse  Hardy  (1840 – 1928)  tiene  a  distanza  il  lettore  italiano  perché  esprime  una  visione  amara  e  desolata  della  vita,  in  cui  l’uomo  è  schiacciato  da  un  Fato  (rigorosamente  in  maiuscolo)  indifferente  e  ostile.  Lontano  parente  della  nostra  Grazia  Deledda,  ha  ambientato  tutte  le  sue  trame  nelle  campagne  del  natìo  Dorset  (da  lui  ridenominato  Wessex,  alla  maniera  anglosassone),  e  si  è  rivelato  un  grande  poeta  della  natura.  Per  questo  il  cinema  (inglese)  si  è  spesso  ispirato  ai  suoi  romanzi,   e  il  risultato  migliore  venne  raggiunto  dalla  splendida  versione  che  proprio  di  Via  dalla  pazza  folla  ci  diede  nell’ormai  lontano  1968  il  regista  John  Schlesinger.  Già,  ma  allora  c’era  alla  sceneggiatura  Frederic  Raphael  (90  anni  compiuti  lo  scorso  14  agosto:  auguri!),  Julie  Christie  come  Betsabea  Everdene; Peter  Finch  era  Boldwood,  il  proprietario  terriero  di  mezza  età,  Terence  Stamp  faceva  il  sergente  Troy  e  Alan  Bates  il  fedele  pastore  Gabriel  Oak.

Adesso  invece  il  problema  riguarda  proprio  gli  interpreti,  che  sono  totalmente  fuori  parte  (stavamo  per  scrivere  che  non  sono  all’altezza…),  con  la  sola  eccezione  della  brava  Juno  Temple  (n. 1989)  nel  breve  ruolo  della  sfortunata  Fanny  Robin.

E  dire  che  la  vicenda  è  ben  congegnata.  Betsabea  è  contesa  da  tre  uomini:  Oak,  appunto,  Troy  e  Boldwood.  Rifiuta  il  pastore  perché  non  è  abbastanza  ricco  e  il  proprietario  perché  non  lo  ama;  sposa  il  soldato,  ma  ne  ricava  solo  offese  e  amarezze.  Poi  il  proprietario  uccide  il  soldato,  e  Betsabea  può  correggere  l’errore  originario  sposando  il  pastore  Oak.  Il  film  è  corretto  dal  punto  di  vista  dei  bei  paesaggi  fotografati  a  colori,  i  costumi  sono  gradevoli,  qualche  scena  è  filmata  bene  (Betsabea  e  il  sergente  Troy  con  la  giubba  rossa  nel  bosco…),  ma  il  confronto  con  Schlesinger  è  improponibile.  Forse  Hardy  può  essere  portato  sullo  schermo  solo  da  registi  inglesi:  per  esempio,  anni  fa  (1979)  ci  si  mise  anche  Roman  Polanski  con  Tess  dei  d’Urbervilles.  Sì,  Nastassja  Kinski,  tre  premi  Oscar:  sostanza,  però,  pochina.

Via  dalla  pazza  folla:  sì,  vedetelo  (non  vi  annoierà  di  certo);  vedetelo,  e  poi  via  di  corsa  al  romanzo.    

 

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R
itorniamo dopo la pausa estiva con la nostra rubrica di “consigli” per la visione di film di qualità.

Molti i titoli che meriterebbero la vostra attenzione, ma le nostre scelte si orientano su pellicole trasmesse in orari “umani”, pomeriggio e prima serata. Chissà perché i “capolavori” li trasmettono in orari notturni o all’alba… quelli non ve li proponiamo, ma dalla prossima pubblicazione potremo perlomeno evidenziarveli…se soffrite d’insonnia!!!
                                              Buona visione

 

 

Data:                Mercoledì 22 settembre 2021
Ore:                  16:30
Canale TV :    RETE 4 (504 HD)

 

SCANDALO  AL  SOLE  (A  SUMMER  PLACE)
1959,  U.S.A.    Regia:  DELMER  DAVES

 

«Preferisco di gran lunga che il pubblico non sappia che c’è un regista. Questa è la mia tesi generale riguardo alla regia.»

Non si può certo sostenere che l’americano Delmer Daves (1904 – 1977) non sia stato accontentato in questo suo auspicio teoretico. Di fatto, ancora oggi molti suoi titoli (la decina di western: L’amante indiana, 1950; L’ultima carovana, 1956; Quel treno per Yuma, 1957; L’albero degli impiccati, 1958 …), sono vivi nella memoria degli spettatori, ma quanto a ricollegarli complessivamente al suo nome in segno di avvenuta identificazione autoriale, ebbene siamo ancora piuttosto lontani. Che simile atteggiamento sia da estendere anche agli addetti ai lavori, è però davvero singolare: singolare perché – esso sì – consapevole ( e dunque colpevole…!).

Estraneo al triangolo Vienna-Berlino-Hollywood, all’humus culturale ebraico, alle soluzioni narrative (Edgar G. Ulmer) o visive (Jacques Tourneur) ‘estreme’ di certi suoi coetanei, a Delmer Daves è stato fatto pagare un biglietto esageratamente caro per i fluviali melodrammi del quadriennio 1961-’65, da Vento caldo ad Accadde un’estate. In Francia era tempo di Nouvelle Vague e il 68 bolliva già in pentola; negli Stati Uniti non gli furono perdonati l’ipocrisia e i pregiudizi attribuiti alle classi sociali benestanti, soprattutto nei rapporti intergenerazionali. Sono proprio i temi che Daves affronta a partire dal celebre Scandalo al sole, celebre perché la colonna sonora di Max Steiner ha segnato un’epoca ed è ancora ben presente a chi aveva sedici-diciotto-vent’anni quando uscì il film. È totalmente fuori moda Scandalo al sole ? Alcuni rispondono affermativamente, ma è una domanda che riveste poco significato nel momento in cui lo si guarda con l’occhio dello storico, sia del cinema che dell’american way of life (e forse non soltanto). La vicenda è nota: è la storia di tre coppie, due di genitori male assortiti e una dei rispettivi figli che si amano con l’entusiasmo della giovane età. Ambientata a Pine Island, al largo della costa atlantica del Maine, traccia di fatto un parallelo tra la pruderie, il tipico puritanesimo di molti ambienti ricchi dell’East Coast, e la permissività – sì, in materia sessuale innanzitutto… – richiesta dalle generazioni che avanzano. Due generazioni a confronto insomma, dove il liberal Daves ha buon gioco nello stigmatizzare – v. la Helen Jorgenson di Constance Ford – snobismo, pregiudizi sociali e razziali, ipocrisia (la stessa che spinse i distributori italiani a tradurre il titolo originale A Summer Place con Scandalo al sole…!). Detto che il problema maggiore del film risiede nel cast (bravissimo, come sempre, Arthur Kennedy nel ruolo di Bart Hunter, marito disincantato di Sylvia Hunter/Dorothy McGuire; non più comprensibile invece il motivo che spinse a valorizzare i bamboleggianti Troy Donahue e Sandra Dee come la coppia giovane), non è il caso di fare pollice verso a Scandalo al sole: una volta riposizionato nel suo proprio contesto cronologico, contiene anch’esso una parte di verità.

 

 

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Data:                Domenica 19 settembre 2021
Ore:                  21:15
Canale TV :    26 CIELO

LEZIONI  DI  PIANO  (THE  PIANO)

1993 – Australia / Francia

Regia:  JANE  CAMPION

 

Non  fosse  stato  per  lei  e  per  il  Peter  Weir  di  Picnic  a  Hanging  Rock,  quanti  fra  noi  (e  fra  gli  addetti  ai  lavori…)  avrebbero  spontaneamente  cominciato  a  considerare  che  la  lingua  inglese  ricomprende  la  cultura  raffinata  e  autonoma  di  un  intero  Continente  geografico,  una  cultura  da  indagare  per  mezzo  di  categorie  mentali  libere  e  indipendenti ?  Cinema  e  Australia;  cinema  e  Nuova  Zelanda:  ma  chi  ci  aveva  mai  pensato ?  E  invece  oggi  possiamo  essere  qui  a  scrivere  con  certezza  assoluta  che  il  primo  posto  nell’ambito  di  una  classifica  di  merito  riguardante  le  registe  che  hanno  operato  e  operano  nella  Storia  del  Cinema,  spetta  ex-aequo  a  Ida  Lupino  (1918 – 1995,  inglese)  e  a  Jane  Campion,  nata  a  Wellington,  Nuova  Zelanda,  il  30  aprile  1954. 

Chi  ha  seguito  su  RaiMovie  la  recentissima  cerimonia  di  assegnazione  dei  premi  a  conclusione  della  Mostra  di  Venezia,  non  potrà  dire  di  non  essere  stato  colpito  dal  suo  volto  inquadrato  in  primissimo  piano:  emanava  la  forza  interiore,  la  decisione,  il  ‘marchio’  vorremmo  quasi  dire,  di  una  donna  il  cui  destino  è  l’arte,  l’espressione  artistica,  la  comunicazione  di  sensazioni  che  aiutano  a  capire  ad  alti  livelli  di  profondità  l’universo  nel  quale  ci  è  stato  dato  di  vivere  (e  non  solo…).  Come  non  pensare  ad  Artemisia  GentileschiAngelika  Kauffmann, Vittoria  Colonna,  a  Katherine  Mansfield  stessa,  presente  in  tutte  le  storie  della  letteratura  inglese  e  conterranea  di  Jane  Campion ?

Sentite  come  Giovanni  Grazzini  (quanto  ci  mancano  critici  come  lui,  come  Guglielmo  Biraghi,  Claudio  G. Fava…)  apriva  sul  “Corriere”  la  recensione  dedicata  a  Lezioni  di  pianoTra  i  film  belli  della  stagione,  Lezioni  di  piano  fa  spicco,  forte  ritratto  d’una  donna  vincente  compiuto  da  una  donna  intelligente  e  sensibile,  venuta  dal  femminismo  a  celebrare  l’assoluto  dell’amore.  Questa  storia  romanticamente  eccessiva,  è  narrata  da  Jane  Campion  con  uno  stile  di  volta  in  volta  vibrante  e  sfumato,  che  ha  una  grande  forza  inventiva  e  d’espressione.  Usando  la  mdp  col  piacere  quasi  sensuale  di  trascorrere  sui  volti,  gli  oggetti,  i  comportamenti  per  coglierne  la  valenza  fantastica,  evoca  il  valore  del  tatto,  esalta  la  comunicazione  trasmessa  non  già  con  la  parola  ma  con  la  nota  musicale,  esplora  attraverso  l’immagine  la  zona  dell’inespresso,  e  in  una  perdurante  atmosfera  di  lirismo  trae  da  tempo  e  spazio  tante  occasioni  emotive. 

Avete  letto  bene:  Lezioni  di  piano  è  un  film  che  celebra  l’assoluto  dell’amore,  e  –  senza  ‘steccare’ –  tocca  anche  l’amore  carnale  per  affermare  la  volontà  femminile.  Segnatevi  dunque  questo  appuntamento,  e  il  nome  di  Jane  Campion:  con  lei  –  connazionale  di  Edmund  Hillary –  il  cinema  sale  a  quota  ottomila. 

 

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Probabilmente avrete notato che la rubrica di CINEMA è stata interrotta …..  in parte per la scarsa qualità della programmazione  ma anche per il “naturale” desiderio di riposo dopo un anno dedicato non solo all’ACU del nostro esperto “principe” Giulio Fedeli.

Vi ringraziamo per l’attenzione con cui ci avete seguito in tutto questo periodo di “tempo senza tempo” e Vi diamo appuntamento a settembre  per riprendere il nostro percorso, nella speranza di poterlo presentare a pieno regime ed in presenza non appena le circostanze ce lo permetteranno.

Nel frattempo vi auguriamo una serena estate con l’invito comunque ci continuare a seguirci sul sito e sulla pagina Face Book.

 

 

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Data:               Martedì 1 Giugno 2021
Ore:                  16:15
Canale TV : RETEQUATTRO

GIUBBE  ROSSE
  (NORTHWEST  MOUNTED  POLICE) 
 
di   Cecil  B.  De  Mille    U.S.A. 1940
Con  Gary  Cooper,  Paulette  Goddard,  Preston  Foster,  Robert  Preston

La critica cinematografica (c.c.) che riflette sulle sue basi teoretiche: mai ci stancheremo di raccomandarvi la lettura di quei testi che analizzano quali strumenti gli addetti ai lavori mettono in campo (o non mettono in campo…) per formulare i loro giudizi. Cominciate con l’agile guida dell’ottimo Alberto Pezzotta, divulgativa e rigorosa (La c.c.; Carocci, Roma 2007); seguitate con il volume dell’universitario Claudio Bisoni (La c.c. Metodo, storia e scrittura; Archetipo, BO 2008). Poi però prendetevi anche una vacanza: per es., provate a procurarvi (e non preoccupatevi dell’inglese: lo leggerete lo stesso, e non dovrete ricorrere all’aiuto del dizionario così spesso come pensate) The Fifty Worst Films of All Time. Sì, perché Giubbe Rosse -il film che vi consigliamo oggi di non perdere- a detta degli autori rientra proprio nell’elenco dei 50 peggiori film mai girati. E questa è già una (validissima) ragione per spingervi a vederlo: pensate infatti come sarebbe salutare cominciare a farvi qualche domanda se vi dovesse piacere.

Ricordate quando durante i nostri incontri presentammo -qualificandoli come “capolavori” (è un modo di dire, è un modo di dire…)- titoli come Madre Giovanna degli Angeli, Strategia di una rapina, o Irene Irene di Peter Del Monte, che vi lasciarono invece perplessi, se non indifferenti? Chi stabilisce quali sono i film migliori o peggiori della storia del cinema?

Sappiate che nel libro citato (procuratevelo, ci ringrazierete!), immediatamente prima di Giubbe Rosse (1940), l’elenco prevede La taverna della Giamaica (1939, Alfred Hitchcock); prima ancora Il cavaliere della libertà (1930, di D.W. Griffith), poco dopo Ivan il terribile (1944, di S.M. Ėjzenštejn). C’è anche un Preminger, un Losey, un Resnais. C’è bisogno di aggiungere altro?

Sì, c’è bisogno di aggiungere che Giubbe Rosse è un bel film avventuroso, con DeMille per la prima volta alle prese col Technicolor, il quale aggiunge splendore alla maestà dei paesaggi, alla venustà di Paulette Goddard, alla ‘scrittura’ cinematografica senza tempi morti. E questo è ancora nulla, perché il regista ci immerge in un quadro storico che –soprattutto qui in Italia- conosciamo forse ancora troppo poco: la rivolta dei Métis intorno agli anni Ottanta del XIX° sec. Erano costoro i meticci di lingua francese discendenti dalle unioni tra coloni franco-canadesi con donne Cree, Saulteaux, Ojibway, Algonquin. E le appena create (1873) Tuniques Écarlates, si trovarono a dover operare in quei territori immensi, contro popolazioni ostili, dove il banditismo era spesso mescolato alle rivendicazioni ‘nazionali’. Nel film compaiono alcuni personaggi storici, come appunto Louis Riel e Jacques Corbeau superbamente caratterizzato da George Bancroft, il quale aveva appena smesso i panni dello sceriffo Charlie Wilcox in Ombre Rosse. Gary Cooper è Dusty Rivers, un ranger texano giunto in Canada sulle tracce appunto di Corbeau. Paulette Goddard è Louvette (=lupetta), la scatenata figlia di Corbeau. Ed ecco un’altra caratteristica tipica del cinema di Cecil DeMille: l’inserimento mai fuori luogo di storie d’amore e sentimento. Noi non ve lo diciamo: tocca a voi infatti contare quante ne sono romanticamente presenti in Giubbe Rosse. A noi lasciate il compito di sottolineare la bella delicatezza della battuta che Gary Cooper porge alla fine a Madeleine Carroll: «Il Texas sarà più triste senza di lei».

Avendo aperto con delle indicazioni bibliografiche, chiuderemo allo stesso modo. Forse fate ancora in tempo a trovare in edicola l’ultimo numero di Tex Magazine 2021: contiene decine di pagine curate da Graziano Frediani dedicate alle Giubbe Rosse, alla loro storia e leggenda, alla loro canadesità, ai numerosi film che hanno ispirato, tanto numerosi da originare un piccolo filone autonomo del genere western. Buona visione. E Buona lettura.

 

 

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Data:               Giovedì 27 Maggio 2021
Ore:                  17:10
Canale TV : 22 – IRIS

L’ I N F E R N A L E  Q U I N L A N  di  O r s o n  W e l l e s   U.S.A. 1958

Qualche anno fa, un docente di A.C.U. ci disse che si accingeva a partire per un viaggio di piacere in Spagna, e che una delle tappe sarebbe stata la città andalusa di Ronda. La reazione fu automatica: dovette giurarci che a qualsiasi costo sarebbe andato a cercare la finca (= tenuta) di Antonio Ordóñez (1932-1998), nel patio della quale – in una vera di pozzo cieca ricolma di terra della Plaza de Toros – giace l’urna con le ceneri di Orson Welles (1915-1985). Il grande e celebre torero, era molto amico sia di Welles che di Hemingway, dos americanos que idolatraban la corrida de toros. Al suo ritorno, il collega ci disse che, essendo proprietà privata, la tenuta non era aperta al pubblico: non aveva dunque potuto scattare le fotografie richieste.

Che cosa era accaduto a noi – da sempre disobbedienti all’obbligo diffuso di decretare Quarto potere e Orson Welles rispettivamente il film e il regista più importanti della storia del cinema – per intraprendere, sia pure attraverso interposta persona, un ‘pellegrinaggio’ wellesiano così pregnante di riconoscimenti? La risposta è semplice. Messa a parte la lettura del libro di Peter Bogdanovich, ci era diventato impossibile negare l’autentico piacere della visione che un titolo qualsiasi di Orson Welles procura, sia esso vicino al suo progetto iniziale o manomesso dai produttori. Per esempio, che il suo gusto per il mascheramento – eccessivo e debordante quanto si vuole – è basilare in ordine ai concetti di finzione e spettacolo con cui le storie cinematografiche devono fare i conti.

Proviamo a prendere il poliziotto ‘deviato’ Hank Quinlan di questo film. È un po’ la sintesi di tutti i “cattivi” wellesiani, e il regista-interprete si è sbizzarrito nell’applicargli anche visivamente tutti i difetti possibili e immaginabili: grasso, vecchio, laido, brutalmente volgare, alcolizzato, ributtante nel suo aspetto sudaticcio (moite, direbbero i francesi). Ne sarebbero bastati due – tre, via – per farne comunque un personaggio odioso. Ebbene, il fatto che Hank Quinlan assurga invece a simbolo della complessità dell’animo umano, si trova enormemente potenziato da simile descrizione: poliziotto che non esita a fabbricare prove false pur di incastrare quelli che ritiene i colpevoli di un reato, ha dalla sua un fiuto praticamente infallibile. Forse, più ancora che di complessità, si dovrebbe parlare di ambiguità dell’animo umano, di negatività positiva di un personaggio tutore di un ordine allarmante e che tuttavia è estraneo al concetto di vantaggio personale, legato a una idea di giustizia implacabile ma “giusta”. Il vero colpevole de L’infernale Quinlan è quello che lui aveva intuito; lui, così lontano dalla correttezza formale del bello e pulito Mike Vargas di Charlton Heston, campione di mediocrità lineare.

Eh, sì; sappiate che dovrete prendere una posizione nei riguardi dell’energia dittatoriale condita di sarcasmo ironico che sprigiona da Hank Quinlan. Tornano alla mente il discorso dei cucù svizzeri che l’angelico e perfido Harry Lime ci sottopone ne Il terzo uomo; la mancanza di limiti morali del suo Macbeth. Soprattutto deve tornare il ricordo della piega tragica delle labbra del commissario di polizia François Périer, mentre nel melvilliano Frank Costello faccia d’angelo confessa – vergognandosene – a Nathalie Delon: «La verità è quella che dico io, malgrado i mezzi che devo usare per raggiungerla!»

Sì, è davvero difficile rimanere indifferenti di fronte al ritratto di Hank Quinlan: e solo un regista/interprete davvero grande lo poteva tracciare.

Il resto è cosa nota: il piano-sequenza iniziale al posto di frontiera tra Stati Uniti e Messico; quello della famosa scatola da scarpe; l’uso del grandangolo; il cameo della divina Marlene Dietrich nel ruolo di Tanya, cui tocca pronunciare l’orazione funebre per Quinlan: «He was some kind of a man» [= a modo suo, era un grande uomo].

Il critico americano Danny Peary ha sintetizzato bene i motivi di quel piacere della visione cui abbiamo accennato: nell’Infernale Quinlan, Welles ha enfatizzato gli elementi di squallore, ma li ha filmati da vero artista.

 

♦•♦•♦•♦•♦

 

Data:               Venerdì 21 Maggio 2021
Ore:                  16:45
Canale TV : 22 – IRIS

SHAKESPEARE  IN  LOVE   di  John  Madden    U.S.A. 1998

Ce la ricordiamo bene la stagione cinematografica di Shakespeare in Love. Uscirono molti titoli di sicuro interesse, come Ronin, La sottile linea rossa, Train de vie, Salvate il soldato Ryan… . Chissà se fu quella la ragione che portò la critica italiana a trascurare questo film del britannico John Madden (n.1949), il quale aveva esordito bene con Ethan Frome (tratto da Edith Wharton) e in anni più recenti ci avrebbe dato il dittico di Marigold Hotel. O forse Shakespeare in Love venne guardato con sospetto a causa della messe di Oscar che lo gratificarono, e del cast zeppo di nomi importanti (Gwyneth Paltrow, Joseph Fiennes, Geoffrey Rush, Judi Dench, Colin Firth…). Insomma: una furba operazione commerciale studiata a tavolino o un’altra pellicola costruita intorno all’universo del Bardo che ormai costituisce quasi un genere a sé?

Il nostro consiglio è di non lasciarsi prendere dalla fretta nell’emettere un giudizio. Attenzione infatti, perché alla voce “sceneggiatura” compare il nome di Tom Stoppard (n.1937), il drammaturgo inglese di origine cecoslovacca già regista in proprio del famoso Rosencrantz e Guildenstern sono morti e molto attratto dall’autore di Amleto. La notizia che Shakespeare in Love è opera di fantasia, è una buona notizia: in mancanza di una documentazione certa che faccia luce sull’intera vita di William Shakespeare, Tom Stoppard inventa la storia della nascita di un capolavoro rivisitando il mito di Romeo e Giulietta a partire da un altro mito, quello di una presunta musa che avrebbe ispirato il Bardo, liberandolo da una lunga crisi creativa.

Siamo infatti a Londra, nell’estate 1593 – dunque nel bel mezzo dell’età elisabettiana – dove l’astro nascente della scena teatrale non riesce a portare a termine la sua nuova opera. Ma tutto cambia quando il giovane William (Joseph Fiennes) si innamora di Lady Viola De Lesseps (Gwyneth Paltrow). Viola, decisa a diventare attrice nonostante le convenzioni dell’epoca impedissero alle donne di recitare, si traveste da uomo per poter partecipare alle audizioni: sarà lei – la vera Giulietta – a interpretare il Romeo che Shakespeare aveva sempre sognato.

L’idea è molto stuzzicante, perché il travestimento di Viola racconta altre trame shakespeariane (La dodicesima notte, I due gentiluomini di Verona…, provate a ‘lavorarci’ un po’ intorno), e valorizza la vitalità che il drammaturgo – immerso nelle medesime passioni dei suoi personaggi – è stato capace di infondere loro. Il regista Madden mette in scena l’affascinante mondo del teatro elisabettiano con grande sontuosità: collaborazione e rivalità fra gli autori e le compagnie teatrali; gli attacchi dei puritani; il coinvolgimento festoso e rumoroso del pubblico di estrazione popolare.

Forse esagereremo, ma partendo da Shakespeare in Love un professore universitario di Storia del Teatro e dello Spettacolo potrebbe agevolmente ricavare materia per un corso monografico della durata di un intero anno accademico. Che non è proprio male per un film, se è vero – come è vero – che nella sua “Guide des Films” lo storico e critico francese Jean Tulard afferma che Shakespeare in Love richiama il celebre Enrico V di Laurence Olivier.

 

♦•♦•♦•♦•♦

 

QUATTRO  PERCORSI  PER  UN  CINEFORUM  PERSONALE

 

Questa  settimana  (15-21  maggio),  l’abbondanza  di  buoni  titoli  è  tale  da  consentirci  e  consigliare  il  disegno  di  una  sorta  di  “cineforum”  personalizzato  a  seconda  di  gusti  e  preferenze. Vediamo.

 

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I Racconti di Maurizio Maniscalco

 

Quiete

Natura in bilico

Nel silenzio e nella pace di un’oasi sicura, gli animali vivono protetti.
Non cosi nelle foreste e nelle savane.
Incendi, devastazioni e bracconaggio, distruggono l’ecosistema
del nostro pianeta azzurro, unico e insostituibile.
Abbiate cura di questa “casa” dal cuore pulsante
che ci fu donata con amore infinito.

 

 

♦•♦•♦•♦•♦

 

Mi chiamo Maurizio Maniscalco, docente di fotografia e postproduzione.
  Cinque anni fa, tradendo i dogmi fotografici, presentai una serie d’incontri sulla

vita di Leonardo da Vinci e sul Rinascimento.
   Dopo circa un anno dagli esordi, sentii fortemente la necessità di scrivere la sua storia a episodi. Rispettando scrupolosamente i dati storici raccolti nei vari testi, introdussi elementi deduttivi assolutamente personali.

   Prima di allora non avevo mai scritto nulla di narrativo, ma avevo solo redatto una serie di testi tecnici sulla fotografia, questa nuova opportunità mi spinse a osare di più, da allora ho scritto racconti e poesie.

   Sono uno scrittore autodidatta, non ho pretese, ma ho scoperto quanto sia importante scrivere, pensare e dedurre, è una palestra per la mente ed evolve lo spirito.

   Mi auguro di non essere giudicato troppo severamente. Buona lettura

 

 

♦•♦•♦•♦•♦

 

 

L’EREMITA  (prima parte)
Una preziosa morale
Testo di Maurizio Maniscalco

   I fatti che vi racconto in questa storia risalgono alla notte dei tempi, sfumano tra realtà e leggenda, narro la metamorfosi di un giovane che, destinato a ben altri compiti, seguì la luce della sapienza, non importa se quest’uomo sia esistito o no, l’importante è che ogni pensiero scaturito dalla sua mente risvegli le coscienze.

 

 

♦•♦•♦•♦•♦

 

 

L’EREMITA  (seconda parte)
Ma… la verità esiste?
Testo di Maurizio Maniscalco

    Con pochi mezzi a disposizione, visitò grandi città dove le genti erano più acculturate , con grande volontà si propose alle folle nei mercati, nelle piazze, nei giardini e in qualunque   posto vi fossero esseri disposti ad ascoltare le sue parole.

 

 

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L’EREMITA  (terza parte)
Una scelta difficile
Testo di Maurizio Maniscalco

 

 

 

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FOTOGRAFIA IN VIAGGIO
Immagine e testo di Maurizio Maniscalco

Prefazione
Questo è il primo di una serie di racconti dedicati alla fotografia e a coloro che intendono alzare “l’asticella” della loro cultura.

 

 

 

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ORBITA CELESTE
Casa dolce casa
(Elaborazione immagine e testo Maurizio Maniscalco)

PREFAZIONE
   Questo è un racconto molto diverso da quelli che l’hanno preceduto, scaturito dal mio amore incondizionato per la natura e per questo mondo fantastico che l’uomo sta portando lentamente alla distruzione.

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BUTTERFLY
   Una favola per pensare
(Immagine, elaborazione e testo Maurizio Maniscalco)

PREFAZIONE
    Questo racconto si discosta molto dagli altri che ho pubblicato perché è particolare, si snoda tra passato e presente, meditazioni e considerazioni sono scaturite osservando lo svolazzare di una farfalla.

   E’ diviso in tre parti apparentemente slegate tra loro, ma leggendo con attenzione, il legame c’è. I miei scritti, oltre a raccontare una storia, porgono materiale per riflettere: gli spazi bianchi sono fatti per questo. Buona lettura.

 

 

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Questo racconto chiude un trittico dedicato ai sentimenti: solidarietà, affezione, amore, amicizia e così via. Emozioni astratte ma molto potenti, esse attivano nella nostra mente stati di euforia travolgente, ma  se non corrisposti, ansia e depressione. Non tutto ciò che è materiale ha valenza su questa terra, bisognerebbe  saper dosare logica e irrazionalità: non sempre è possibile.

   I miei scritti traggono le loro fonti principalmente da questi elementi spesso in antitesi tra loro, aggiungo poi una morale, che più o meno esplicita, si rivela all’attento lettore.  Buona lettura.

 

 

UNA FASCIA DORATA
Una storia vera
Immagine, elaborazione e testo di Maurizio Maniscalco

 

      Era il mese di giugno di due anni fa, martedì. Quel giorno, decisi di lasciare alcuni impegni pressanti per dedicarmi una giornata di vacanza.

   Il desiderio era così forte che senza rendermene conto, mi ritrovai, inspiegabilmente, a guidare sull’autostrada in direzione dei laghi.

   Giunsi ad Arona, città che conosco discretamente, parcheggiai di proposito lontano dal centro: passeggiare sul lungo lago di mattina è straordinario.

   La riva era deserta, silenziosa, l’aria immota, nel piccolo molo, fra le barche ancorate, scivolavano cigni che, procedendo senza movimenti evidenti, apparivano come figure irreali.

   L’atmosfera circostante, dalle tinte rarefatte, ricordava i dipinti di Monet, ma quello che mi stupì maggiormente, fu l’udire il mio respiro e l’incedere  dei  passi.

   Sostai in un bar del centro per un caffè e proseguii senza abbandonare la passeggiata lungo lago: la mia intenzione era quella di raggiungere un piccolo, strategico promontorio, che permette una visione  ad ampio raggio.

   La cosa che rende piacevole la sosta in quel punto è la presenza di una panchina circolare che cinge un albero al centro, un punto d’osservazione fantastico, realizzata ad arte per osservare il castello di Angera che si specchia proprio di fronte sull’altra riva. La leggera foschia si era alzata, l’aria era così tersa che tutto ciò che si riusciva a inquadrare sembrava ritagliato e incollato su un cielo azzurro.

   Da quel punto, dando le spalle alla città, si possono vedere le montagne innevate a sinistra e un promontorio a destra che cela una parte del lago, non mi stancavo di far scorrere lo sguardo da un lato all’altro: era uno spettacolo ipnotico.   

Le persone sulla passeggiata erano rare, una piccola figura in lontananza attrasse la mia attenzione, procedeva nella mia direzione: una signora anziana camminava a stento reggendosi su un bastone, sostando di tanto in tanto appoggiandosi alla ringhiera per prendere fiato. Appariva stanca e dolorante e il primo istinto fu quello di andarle incontro per porgerle aiuto. Probabilmente era molto conosciuta perché più di una persona, interpretando la mia intenzione, si offerse di aiutarla, ma la signora con un gesto della mano aveva sempre rifiutato. Passò qualche minuto e stremata giunse alla panchina, si lasciò cadere con un grande sospiro. Si mise la borsetta sulle ginocchia, incrociò le mani sul bastone di fronte a sé e lo sguardo si perse nel vuoto. Non potei fare a meno d’osservarla di nascosto: minuta, magra, viso scavato, sofferente, non per mancanza

di mezzi e sostentamento, infatti il suo abito era ben curato e di buona fattura, ma molto più probabilmente per dispiacere profondo.

   Valutai potesse avere più o meno novant’anni, l’età di mia madre, il modo di porsi non denotava fragilità mentale ma fermezza d’animo. Occhi azzurri piccoli e vivaci, capelli bianchissimi raccolti con ordine e fissati da un bellissimo fermaglio. No… non era una persona bisognosa, ma l’immaginai piuttosto, carente d’affetto e comprensione.

   Eravamo seduti molto vicino e questo mi creava un piccolo imbarazzo, anche se intuivo che per lei era come se fossi trasparente.

   L’istinto prese il sopravvento e conscio d’infrangere quasi un rito, ruppi il silenzio con una frase scontata e puerile: “Una bella giornata vero?”.

   Non rispose come se non avesse sentito, talmente immersa nei suoi pensieri, pareva fosse in un’altra dimensione. Mi morsi il labbro pensando che avrei fatto meglio a farmi i fatti miei.

   Ripresi ad armeggiare con la macchina fotografica e decisi di abbandonare l’idea di affrontare una conversazione, mi alzai e cominciai a scattare.

   La situazione, il luogo, l’assenza di passaggio e di rumore, accomunava indiscutibilmente persone così vicine ed era normale che potesse scaturire anche un dialogo di circostanza.

   Il silenzio si fece quasi tangibile, l’idea di riprendere il cammino si fece strada nella mia mente e raccolsi le mie cose. Ero in procinto di andarmene quando l’anziana signora, girandosi, sembrò tornare al presente, mi rispose con voce tremolante:

 “E’ una bella giornata, l’aria è così cristallina, ce ne sono poche in un anno come questa.”

   Fui sorpreso della risposta, evidentemente la mia persona non le era sgradita, ebbi la netta sensazione che avesse necessità di parlare con qualcuno, ma di mantenere comunque, un solido legame con il suo mondo, mi sedetti nuovamente.

 “E’ fortunata ad abitare in un posto così bello, sì insomma … la natura, il lago …”

   Rispose lentamente con voce rauca, tipica della sua età:

 “Sì ha ragione, pensi che sono nata a Milano ed essere qui … è così diverso …”

 “Anch’io sono di Milano, ogni tanto faccio una scappata qui.”

   L’imbarazzo e la diffidenza stavano lentamente sfumando lasciando posto a frasi meno convenzionali.

Parlammo a lungo, il sole temperato e le onde ipnotiche avrebbero fatto desistere chiunque ad andarsene e immergersi nel traffico.

   La conversazione si fece più amichevole, confidenziale e rilassata:

 “Vede, mio marito era ingegnere e lavorava qui al cantiere navale, sarò sincera, anche se abito qui da tanti anni, non ho mai dato confidenza a nessuno, sa com’è le persone sono un po’ pettegole, specie nei

piccoli centri. Ho degli amici, certo, ma ben selezionati non sono abituata a parlare con gli estranei, non so perché ma per lei ho fatto eccezione, forse perché mi ricorda mio nipote.”

   Mi strinsi nelle spalle come a sottolineare l’evidente spontaneità del caso, ben sapendo d’aver sentito quella frase molte volte: alla base del mio lavoro e del mio modo di fare ho sempre messo in evidenza i rapporti umani.

   Proseguì, la voce assunse un tono confidenziale come se intorno, nonostante il deserto, ci fosse qualcuno proteso ad ascoltare, il tremore si accentuò sollecitato dal ricordo di un passato sempre presente: “Le voglio raccontare una storia, piccola, breve, ma che non ho mai avuto il coraggio di rivelare a nessuno, appartiene a quella sfera di ricordi che si vogliono proteggere gelosamente.”

    Il rapporto personale aveva imboccato un sentiero preferenziale, fui sorpreso dalla lucidità e dalla proprietà di linguaggio che faceva intuire una passata istruzione, ma non erosa dal tempo, mi girai verso di lei cercando d’incrociare il suo sguardo per non perdere anche il minimo cenno degli occhi e delle labbra.

 “Mio marito si è sempre comportato con me, nonostante il suo lavoro rigidamente matematico e di responsabilità, con dolcezza, regalandomi amore sincero, eravamo anche amici e ci confidavamo pensieri profondi,

ci fidavamo l’uno dell’altra, il bene era grande e senza screzi, avevamo capito che la famiglia è l’ultimo baluardo che si oppone a una società che dona poco e prende molto.

   Bene, deve sapere che a volte la luna appare enorme dietro quelle colline, è talmente grande e luminosa che fa impressione, sembra quasi appoggiarsi sugli alberi. La sua luce crea una scia dorata che parte dall’altra sponda e arriva fino all’imbarcadero sotto casa, perché vede, io abito in quella casa bianca laggiù davanti al lago.”

   Indicò con mano tremula una serie di casette lontanissime dal “nostro” belvedere.

 “Una sera, sapendo che sarebbe sorta “la grande luna”, preparammo la nostra piccola barca e quando comparve, prendemmo a remare verso il centro del lago seguendo la fascia dorata.”

   La voce si fece fioca e rotta, il suo esile corpo fu preso da un lieve tremore, l’emozione del rinnovato dolore stava producendo il suo effetto, le appoggiai una mano sulla spalla volendole infondere conforto, ma lei si strinse ancor di più su se stessa, come a dire che ciò che provava, le dava gioia seppur con amarezza. Riprese schiarendosi la voce:

 “Una volta giunti nel punto più luminoso ci fermammo, appoggiammo i remi guardandoci senza parlare, ci stringemmo le mani, un fremito ci pervase, compresi cosa voleva dire avere un’anima sola, non so se si può amare più di così, io e lui soli nel silenzio più assoluto immersi in una intensa luce dorata, non avevamo la forza di parlare, non un fiato, ci guardammo intensamente facendo parlare solo i nostri sentimenti, mentre le lacrime scendevano copiose. Volendo, il paradiso è qui. Non so quanto tempo passò, ma ci svegliammo da quel sogno solo quando la luce svanì lasciandoci al buio, solo un bagliore delineava le nostre figure.

   Un’onda spinse la barca facendola fluttuare, compresi che era tempo di tornare.

   Per giorni parlammo poco, sapevamo tutt’e due che quell’esperienza ci aveva cambiato, ci bastavano gli sguardi di tenerezza e le strette di mano.”

 

   Sciocchi coloro che si perdono nelle iniquità di una vita frustrante, c’è ben altro da raccogliere in questa esistenza.

   Passò il tempo e la vecchiaia cambiò i nostri corpi, ma non l’amore, ogni giorno si rinnovava la luce nei nostri occhi, fino a che un dì di maggio mi guardò per l’ultima volta e insieme a lui si spense la mia vita.

   Non passa giorno che col sole o con la pioggia, percorra questa strada e intanto, anche se sono sola, son sicura che mi ascolta, ci raccontiamo tante cose come abbiamo sempre fatto.

   Una sera la luna rispuntò come succedeva da sempre, ero sul balcone e per non perdere l’attimo, corsi a prendere la macchina fotografica in soggiorno chiamando i miei nipoti, ma una volta tornata ad affacciarmi non vi era più nulla, il momento era passato come passano tutte le cose e il tempo di questa esistenza”.

   Ero immobile, in apnea, non riuscivo a sillabare alcun suono, la voce tremante, ma profondamente evocativa mi aveva paralizzato: è curioso costatare come parole pronunciate con vibrazione particolare, riescano a insinuarsi nel profondo dell’anima, mi accorsi che una lacrima stava rigando la mia guancia che per pudore rimossi subito senza farmi scorgere.

   Luisa, questo era il suo nome, abbandonò lo sguardo fisso sul lago e girandosi nella mia direzione mi disse con una semplicità disarmante:

  “Signore, non so perché le ho detto tutto questo, ma ora devo andare.”

  Non le chiesi spiegazione, ma sapevo perché avesse dato sfogo ai suoi sentimenti, mi sentii in dovere di accompagnarla, lei rispose che non era il caso, ma notando la difficoltà nel rialzarsi provai a insistere:

 “Signora mi permetta almeno di accompagnarla per un tratto.”

   Forse per la prima volta mi osservò intensamente: “Va bene signor … ?”

 “Maurizio e lei?”

 

  “Luisa”

  Mi porse il braccio e questo gesto mi commosse, mi rammentò mia madre.

  ” Signora Luisa, lei non lo sa, ma mi ha fatto un grande regalo, fa piacere incontrare persone speciali.”

  Non parlò ma mi sorrise.

  Lentamente arrivammo al bar sulla piazza vicino a un grande parcheggio, espresse il desiderio di entrarvi,   chiese un bicchiere d’acqua. Il barman: “Ecco qua signora Luisa, come va?”

  “Bene, vede oggi ho compagnia.”

 Si aggiustò il bastone e si diresse verso la porta.

 Feci per riprenderla sotto braccio, ma cortesemente …:

 “Signor Maurizio la ringrazio adesso proseguo, devo farcela da sola, è necessario.”

 “Ma …”, non feci obiezioni.

 Avevo visto dove abitava e le sarebbe mancato più di un chilometro alla meta, quasi leggendomi nel pensiero: “Tutti i giorni faccio questa strada, non si preoccupi.”

  Le depositai un bacio sulla guancia, strano a dirsi ma avevo l’impressione di averla sempre conosciuta, come fosse stata una vecchia zia. La seguii con lo sguardo fino a che non scomparve dietro il rimessaggio dei traghetti. Recuperai la macchina nel parcheggio e ripresi la strada del ritorno, ebbi la sensazione che la mia mente si fosse sdoppiata: una controllava il traffico mentre l’altra faceva scorrere un film in sovraimpressione; come sia arrivato a casa è ancora un mistero.

   Passarono due mesi prima che tornassi ad Arona, mi recai nello stesso posto in riva al lago con la speranza di rinnovare l’incontro, ma non accadde.

  Tornai nuovamente al belvedere, ma dopo aver atteso invano, decisi di offrirmi un bel caffè fumante, proprio nel bar della signora Luisa. Chiesi al barista:

 “Mi perdoni, quella signora anziana, la signora che tutti i giorni passa di qui …”

 “Sì, la signora Luisa?”

 “E’ un po’ di tempo che non la vedo, volevo salutarla ma non l’ho più incontrata.”

 “Adesso che mi ci fa pensare è un bel po’ che non la vedo, non faccio sempre il turno di mattina, Paolo hai più visto la signora Luisa?”

 “E’ vero” rispose l’altro ” è un mese che non passa più, non saprei.”

   Fui assalito da un ragionevole timore, ebbi la tentazione di recarmi fino alla sua palazzina, ma desistetti per discrezione e per non peccare d’ingerenza nei fatti altrui, in fin dei conti, c’eravamo visti solo una volta

e in modo occasionale. Uscii dal bar e mi parve di rivedere in lontananza la figurina claudicante che a fatica si appoggiava sul bastone, per un attimo ne fui felice, ma era solo un miraggio dovuto alla speranza.

   Non ne seppi più nulla, forse era con il suo Giovanni in un mondo lontano a contemplare la grande luna dorata.

 

 

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Elaborazione Immagine e testo Maurizio Maniscalco

 

LETTERA DI UN SOLDATO

 

  Addì’, 16 ottobre 1915

     Accampamento militare sul fronte italiano prima della battaglia.

     Spira e sibila un forte vento che sbatte e gonfia i teli e fa tintinnare i ferri.

     Nell’oscurità della trincea, un soldato, fasciato nella sua divisa grigio verde, seppur distrutto dalla stanchezza e devastato nell’animo, trova la forza di scrivere una lettera alla moglie.

   Si apparta nell’angusto dormitorio, accende una lanterna schermata ed estrae dalle giberne un mozzicone di matita e un foglio sdrucito:

   “Ti scrivo amore mio perché la tua mancanza si fa sempre più opprimente, pensare a noi mi solleva e mi conforta. E’ quasi l’alba, tra poco monterò di guardia. Il morale è molto alto, ma a volte vi sono cedimenti. Come vorrei abbracciarti!

   Il vitto è buono, non ci manca niente, è una guerra di posizione, non succede nulla, dicono che la situazione è momentanea, presto torneremo a casa.

   Per fortuna c’è Paolo, ci facciamo compagnia, parliamo molto, a volte discutiamo come facevamo al bar dei suoi, anzi salutameli e dì loro che stiamo bene.”

   In quel mentre l’amico, al termine del suo turno di guardia, scosta la pesante tenda che scherma l’entrata e impedisce alla luce di filtrare all’esterno.

   “Giovanni che fai? Riesci a scrivere in un momento come questo?”

   “E’ proprio in un momento come questo che lo faccio, come va là fuori?”

   “C’è dall’altra parte un movimento che non mi piace, sta sorgendo l’alba, ho intravisto spostamenti e qualche luccichio metallico, molto strano! Di solito stanno attenti a non far brillare le canne dei fucili, sembra quasi che non gl’importi più di tanto, questo mi preoccupa.”

   “Scusa ma finisco la lettera tra poco sarà il mio turno, ho mandato i saluti anche per te.”

   Giovanni pensoso, nel porsi alla scrittura si rattrista. Piega capo in avanti, una lacrima cade sul foglio.

   L’amico fraterno, gli poggia la mano sulla spalla scuotendolo.

  “Giovanni cosa fai, piangi? Non è da noi, siamo soldati.”

  “E’ un attimo di sconforto, troppa sofferenza, freddo, fame, manca poco che ci mangiamo i topi, continuo a scrivere miserevoli bugie per non preoccupare Cristina che è in attesa, sai…. Paolo, avremo un bambino ed io sono qui lontano chi si prenderà cura di lei?”

  “Su dai fatti forza al paese sono molto uniti, tutti si danno una mano, questo schifo di guerra inutile prima o poi finirà e potremo tornare a casa, io ai miei campi e tu al tuo negozio.”

 Giovanni rinfrancato prosegue la scrittura infondendo alla lettera una nota di dolcezza:

  “Un sorriso m’increspa le labbra quando i ricordi ritornano al passato. Da ragazzo, passando tra i banchi del mercato ti osservavo, non sapevi chi fossi, ma ero lì solo per te, in ombra, silenzioso ma felice.

    Non ero ancora entrato nella tua esistenza, ma in cuor mio sapevo che se m’avessi amato, non avrei più chiesto nulla, anche se lontana, non immagini quanto mi sei d’aiuto.

   Mi farò onore, mi batterò come non ho mai fatto prima, lo farò per la nostra famiglia e per il mio paese.” Giovanni prosegue lo scritto terminando con una sorta di preghiera:

   “Che Dio mi protegga da colpi alle spalle e da fendenti al fianco, mi dia la forza di tornare così come mi hai visto andare.”

   La fiamma barcolla, si è disciolta in un minuto lago, si spegne, ma un’alba livida rischiara i truci scavi.

  Il soldato ripiega il foglio, depone lo scritto, brandisce il fucile, non vi è più tempo per il cuore, bisogna difendere la vita.

   In lontananza inquietanti bagliori illuminano il Carso, il nemico è partito all’offensiva, cannoni nemici, fino a quel momento muti, vomitano palle incandescenti irriverenti come bestemmie nel silenzio.

   Il suono della devastazione giunge in ritardo, segno che i colpi sono distanti.

   Le creste che si affacciano sulla valle saltano in frantumi.

   La montagna che da millenni s’erge regale e immacolata viene violata, distrutta, rocce granitiche vengono scagliate  verso il cielo terso, è un incubo!

 La mente non si capacita, fino ad oggi la guerra era solo teoria, ora si esprime cruda, vediamo la morte in faccia, l’inferno è qui!

  Lampi e fragori assordanti avanzano, si fanno più vicini. I colpi sparati a raggiera si avvicinano, bisogna mettersi in salvo correndo.

  A breve distanza un sole rosso dal nucleo accecante divampa, un proietto carico di morte esplode, seguito da un secco scoppio, travolge e scaraventa uomini e sassi al di sopra delle fragili mura.

  In mezzo al denso fumo, come inferno d’apocalittica memoria: sangue!

  Un crepitio assordante, una pioggia di pietre rovina al suolo, una voragine, la trincea non esiste più.

  Come se condanna fosse stata eseguita, giunge il silenzio. Degli uomini appostati, non vi è più traccia.

  A scoppi in lontananza seguono boati fragorosi e lampi incandescenti. Tutto si frantuma, i metalli fondono, i corpi bruciano. Un odore acre e soffocante riempie ciò che rimane di un inconsistente rifugio.

  Io, che di questo ho drammatica e agghiacciante visione, rimango attonito; quanti uomini morirono inutilmente? Fra le altre domande mi chiedo: Chissà se la missiva giungerà a destinazione, se gli ultimi pensieri di chi ha amato veramente, leniranno il dolore di lei, che in ansia attende?”                                                                                                                                                                          A mio nonno

 

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Elaborazione Immagine e testo Maurizio Maniscalco

 

IL MAESTRO DI MUSICA

   Il professor Emilio Bardi si presentò davanti al n° 90 di viale Bonaparte alle 16:00 meno trenta secondi, come ogni venerdì.

   Ruotò leggermente il polso per controllare l’orologio, attese che la lancetta terminasse il giro e alle 16:00 in punto suonò il campanello.

   Premette il pulsante del citofono d’ottone lucidato a specchio, passò qualche secondo, una voce, in stentato italiano rispose squillante:

   “E’ lei signor Bardi?”

   “Sì Esmeralda sono io.”

   Si udì un ronzio e subito dopo uno scatto secco fece aprire il pesante portone di legno.

Il palazzo risaliva agli anni ’30, lo si poteva arguire dall’architettura dell’epoca, solida, imponente e signorile. Entrò in un atrio spazioso, perfettamente lucidato, sullo sfondo, in controluce, si ergeva un massiccio ascensore in vetro e ferro battuto, originale, bellissimo, manutenuto con cura, ma che avrebbe fatto bella mostra in un museo.

  Il professore lo guardò con sospetto e rinunciò a salirvi come faceva ormai da un anno: una volta, vi rimase chiuso per mezz’ora prima che il custode venisse a liberarlo, lo spavento fu tale che si ripromise di non utilizzarlo più.  

  A causa di un dolore alla gamba, che lo assillava da giorni, sarebbe stato tentato di aprire il cancello cesellato, ma reputava quella vetusta gabbia, inaffidabile: lo attendevano quattro

piani a piedi, non sarebbe stato agevole.

   “Caro Emilio, pensò tra sé, non te ne vuoi convincere ma gli anni passano anche per te.”

   Il professore aveva appena compiuto i cinquantanove anni: li portava bene, se non fosse

stato per quei capelli radi e qualche ruga d’espressione, avrebbe dimostrato dieci anni di meno. Portava occhiali cerchiati d’oro, la sottile montatura metteva in risalto i suoi occhi chiari, ma gl’infondevano un’aria severa, questo contrastava con la sua vera natura, era inderogabilmente preciso nel suo lavoro, questo sì, ma umano e comprensivo.

   Giunse ansimante al piano, prese fiato e premette il campanello.

   La porta di legno scuro si aprì completamente, Esmeralda, rigorosamente in divisa bianco- azzurra si fece da parte per farlo passare. Il professore chinò il capo in segno di saluto.

   “Esmeralda”

   “Buon giorno professore, mi dia il cappotto.”

   L’appartamento era vastissimo, la padrona di casa lo attendeva al termine di un lungo e lucidissimo corridoio, gli porse il dorso della mano e Bardi abbozzò un garbato baciamano.

   Il professore reputava questo rito aristocratico un po’ démodé ma Donna Lucia ci teneva in modo particolare.

   La signora Caracciolo era una donna di mezza età di stirpe nobile dai lineamenti fini ed eleganti, vestiva sempre con gusto ricercato senza lasciare nulla al caso, eretta, truccata e pettinata alla perfezione, capelli grigi, occhi chiari, giro collo e orecchini di perle facevano di lei l’immagine della raffinatezza e del buon gusto.

   “Donna Lucia è sempre un piacere.”

   La padrona di casa, con un lieve gesto del braccio e un abbozzato sorriso, invitò il professore a entrare in soggiorno:

   “Andrea la sta aspettando impaziente ”disse.

  Bardi era affascinato da quel salotto immenso, il parquet rigorosamente originale, rifletteva la luce proveniente dalle ampie finestre, non presentava screpolature né rigature di sorta.   Sulla destra, protetto dalla luce da un ampio tendaggio, troneggiava uno splendido pianoforte a coda di antica fattura, raro strumento primo novecento, ricordava a chi l’osservava l’esemplare educazione della famiglia.

   Veniva spolverato e curato ogni giorno come fosse un pezzo da museo.

   Bardi, tempo prima, chiese e ottenne da Donna Lucia il permesso di suonarlo, ne estrasse suoni pieni e incisivi carichi di armoniche esaltanti, l’esteso salone fu inondato di vitalità e di vaporosa leggerezza, persino i muri parvero sciogliere la crosta dell’immobilismo. Quel pianoforte, erede del fortepiano, produceva un suono così potente che lasciava l’esecutore privo di fiato. Nato per sale da concerto, si ritrovava in un ambiente inadatto alle sue “potenzialità”, ma il professore, dall’alto della sua esperienza, facendo scorrere le dita con capacità sapiente, aveva convertito la potenza in melodia inebriante: fu domato il leone!

   Al termine del brano rimase in contemplazione con le mani sulla tastiera e sguardo perso all’infinito, era estasiato, suonare quello strumento era come aver parlato con il figlio lontano. Quanto avrebbe dato per possederne uno uguale.

   Al lato, quasi in penombra, su una splendida ribaltina, perfettamente in mezzo, un centrino di pizzo, ogni giorno vi veniva depositato un vaso di fiori freschi alla memoria del compianto marito.

   Quel palazzo e quell’appartamento erano “sorretti” da un ordine maniacale: tutto era lucido e curato con attenzione “militare”. Sul fondo, davanti ad un gigantesco camino, vi erano disposte a raggiera poltrone tappezzate con fine tessuto floreale. La loro posizione era stata predisposta per facilitare la conversazione tra gli ospiti, a ridosso della parete, in piena luce, un grande divano e cuscini sparsi invitavano la lettura. Tutt’intorno, sulle pareti, vi erano appesi dipinti di vario stile e grandezza.

   Sul lato più illuminato aveva trovato posto la galleria degli avi, mentre sulla parete opposta temi floreali, dalle tinte chiare e sgargianti, illuminavano la zona in penombra. Le spesse cornici ricordavano lo stile barocco appesantendo un locale che avrebbe desiderato più leggerezza.

   Il professore attraversò il soggiorno facendo scricchiolare le liste di legno ad ogni passo, le sue scarpe da passeggio, tirate a lucido, “scrocchiavano” all’unisono con il pavimento, un  imbarazzante suono crepitò per tutto il locale. Raggiunse il gruppo di poltrone, si fermò, Andrea, affondato tra i cuscini del divano, guardava il soffitto con occhio perso.

      Bardi lo guardò con compassione, aveva sedici anni, avrebbe avuto davanti a sé una vita di disagi e sofferenze: “Andrea come stai oggi?”

   Il giovane, immerso in un mondo lontano non rispose, il professore cercò di attirare la sua attenzione con la copertina di uno spartito che aveva appena portato:

   “Andrea guarda cosa ho trovato, è quel brano che mi hai chiesto.”

   Il giovane, non avendo pieno controllo dei suoi gesti, girò il capo reclinandolo di lato, il suo sguardo cadde sulle punte delle scarpe di Bardi:

   “Ma.. ma… llle lluccidi tttuuttti  iii gggiorni?“

   “Sì, ci sono affezionato, mi sono comode e le tengo pulite.”

   Sopraggiunse la madre, con un lieve tocco sul braccio indusse il figlio a guardarla:

   “Sii buono, caro tirati su, un’ora passa in fretta.”

   Bardi la guardò scuotendo leggermente la testa come a dire che  il tempo non aveva importanza. La madre s’inginocchiò, guardò il figlio negli occhi, gli accarezzò la mano:

   “Su non fare così, il signor Emilio è gentile, ma tu devi fare lo stesso, c’è Niccolò che ti aspetta.”

   Andrea chiamava affettuosamente il suo violino come il grande compositore Paganini.  Il giovane si alzò a fatica sorretto dal maestro e da Donna Lucia:

  “Vieni caro dopo avrai il tuo premio.”

   A queste parole lo sguardo di Andrea s’illuminò e sembrò dargli vigore.

   Bardi posò la custodia del violino sul divano e ne estrasse lo strumento con cura, non era certo uno Stradivari, ma il suo “lavoro” di strumento da studio lo eseguiva degnamente.

   Andrea lo prese delicatamente dal manico e lo portò al collo stringendolo con forza.

  “No caro non così, più delicatamente.”

   La madre seguiva il figlio per tutto il tempo delle lezioni e assisteva il professore nell’es-pletamento delle sue funzioni.

   Il giovane autistico era migliorato da quando la famiglia si era trasferita al nord, ma nonostante i progressi sarebbe rimasto così per sempre, per Donna Lucia era motivo di grande sconforto e ragione di vita.

   La lezione proseguì con pazienza per oltre un’ora, insegnare a suonare a un giovane così menomato era un’impresa considerevole, ma Bardi lo faceva con affetto e abnegazione.

   La luce cominciò a calare, il professore guardò il grande orologio che campeggiava sul camino e controllò la corrispondenza dell’ora col suo:

   “Bene! Pensò, sono perfetti!”

   Non c’è da meravigliarsi! Quella che poteva sembrare un’attenzione maniacale derivava dall’abitudine inveterata di chi ha seguito lo scandire di un metronomo per tutta la vita: tutto deve seguire rigorosamente a tempo! Non parliamo poi di un professore d’orchestra!

   Bardi accarezzò Andrea:

   “Per oggi abbiamo finito dobbiamo riporre Niccolò.”

   Così facendo, tolse con delicatezza il violino dalle mani del giovane, che guardando fuori dalla finestra, osservava il blu del crepuscolo e l’accendersi dei lampioni:

   “La .. la mu… musica è am.. am..amore!”

   Il professore, nell’udire quelle parole ingenue e sincere, ma di grande verità, rimase talmente colpito da rimanere con le braccia sospese mentre reggeva violino e l’archetto, la madre poco distante si portò le mani al volto commossa, l’emozione colmò i loro cuori e gli occhi si riempirono di lacrime.

   Sapevano entrambi che non avrebbe mai suonato un brano, ma per loro era una missione. Era stato lo stesso Andrea a chiedere d’imparare a suonare uno strumento così difficile, la madre, nella speranza di recuperarlo da una sconosciuta dimensione, l’aveva assecondato.

   Donna Lucia, asciugandosi il volto, lo prese dolcemente per un braccio:

   “Vieni adesso c’è il tuo premio, venga anche lei maestro.”

   Dopo un anno di conoscenza, i rapporti tra i due, erano rimasti molto formali basati sul reciproco rispetto, ma ingabbiati da un’educazione che non concede deroghe.

   Bardi annuì e si sedettero tutti e tre sul divano, da perfetta padrona di casa, Lucia alzò il campanellino e lo scosse, subito comparve sulla soglia Esmeralda:

   “La signora ha chiamato?”

   “Sì cara, ci puoi portare il tè e i pasticcini?”

   “Subito signora.”

   Anche con la collaboratrice domestica i rapporti erano distaccati, come si conviene nelle famiglie “bene“, ma dopo venti anni di servizio, Donna Lucia la considerava facente parte della famiglia e provava un profondo affetto per quella donna che, lontana dal suo paese d’origine, non aveva più nessuno.

  A volte, nella vita, si creano rapporti tra le persone di leggero distacco, il mutuo rispetto, produce nel tempo un equilibrio costante e armonico.

   Comparve Esmeralda spingendo un grazioso carrellino, sembrava che in quella casa tutto fosse stato acquistato da una giunta di esperti: tutto in ordine, niente fuori posto.     

   I vassoi furono posti con cura sul tavolino fra le poltrone e il camino acceso, il servizio da tè era di squisita porcellana, tramandato da madre in figlia, di generazione in generazione.

   “Guarda Andrea che biscotti fantastici ti ha preparato la mamma, sono molto buoni è una nuova ricetta, sono al burro, proprio come piacciono a te e guarda che forme hanno!”

   Il figlio allungò la mano e li ispezionò uno per uno, Donna Lucia li aveva plasmati facendoli assomigliare a strumenti musicali e chiave di violino.

   Andrea era rapito dall’assoluta novità, ma sopraffatto dalla stanchezza, la madre fece tintinnare nuovamente il campanello e subito Esmeralda comparve d’incanto. 

   “Cara puoi accompagnare Andrea nella sua stanza? E’ molto stanco.”

   “Subito signora, vieni tesoro andiamo a cambiarci.”

   Nonostante i suoi sedici anni, il giovane era avvolto da un affetto che normalmente viene riservato ai bambini, il giorno era scandito dalle attenzioni che le due donne gli riservavano

con amore.

   Bardi approfittò del momento propizio per parlare di un tema delicato che da tempo gli tormentava il cuore, guardò Donna Lucia e stropicciandosi le mani sudate, esordì:

   “Mi perdoni, ma le vorrei parlare di un argomento delicato, molto delicato.”

Non le nascondo che sono in imbarazzo, è un po’ che gliene voglio parlare, ma non ne ho mai avuto il coraggio.”

   Donna Lucia lo interruppe delicatamente, piegò leggermente il capo e a voce bassa: ”E’ forse per il suo onorario?” 

   “No, no, non è per questo“ Si affrettò a rispondere il professore agitando le mani dinanzi a sé. “ Vede“ proseguì sommessamente, “come lei sa, sono vedovo da tanti anni e mio figlio ha trovato lavoro all’estero, ho degli impegni con l’orchestra, ma la mia vita è priva di affetti e difficilmente riesco a conversare con altre persone, sembra che agli altri non interessino i rapporti umani e tanto meno l’amicizia, questo è un mondo superficiale dove conta solo l’apparire e si rifugge l’essere, non le nascondo che a volte non mi ci ritrovo più. Non si pretendono discorsi pesanti e intellettuali, ma non si esprimono più i sentimenti, i dialoghi sono fugaci convenevoli, l’esigenza di coprire i punti sensibili rende i rapporti umani effimeri, si prova quasi vergogna ad apparire per quello che si è in realtà.

   Nel frattempo Donna Lucia osservava il professore con leggera sorpresa e curiosità, quel dialogo, così aperto, era completamente al di fuori dei canoni e dell’etichetta che si erano instaurati e silenziosamente accettati.

   “ Vorrei chiederle”, proseguì il professore, raccogliendo tutto il suo coraggio, “se posso frequentare Andrea al di fuori degli orari di lezione, mi sono affezionato a lui e se posso,

vorrei fare qualcosa di più importante, parlargli, fargli compagnia, anche solo un’ora alla settimana non voglio fare l’invadente, ma questo darebbe di nuovo un senso alla mia vita, so che le sto chiedendo molto, ma per me sarebbe importante, forse potrei esserle anche di aiuto.“

   Bardi, aveva abbandonato il suo rigore a vantaggio del suo desiderio umano. Estrasse il fazzoletto e si asciugò il sudore come se avesse fatto le scale di corsa, aveva superato la sua discrezione entrando in una situazione molto delicata e rischiava d’incrinare il suo rapporto squisitamente lavorativo, inserendo note personali.

   Aveva fatto leva su se stesso e si era imposto di esprimersi così, quel discorso se l’era ripetuto tante volte nella solitudine della sua casa e riteneva la sua situazione ormai insostenibile: aveva bisogno di calore umano e di sentirsi veramente utile per qualcuno.

   La solitudine induce a questo e non guarda in faccia nessuno!

   Donna Lucia aveva ascoltato le parole, osservato le espressioni, vide il maestro come fosse la prima volta, lo reputò persona profondamente umana, provata come tutti, dalla piaga della solitudine, sentimento peraltro, che lei conosceva benissimo e sapeva cosa significava parlare in isolamento con se stessi, a volte a voce alta, come matti relegati in un mondo indifferente. Cercava dentro di lei un interlocutore invisibile pronto ad ascoltarla e consigliarla perché perfettamente in sintonia con i suoi pensieri. L’educazione rigorosa le impediva di condividere con altri il proprio dolore, le terribili incertezze, la sofferenza del dover apparire forti al culmine della fragilità, ma argomenti tristi e delicati sono estromessi dall’interesse altrui. Quante volte avrebbe voluto confidarsi per alleviare la pena di avere un figlio “diverso.”

  Donna Lucia tornò al presente, aveva apprezzato con attenzione ogni parola dell’impacciato maestro, che spogliandosi faticosamente del suo ruolo, ne aveva assunto a fatica, uno completamente diverso, ne dedusse che aveva di fronte una sua copia al maschile: una nobile del sud e un maestro di musica del nord accumunati dallo stesso destino.

   Sospirando con mani giunte, Donna Lucia abbassò il capo in cerca d’ispirazione:

   “Professore, quello che ha detto mi ha colpito nel profondo, ne sono commossa, la reputo persona degna di rispetto e comprendo il suo stato d’animo, per certi versi, questo convincimento si sovrappone al mio, ma le chiedo, prima di risponderle, di lasciarmi tempo per considerare la sua proposta.”

   “Ma per carità comprendo benissimo, ci mancherebbe e mi perdoni se mi sono permesso, non vorrei averla offesa in alcun modo. ”

   “Non c’è nulla da perdonare, anzi, le sono grata, ma non sono avvezza a queste confidenze, mi lasci qualche giorno per pensare, lei capisce, ne devo parlare con Andrea, le farò sapere.”

   “Donna Lucia è più di quanto potessi sperare.”

   I giorni passarono interminabili, non giunse alcuna notizia: “Forse ho azzardato troppo, forse avrei dovuto aspettare, ma mi è venuto di getto, che stupido! A volte non mi so controllare, non vorrei perdere questo lavoro, mi sta così a cuore….”.

   Una mattina, mentre Bardi era intento a radersi di fronte allo specchio, rimuginava nuovamente sul suo comportamento, pensieri foschi gli affollavano la mente, rimbalzavano nel suo cervello come scimmie inquiete, lo tormentavano al punto da renderlo insicuro.

   “Non posso più aspettare! Farò la figura del maleducato, ma devo assolutamente sapere

che futuro mi aspetta.” Uscì dal bagno con mezza faccia rasata e si diresse con decisione verso il telefono, cercò il numero e mentre stava agguantando la cornetta, il telefono squillò, rispose quasi stizzito per essere stato distolto dal suo intento: ”Sì?” rispose seccato.

   Gli rispose una voce calma e aggraziata: “Maestro è lei?”

“Sì, sì, sono io, Donna Lucia che piacere, attendevo la sua chiamata e….?”

   Donna Lucia lo interruppe: “sarebbe libero oggi pomeriggio alle cinque?”

   “Sì, penso di sì, perché? Mi può accennare il motivo…  ”

   “Lei sa che non parlo mai al telefono di cose private e delicate, ci vediamo alle diciassette.”

   “Ci sarò senz’altro, grazie infinite.”

   Alle diciassette precise, Bardi, più inquieto che mai, premette il pulsante del citofono, salì le scale agitato, era preoccupato, tutta quella segretezza: ”Capisco il rigore, la serietà, ma qui ci si mangia il fegato, bastava un cenno e non mi sarei macerato per giorni e….” Si spalancò la porta e senza preamboli mise il cappotto in mano a Esmeralda, percorse il corridoio e ottemperò al rito del baciamano, ma prima che aprisse bocca, Donna Lucia lo precedette con il solito gesto educato e invitante: ”Maestro gradisce un tè?”

   “Molto volentieri, grazie.”

Bardi respirò profondamente, voleva apparire assolutamente calmo anche dentro di sé si agitava un marasma indescrivibile, ma lo sguardo tranquillo e rasserenante di Donna Lucia

lasciavano ben sperare.

   Il maestro era un uomo compassato, ma tutta questa etichetta gli parve eccessiva, sembrava di essere a Buckingham Palace.

   Bardi si sedette davanti al camino con le mani giunte in mezzo alle ginocchia e si fece ipnotizzare dalle fiamme giallo-arancio che scoppiettavano allegramente, i suoi pensieri furono interrotti da Esmeralda che depose sul tavolino un vassoio colmo di pasticcini fatti in casa, gli venne posta dinanzi la tazza finemente lavorata: “Si serva pure maestro” disse con tono velato Donna Lucia.

Gli si sedette davanti versandosi il tè: “Dunque, veniamo a noi, ho soppesato la sua richiesta, è inutile mentire, ci ho pensato molto, ne ho parlato con Andrea e abbiamo deciso che …” si concesse una pausa portandosi la chicchera alle labbra, bevve un goccio; Bardi era al massimo della tensione “dicevo che ci farebbe molto piacere averla qui, Andrea le è molto

affezionato e ha detto immediatamente sì, lo si può capire, sarà anche stanco di dover condividere il suo tempo con due donne, sicuramente ha bisogno di avere intorno

una figura maschile” Donna Lucia alzò lo sguardo fino a incrociare quello di Bardi:

“Le sono molto grata, sono sicura che a tutti noi farà bene respirare un’aria diversa, grazie. Dimenticavo, pensi che Andrea mi ha chiesto se poteva venire addirittura tutti i giorni, glielo accenno perché sicuramente glielo chiederà, ma cosa vuole, non capisce che ognuno di noi ha i suoi impegni. Un’altra cosa, sicuramente dovrà sostenere spese aggiuntive, quindi mi dica pure …”

   Questa volta fu Bardi a interrompere Donna Lucia: “Assolutamente, il mio sarà un grande

piacere, lei non sa quanto, sincerità per sincerità, dedicarmi ad Andrea è quello che desidero di più, se per lei va bene, oltre al giorno della lezione, potrei venire anche al sabato, sa abbiamo le prove d’orchestra, ma in un prossimo futuro…”

   “Va benissimo così” disse Donna Lucia alzandosi e porgendo la mano a Bardi il breve colloquio era finito.

   Esmeralda, dopo aver salutato educatamente, chiuse la porta alle spalle del professore,

Bardi scese le scale a quattro a quattro come faceva da ragazzo, era sollevato e felice, aprì il portone e allargando le braccia respirò l’aria della sera.

Passarono settimane da quel giorno, l’inverno aveva lasciato il posto alla primavera e in quel parco ricco di verde, tutti sapevano che, rigorosamente alle ore 16:00, tutti i giorni, tre figure dall’incedere lento ma sereno, sarebbero apparse in fondo al viale.

Le rubriche di Matteo Nigro

Noi continuiamo a vivere in modo del tutto disattento, inconsapevoli di ciò che accade intorno a noi. Siamo diventati abilissimi nel compiere i comuni gesti quotidiani ma si tratta di azioni automatiche, meccaniche. Funzioniamo come automi. Se guardi te stesso, ti renderai conto di quanto ti comporti in maniera meccanica. Tuttavia la vita è consapevolezza. Non sei vivo solo perché sei in grado di respirare, il tuo cuore batte e il tuo sangue circola. Sei vivo solo quando sei sveglio.
                                                                                                                          Osho

 

 

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La salute di un individuo è inesorabilmente legata a quella della sua comunità e del suo pianeta. Tutto è interconnesso e tanti elementi ce lo dimostrano: dalle antiche pratiche di Benessere di molti popoli fino agli odierni studi di fisica quantistica.

Per recuperare il benessere individuale è necessaria non solo una rivoluzione interiore ma anche una trasformazione sociale che consiste nello sradicamento del capitalismo consumistico e del neoliberismo avido e crudele.

Al primo posto il valore e non il profitto, l’amore e non l’odio, la cooperazione e non la competizione, le persone e non il mercato, la decrescita felice e non la crescita economica irresponsabile, l’evoluzione dell’anima e dello spirito e non la dipendenza materiale.

 

Lo stress???

Sei particolarmente stressato ed hai bisogno di rilassarti?

Cosa aspetti!

Il trattamento rilassante antistress ha come obbiettivo la riduzione dei livelli di stress della persona che lo riceve, oltre ad apportare, in generale, benefici sulla salute. Conduciamo vite dai ritmi frenetici e incalzanti, dobbiamo gestire una moltitudine di scadenze, siamo soggetti a pressioni lavorative, economiche, affettive. Il fenomeno del burnout, dell’esaurimento nervoso causato dallo stress è sempre più diffuso. Lo stress si manifesta attraverso diversi sintomi ed effetti negativi: consumo nervoso di cibo con conseguente rischio di obesità, compromissione del ciclo sonno-veglia, disturbi dell’ umore, dell’ attenzione e più in generale un abbassamento della qualità della vita. Tra i benefici del trattamento rilassante, vi è la riduzione della pressione sanguigna, degli stati d’ansia e dei livelli di stress. Inoltre esso stimola la produzione di endorfine, migliorando dunque l’umore di chi lo riceve.

 

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Oggi condivido con voi il concetto di salute secondo il grande maestro e pensatore indiano Paramhansa Yogananda.

Una definizione che va oltre quello che oggi si spaccia per salute in una concezione della stessa sempre più riduzionista e vuota.

Chi di noi ha preservato l’energia vitale del bambino?

Chi di noi si sente come un uccello che sfreccia nel cielo?

“Salute non è sinonimo di mera esistenza. Stare alla larga dagli ospedali non significa essere in salute. Essere in grado di resistere alle malattie, sopportare gli sforzi, stimolare la vitalità mentale e percepire il corpo come un bene prezioso – come fa un uccello che sfreccia in volo nel cielo e come fa sempre un bambino – questo significa essere in salute. “

 

 

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Riso Rosso Fermentato

Quando si parla di Riso Rosso Fermentato ci si riferisce in particolare al fungo saprofita Monascus Purpureus presente in esso. è proprio a questo fungo che si deve l’attività protettiva nei confronti del sistema cardiocircolatorio con riduzione dei livelli di colesterolo, trigliceridi e pressione arteriosa. Il fungo Monascus Purpureus rilascia composti chiamati monocoline (soprattutto monocolina K) che presentano struttura e comportamento simile alle statine. La monocolina K inibisce l’enzima addetto alla biosintesi di colesterolo endogeno (fattore maggiormente importante rispetto a quello alimentare) ed agisce portando ad una normalizzazione dei livelli di colesterolemia totale, dei trigliceridi e delle LDL. Il fungo riduce il rischio cardiovascolare anche grazie ad un’azione antinfiammatoria, vasodilatatrice, ecc.

L’integratore di Riso Rosso Fermentato si assume sotto forma di estratto secco in capsula. A dosaggi raccomandati non presenta in generale alcun effetto collaterale ma sembra presentare interazioni con alcuni rimedi farmacologici e perciò è consigliato il consulto con il medico prima del suo utilizzo in caso si stiano assumendo farmaci in contemporanea.

Resta chiaro che ai fini di un corretto livello di colesterolo e più in generale di protezione cardiovascolare risulta utile un integrazione con altre sostanze come omega 3, Tarassaco, Carciofo, CoQ10, Berberis, ecc. ma fondamentale risulta una stile di vita basato su attività fisica e alimentazione sana (no carboidrati raffinati e cibi zuccherati veri responsabili di problematiche cardiovascolari ed aumento livelli ematici colesterolo; sì fonte di acidi grassi come pesce azzurro, olio EVO, Noci, ecc. ).

Discorso a parte quello sui livelli ematici oltre i quali si parla di colesterolo alto. Livelli che nel tempo si abbassano sempre di più… a voi le conclusioni. Ricordatevi che il colesterolo è un sostanza naturale che fa bene in quanto serve per molteplici funzioni come la formazione della membrana cellulare, della bile, precursore degli ormoni steroidei, permette produzione di vitamina D, ecc. Quindi è solamente un suo eccesso ad essere uno dei fattori di rischio cardiovascolare ma come vi accennavo l’abbassamento continuo del marker sanguigno lascia molto a pensare alla più che dubbia obiettività della definizione di questa soglia e delle motivazioni retrostanti.

#risorossofermentato #salute #benessere #colesterolo #naturopatia #naturopata

 

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Maca

La Maca è un tubero della famiglia delle Brassicaceae. è una pianta di uso alimentare e medicinale nota anche come “Ginseng Peruviano”. La Maca cresce in condizioni metereologiche estreme sulle Ande, ad altitudini pari a 3500-4000 metri.

Si consuma il tubero fresco o essiccato, il quale presenta un elevato valore nutrizionale contenendo carboidrati, amminoacidi essenziali, Omega 3 e 6, fibre, steroli, alcaloidi, molti oligoelementi e vitamine.

La Maca viene utilizzata come tonico per vincere la stanchezza, stimolare la vitalità, favorire la memoria e la resistenza fisica, aumentare la fertilità ed il desiderio sessuale, ecc.

A livello fitoterapico essa svolge un’attività di regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene/tiroide/pancreas/genitali. Si trovano preparati in polvere ed estratti secchi. La posologia raccomandata è di 900-1800 mg al giorno in tre somministrazioni per cicli di massimo 20 giorni.

Controindicazioni: no in caso di gravidanza e in soggetti ipertesi. Ad alto dosaggio può dare ipertensione.

#maca #stanchezza #energia #fertilità #libido #benessere #salute #naturopata #naturopatia

 

 

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Alga Klamath

E’ un alga blu unicellulare. L’alga Klamath prende il nome dal luogo di provenienza, ossia il lago Klamath superiore dell’Oregon (Stati Uniti). Essa si riproduce ad un pH basico compreso tra 9 e 11 ed è costituita di acqua dolce per il 95%. Tra i principi attivi contenuti nell’alga troviamo: amminoacidi essenziali, acidi grassi omega-3 e 6, vitamine del gruppo B (ottima fonte di B12), A, C, D, E, K, oligoelementi, enzimi ed antiossidanti. Sono presenti ficocianine in alta concentrazione che spiegano le proprietà antinfiammatorie di Klamath che si rivela in tal modo utile in diverse patologie. Klamath è in grado di contrastare sensazione di fame e di migliorare l’umore grazie alla presenza di feniletilammina. Tra le azioni di quest’alga si ha maggiore vitalità, memoria, concentrazione ed intuizione. Il suo consumo regolare si è rivelato utile per patologie degenerative come il diabete, Alzheimer e Parkinson.

#benessere #salute #naturopata #naturopatia #klamath

 

 

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Ignoto

“Solo l’ignoto spaventa gli uomini, ma per chiunque cessa di essere ignoto nell’attimo in cui lo si affronta.”

Oggi voglio condividere con voi questa frase di Antoine de Saint-Exupéry che si sposa benissimo alla situazione attuale nella quale le persone si fanno mettere in scacco dall’ignoto, si impauriscono davanti ad un virus, il nemico invisibile.

Eppure i virus ci sono sempre stati e dovremmo vivere da sempre nella paura di una loro minaccia.

Perché ora questa paura?                                                                                            La paura nasce dall’ignoranza collettiva di chi non conosce cosa stia succedendo ed è perciò maggiormente manipolabile a livello psicologico ed emotivo.
Una volta che lo spavento per l’ignoto ci rende esseri passivi, che non ricercano il vero, che non si pongono delle domande, che non ragionano cercando relazioni ed associazioni tra fatti, che non cambiano opinione ma si livellano su quello che fanno e dicono tutti, sulle frasi fatte e i pregiudizi, come scatole vuote da riempire con informazione spazzatura e terroristica, allora non si è più liberi.

Si affida il proprio potere personale agli specialisti di turno che si pensa vivano in uno stato di beatitudine, purezza e candore e che ci vogliono tutti bene.

E’ il momento di affrontare con coraggio l’ignoto per rendercelo maggiormente famigliare…                             

E’ il momento di un risveglio interiore, unica ancora di salvezza personale e collettiva.

 

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BISCOTTI PER BAMBINI

Un gesto semplice spesso innocente: allungare la mano sullo scaffale del supermercato ed acquistare i biscotti per il bambino. Eppure in questa occasione come in ogni scelta del cibo che mangiamo è necessario un salta evolutivo che porti ad una maggiore consapevolezza nutrizionale. Uno strumento molto efficace è sicuramente la lettura delle etichette sulle quali troviamo scritti i vari ingredienti di cui sono composti quei biscottini “innocenti” che acquistiamo per i bambini e a volte per noi stessi.

La prima cosa da sapere è che gli ingredienti sono scritti in ordine di quantità, quindi il primo sarà quello maggiormente presente.

Con grande stupore scopriremo che moltissime marche di biscotti per bambini contengono un mix di sostanze dannose, altamente caloriche e prive di nutrienti veri. I primi posti se li giocano la farina raffinata (spesso e tanto per cambiare di frumento) e zucchero. Si susseguono oli vegetali di scarsa qualità (olio di palma, colza, di oliva ma non extra, ecc.), amidi (spesso di frumento che non servono a nulla se non ad alzare ulteriormente la quota di zucchero già alta), latte scremato in polvere (già il latte è spesso fonte di infiammazione intestinale per deficit enzimatico riferito al lattosio, di ormoni e altri nutrienti non funzionali all’uomo, ma in più la scrematura toglie il grasso e quindi l’impossibilità di assorbimento delle vitamine liposolubili presenti nel latte A,D,K,E e che sono cofattori indispensabili per assimilazione del calcio e fosforo in esso contenuti). Abbiamo poi agenti di lievitazione che spesso consistono in lieviti chimici che possono creare problemi digestivi e di gonfiore addominale. Sono anche presenti dei conservanti come i fosfati e polifosfati, che non permettono l’assorbimento di calcio e fosforo nell’osso e in dosi elevate possono portare a disturbi del metabolismo ed iperattività. Come non dimenticare i fantastici compenti del mistero: gli aromi, che spesso in questi biscotti sono chimici. Ecco allora che i produttori cercano di lavarsi la coscienza aggiungendo alcune vitamine e minerali nel vano tentativo di restituire una traccia di nutrienti a quello che è un vero e proprio non-alimento e falliscono se pensano che nutrienti aggiunti siano uguali a quelli naturalmente presenti nei componenti originari.

Biologico? Purtroppo i biscotti biologici non si salvano. Infatti seppur spesso presentano ingredienti di maggior qualità: farine integrali (almeno una percentuale) prive di pesticidi, dolcificanti naturali (es. succo di mela, miele, ecc.) purtroppo contengono come quelli classici una abnorme quantità di zucchero.

Questi biscotti sono vere e proprie bombe zuccherine! Su 100 gr di prodotto una media di 20-25 gr di zucchero, una dosa pari a circa 4-5 cuchiaini. Cosa se ne fanno i bambini di tutto questo zucchero? Niente! e per lo più è altamente dannoso. Basterebbero gli amidi contenuti naturalmente nelle farine (non quelli aggiunti). E se il bimbo ha superato completamente la fase dello svezzamento si potranno introdurre le farine integrali ricche di fibra ( utile per stimolo alla peristalsi, prevenzione fermentazioni e putrefazioni intestinali, arricchimento flora batterica intestinale, protezione da diverticolosi e cancro al colon, abbassamento indice glicemico alimento, rimozione tossine intestinali, grande aiuto in caso di stitichezza) e contenti il germe (ricco di oli polinsaturi, vitamine gruppo B, oligoelementi, aminoacidi essenziali, enzimi, acidi nucleici e antiossidanti).

Quindi cosa fare care mamme?

Il consiglio è farseli da sé i biscotti. Tante sono le ricette sane che si trovano sul web. Mi raccomando partite da ingredienti salutari e di qualità: quindi occhio nella scelta di farine integrali, grassi vegetali non idrogenati, dolcificanti naturali, ecc.

Ricordate che per soddisfare la voglia di dolce c’è sempre lo spettacolo della frutta: il vero dolce naturale e fonte di acqua, vitamine, minerali, fibra, polifenoli, ecc. Un pieno di sostanze nutrienti, un vero cibo!

Perché nutrirsi non è semplicemente cibarsi…

Per chi volesse approfondire invito a leggere la rivista “L’altra medicina” del mese di Aprile, nella quale troverete articolo relativo a Biscotti per bambini e altri interessanti scritti.

#biscotti #bambini #salute #benessere

 

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IL POTERE

Un ostacolo alla libertà personale è il potere. Il potere può diventare una grande barriera, una grande sfida, specialmente se vi sentite impotenti. Avete seguito tutte le regole che vi ha dato qualcun altro, come il governo… Loro hanno istituito delle regole, voi dovete seguirle, e lo fate perché avete paura…aspirate ad essere come quelli che fanno le regole, perché credete che essi siano potenti. Potete diventare dei grandi despoti usando il vostro potere contro coloro che hanno meno potere di voi. Tuttavia, in questo modo di pensare ci sarà sempre qualcuno che avrà più potere di voi e quindi, per quel qualcuno, diventerete una marionetta… Per evitare questa trappola, dovete rendervi conto che questo tipo di potere non significa nulla perché non è reale. Quando capite che non avete alcun potere su nessun altro, allora nessuno avrà potere su di voi.”

Don Miguel Ruiz

Riflettere: siete veramente potenti? Qual è il vostro grado di potere personale? Siete potenti solo se avete sete di conoscenza, se acquisite consapevolezza, coscienza di ciò che accade in voi e fuori di voi. Solo allora sarete autenticamente liberi e responsabili. Se non ragionate sulle cose, non vi stupite, non fate ricerca, non vi staccate mai dal pensiero dominante della massa, siete solo degli schiavi che si credono liberi. Allora farete sfoggio con arroganza del vostro poco sapere, parlando per frasi fratte, pregiudizi, seguendo l’onda del “lo fanno tutti” e verrete schiacciati dal conformismo e dall’omologazione. Dal di fuori potreste anche suscitare pietà per la vostra vanagloria e arroganza nell’affermare credenze basate sul nulla e delle quali siete pienamente convinti. è ora di pensare, ragionare, mettere e mettersi in discussione. L’alternativa è solamente quelle di appiattirsi sugli stereotipi, i luoghi comuni e il vuoto interiore per farsi schiacciare da chi non ha cura di voi e non vuole il vostro bene. Questo non lo auguro a nessuno.

 

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ESERCIZI ENERGETICI PRIMO CHAKRA: GROUNDING

Grounding vuol dire stare connessi con la terra, con il corpo, il momento presente, il qui e ora. è un termine utilizzato in bioenergetica, terapia ad orientamento corporeo che oltre al lavoro di verbalizzazione associa un lavoro fatto di esercizi e posizioni.

Il grounding è l’abilità di sentire una connessione di tutto il corpo con la terra, partendo dai piedi. Possiamo immaginare questa connessione come fisica – mi connetto con la terra, ma anche come una connessione di energia che parte dalla terra e va su per tutto il corpo.

Durante l’esecuzione dell’esercizio potremmo ad un certo punto avvertire che le nostre gambe vibrano, ma non dobbiamo prendere paura, semplicemente i nostri muscoli sono stanchi, perché messi sotto stress e la vibrazione è la risposta che danno. Possiamo continuare per un pochino e poi pian piano ci alziamo e, sempre respirando e con gli occhi aperti, ci concediamo un momento per ascoltarci, il nostro respiro, i nostri occhi, le nostre spalle e così tutto il corpo.

L’esercizio di grounding si esegue tenendo i piedi alla larghezza del bacino, le ginocchia leggermente piegate, i piedi paralleli con le punte leggermente in dentro. Il tronco è flesso in avanti e le mani toccano terra con i polpastrelli. Il peso del corpo sta nella parte anteriore del piede, però il tallone non si alza. Le mani non sorreggono il peso, sono solamente a contatto con la terra attraverso i polpastrelli. Il capo è in basso, molto morbido e rilassato. Da questa posizione si piegano leggermente le ginocchia e si raddrizzano, seguendo il ritmo della respirazione: inspiro e piego leggermente le gambe, espiro e ritorno a distenderle leggermente. È importante non raddrizzare mai completamente le gambe, perché altrimenti l’energia non scorre libera nel corpo.

Nella posizione di grounding i piedi e le gambe hanno un contatto di scambio con la terra, prendono energia, e scaricano le tensioni, ci si sente quindi sostenuti. Il nostro corpo, si appropria di una postura solida e radicata nella propria interiorità e nella terra.

Questo radicamento permette di percepire una maggiore unità tra corpo e mente.

La musica di Luigi Palombi

Gentilissimi, 

volevo segnalarVi due concerti che farò nelle prossime settimane, sarei molto contento della Vostra presenza:

il primo è per la manifestazione di Piano City e si terrà domenica 22 maggio alle h. 17.00 presso la Fondazione Pasquale Battista (via Giuseppe Pozzone 5, M1 Cairoli), il recital si intitola Love/Desire – Bruckner/Wagner , i dettagli e il fil rouge del programma sono al link seguente, ingresso libero:
 
 
il secondo si terrà presso l’ Unione Femminile Nazionale (Corso di P.ta Nuova 32) mercoledì 25 maggio alle h. 18.00, ingresso libero, il titolo del concerto è  “L’anima, la danza, la libertà. Un concerto per la pace” , qui mi esibirò su un fortepiano restaurato, ecco il programma: 
 
L. van Beethoven                               La Consacrazione della Casa, ouverture op. 124
(1770 – 1827)                                      (trascr. per pnf. di C. Czerny)
 
M. Clementi                                         Valzer op. 38 n. 11
(1752 – 1832) 
 
G. Rossini                                           – Danse Sibérienne
(1792 – 1868)                                      –  A ma chère Nini (Les Noisettes)
                                                            – Valse Boiteuse      
 
F. Chopin                                              Preludio op. 45
(1810 – 1849) 
 
L. van Beethoven                                 Nona Sinfonia in re min. op. 125,
                                                             IV movimento: Presto – Allegro assai
                                                             (trascr. per pnf. solo di F. Liszt)
 
 
 
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Gentilissimi, 

nel caso Vi inoltriate nella lettura de La Repubblica di oggi (sabato 9 Aprile) troverete un po’ di dettagli riguardo la storia della prima traccia inedita del cd Piano Conversations su Igor Stravinsky (Dynamic) qui sotto una foto dell’ articolo:
ormai manca poco all’ uscita ufficiale (15 Aprile)…Vi ringrazio come sempre dell’ attenzione, buon weekend e a presto!
Un caro saluto
Luigi Palombi
 
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Ho il piacere di invitarVi all’ incontro “chiave” del nostro corso Arte – Musica tenuto al Circolo Filologico di Milano (via Clerici 10, MM Cordusio) in cui esamineremo i parallelismi tra 
l’ arte pittorica di Pablo Picasso e l’ arte musicale di Igor Stravinsky, due “geni” che hanno inevitabilmente influenzato con le loro lunghe carriere i movimenti artistici del Novecento.
Vi aspetto tutti martedì 22 marzo alle h. 18.30, in allegato troverete la locandina. Vi ringrazio come sempre della preziosa attenzione.
Un caro saluto
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“Due autori, Anton Bruckner (1824 – 1896) e Richard Wagner (1813 –1883), due personalità differenti eppure associate in sede di concerto e nel mercato discografico. Il pianista Luigi Palombi attraversa in questo recital pagine rare della loro non vasta produzione pianistica, trascrizioni da concerto di movimenti sinfonici e parafrasi operistiche.

Cade in errore chi pensa pregiudizialmente di trovarsi una musica da ascoltare “con la testa tra le mani”, il recital è dedicato a tutti coloro che desiderano tornare semplicemente ad emozionarsi dopo l’ inverno dei sentimenti di questi due anni, senza bisogno di intermediazioni e discorsi “tra virgolette”.

 

la durata del recital sarà di un’ ora circa, il link del MaMu è https://magazzinomusica.it/index.php/eventi-in-programma/1028-love-desire-il-pianoforte-di-bruckner-e-wagner; dove si troverà anche   il form per prenotarsi, ma con adesione  direttamente al maestro (palombi.luigi@gmail.com) come “suoi amici” si potrà intervenire all’evento con un biglietto di soli 5 € (quota d’ iscrizione destinata all’ associazione del Magazzino Musica)

 

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TORNIAMO A CANTARE
CONCERTO DI SANTA CECILIA
Chiesa Parrocchiale San Biagio – Monza

 

 

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“Fake Bach”

E’appurato che in estate si ha più tempo nel riordinare i pensieri e le cose, e in questo flusso di notizie vere/false/verosimili si parla nuovamente di “Fake Bach” (Dynamic 2021): troverete in allegato la recensione comparsa sul numero di Musica di Luglio – Agosto con chiusa finale sul “tradimento inammissibile” nei confronti del “sommo Bach”.

Sempre in allegato troverete la recensione in breve comparsa sul BBC Music Magazine di Maggio dove si coglie subito l’ idea del suono “magniloquente” che potete immediatamente verificare all’ ascolto recuperando la doppia trascrizione del Concerto in la min. di Bach – Vivaldi fatta da August Stradal e selezionata nella rubrica Le Bach du dimanche del 28 Febbraio 2021 per France Musique, ecco il link (dal min. 7 circa):

https://www.francemusique.fr/emissions/le-bach-du-dimanche/le-bach-du-dimanche-28-fevrier-2021-92289

Se oltre all’ approccio “magniloquente” cercate il suono carezzevole e “scandalosamente” sensuale lo trovate nel Largo di Bach trascritto da Camille Saint -Saens e presentato nella rubrica Primo Movimento di Radio 3 Rai trasmessa ieri, 26 Agosto (dal min. 14′ 50”):

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/08/PRIMO-MOVIMENTO-7b3ee63d-bc5d-4b5b-85c4-b5f10a7d0b1c.html

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Invito all’ ascolto di Beethoven

Una felice sorpresa dell’ ultim’ora: per la presentazione del libro di Guido Giannuzzi Invito all’ ascolto di Beethoven (Mursia, 2020) presso il Magazzino Musica (via Francesco Soave 3, Milano) venerdì 25 giugno alle h.19.00, oltre alla presenza del direttore d’ orchestra Roberto Abbado interverrò musicalmente con alcuni movimenti della Sinfonia n. 6 op.68 “Pastorale” nella trascrizione storica per pianoforte di Johann Nepomuk Hummel (1778-1837), compositore – “collega” contemporaneo del “Genio di Bonn”.

Ingresso libero con prenotazione obbligatoria al seguente form, ecco il link: https://forms.gle/AZzxvnExvH3fM7e16

Vi ringrazio molto dell’ attenzione e a presto.

 

 

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nell’ augurare una Buona Pasqua

Vi informo che martedì 6 aprile alle h. 19.00 presso il Magazzino Musica – MaMu (via Francesco Soave 3, Milano) si terrà in diretta streaming sul  canale

https://www.youtube.com/channel/UCH1omrnAAanYdCVvJui2F-Q il “focus” parlato e suonato Dialoghi per Stravinsky – A 50 anni dal giorno della scomparsa (6 aprile 1971) dove interverrò con la musicologa Valentina Bensi (Ludwig-Maximilians-Universität München), riporto il link del MaMu con maggiori informazioni:

https://magazzinomusica.it/index.php/eventi-in-programma/922-dialoghi-per-igor-stravinsky-con-l-palombi-e-v-bensi

 

 

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Trascrizione d’autore di Liszt …

Per chi volesse approfondire sulla “trascrizione d’ autore” di Franz Liszt della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven e per ricordare la bella serata in Sala della Cultura a Vedano al Lambro troverete in allegato il mio intervento – parlato e suonato – per il programma “Rotoclassica” di Radio Popolare. 

Gli estratti pianistici del II e IV movimento e l’ intero III movimento provengono da quella “serata magica”…

Le rubriche di Lucia Perfetti

Ma cos’è l’Arteterapia? Quando è nata?
 
Arte e Terapia sono due fenomeni culturali distinti.
L’Arteterapia è una disciplina che utilizza i materiali e le tecniche dell’Arte e consente alla persona di esprimersi ed elaborare i propri vissuti interiori senza giudizio esterno attraverso l’attivazione della libera espressione artistica.
L’Arteterapia è un mezzo di sostegno dell’io e si avvale del linguaggio simbolico di forme e colori.
L’Arte terapia è nata nel secondo dopoguerra quando la necessità era di curare i soldati rimasti traumatizzati dalle brutture vissute in guerra alle quali non riuscivano più a dare un nome, un significato, un suono.
Solo l’uso dei colori e dei segni li aveva poi portati a riconquistare la realtà del qui e ora, a dare un senso, un nome alle cose.
Attraverso i colori e i segni, potevano raccontare gli orrori che avevano vissuto e che non riuscivano a urlare al mondo intero, se non attraverso le loro tracce, fatte di ricordi e sangue. Così il rosso poteva diventare un tramonto. Un segno, una porta da dove poter uscire. Un giallo, un sole, dove poter intravedere la luce.
Oggi l’Arteterapia è una professione non ancora storicizzata.
L’Arte del XXI suscita per le diverse espressioni non verbali uno studio particolare. Di questi tempi si sono succeduti e trasformati, con grande rapidità, molti più avvenimenti che in qualsiasi epoca precedente. Si sono verificati diversi mutamenti nella stessa espressione artistica dovuti a una Società in continua trasformazione di mode e di ideali.
In Italia, alla fine degli anni ’70 e agli inizi degli anni ’80, sono nati molti laboratori che hanno conquistato dignità e visibilità, incoraggiando gli operatori a divenire professionisti specializzati in un’attività svolta più in strutture private che pubbliche ma dalla fine degli anni ’90 l’arteterapia è stata riconosciuta nelle Strutture sanitarie pubbliche come attività riabilitativa vera e propria.
L’ esperienza personale mi ha portato a verificare come la libera espressione artistica possa dare al singolo gioia, libertà, presenza nel Qui e Ora, donando libertà di Essere, indipendentemente dallo stato psicofisico della persona.
Solitamente le persone che decidono di partecipare a un ciclo di laboratori di Arteterapia sono incuriosite, non sanno bene cosa succederà, poi, via via, si appassionano agli incontri, si mettono all’ascolto della propria traccia, degli altri, scoprono, attraverso il silenzio, i segni che gli appartengono, la possibilità di dialogare liberamente e darsi riposte in un ambito protetto, senza essere giudicate
Quando si decanta un segno, all’interno del Laboratorio, lo stato catartico che si crea nel lasciare la traccia, è un momento, Oltre, un Nirvana del tutto personale, riservato alla bellezza dell’Essere stesso.
E’ qui che nasce il Segno. Dal vero Sé. Dall’accettazione del proprio stato, dall’ascolto e dal coraggio di lasciare una traccia che arriva direttamente dal cuore. Nell’Arteterapia non esiste il bello o il brutto.
Gli incontri non servono per imparare a disegnare ma sono momenti per sostare a pensare, per comprendere dove si è, poter prendere coscienza e scegliere la propria rotta attraverso il Processo Creativo. Nei percorsi di arteterapia di gruppo si diventa “complici” e affiatati. Ogni singolo partecipante apporta al gruppo un contenuto inedito e prezioso da condividere.
Nel laboratorio di libera espressione artistica, il partecipante meno propenso al disegno sarà più spontaneo di un Artista che ha già strutturato un suo stile e un suo segno. Nulla vieta di organizzare un laboratorio con persone di età, interessi, sesso, professione, origini, differenti.
Ognuno porterà la propria storia e il suo personalissimo rapporto con i colori, le tecniche e lo spazio del foglio.
Nell’Arteterapia non sono contemplate esposizioni. Gli elaborati appartengono al singolo partecipante. A prescindere che l’importante è il processo, è a scelta di chi ha prodotto l’opera, decidere cosa farne del proprio elaborato, a meno che, all’inizio degli incontri, non si decida di fare una mostra perché parte dell’accordo terapeutico iniziale.
La mostra stessa può essere l’obiettivo del percorso, ma sarà sempre l’autore dell’opera a decidere se esporre o no. I disegni sono paragonati a cartelle cliniche.
 
 
 
 
 
 

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Ma cos’è l’Arteterapia? Quando è nata?

L’Arte terapia è nata nel secondo dopoguerra.
La necessità era di curare i soldati rimasti traumatizzati dalle brutture vissute in guerra alle quali non riuscivano più a dare un nome, un significato, un suono.
Solo l’uso dei colori e dei segni li aveva poi portati a riconquistare la realtà del qui e ora, a dare un senso, un nome alle cose.

Attraverso i colori e i segni, potevano raccontare gli orrori che avevano vissuto in guerra, e che non riuscivano a urlare al mondo intero, se non attraverso le loro tracce, fatte di ricordi e sangue.
Così il rosso poteva diventare un tramonto.
Un segno, una porta da dove poter uscire.

Un giallo, un sole, dove poter intravedere la luce.
I Love Arteterapia, da sempre. 

L’Arteterapia l’ho trovata un pomeriggio di autunno, nel lontano 1995.
Stavo tenendo un laboratorio artistico presso la UILDM di Monza con il Maestro Andrea Sala.
Mi è arrivata la scintilla, ho pensato che l’Arte avrebbe potuto salvare quei ragazzi!!
Così è iniziato il mio viaggio nell’Arte come Terapia, che non si è più fermato, e ringrazio quella Scintilla che mi ha aperto un Universo e permesso di conoscere tante bellissime Persone.
Il mio Viaggio nell’Arteterapia dura da ventisei anni, ed è appena iniziato. 

 

SULLA PAZIENZA 
“Bisogna, alle cose, lasciare la propria quieta, indisturbata evoluzione che viene dal loro interno e che da niente può essere forzata o accelerata.
Tutto è: portare a compimento la gestazione – e poi dare alla luce…
Maturare come un albero che non forza i suoi succhi e tranquillo se ne sta nelle tempeste di primavera, e non teme che non possa arrivare l’estate.
Eccome se arriva!
Ma arriva soltanto per chi è paziente e vive come se davanti avesse l’eternità, spensierato, tranquillo e aperto…
Bisogna avere pazienza verso le irresolutezze del cuore e cercare di amare le domande stesse come stanze chiuse a chiave e come libri che sono scritti in una lingua che proprio non sappiamo.
Si tratta di vivere ogni cosa.
Quando si vivono le domande, forse, piano piano, si finisce, senza accorgersene, col vivere dentro alle risposte celate in un giorno che non sappiamo”.
Rainer Maria Rilke

Le rubriche di Claudio Pollastri

 

 

“S dnem rozhdeniya, Mikhail”. Come ogni anno invio gli auguri di Buon Compleanno a Gorbaciov. Che come ogni anno mi risponde. Quest’anno spegne, se ce la fa, 91 candeline. E’ nato a Privol’noe, Russia, il 2 marzo 1931. Leggo “Spasibo”, grazie, e penso “chissà se anche Putin gli avrà fatto gli auguri?”. E poi “chissà cosa pensa l’Uomo della Glasnost e della Perestrojka di quello che sta succedendo in questi giorni?”. E ancora “come mai nessuno glielo chiede?”.

Ricordo l’incontro con Gorbaciov a Milano il 1° dicembre 1989 assieme alla moglie Raissa. Sorridente, disponibile con i fotografi. Aveva la pacata consapevolezza di chi è conscio, senza ostentarlo, di avere scritto una pagina fondamentale di storia mondiale. Anche lo sguardo era trasparente con la fierezza russa di avere fatto qualcosa per il suo popolo.

Portato alla battuta, anche se sempre filtrata dal cupo umorismo del Don, non incuteva soggezione anche se, standogli a due passi, si percepiva la grandezza delle sue imprese. Ma non doveva dimostrare nulla. La storia, quella con la S maiuscola, parlava per lui.

Più di vent’anni dopo, il 26 aprile 2010, avevo incontrato Vladimir Putin ospite dell’allora Premier Silvio Berlusconi a Lesmo, nella settecentesca Villa Gernetto sede della nascente Università della Libertà, dove era stato invitato a tenere la prima lezione. Allora, dodici anni fa ma sembra un‘era geologica, i due uomini di Stato erano amici e non lo nascondevano.

Berlusconi lo salutava con pacche aperte sulle spalle e Putin rispondeva con un sorriso chiuso dei suoi, lui che non sa sorridere e al massimo fa una smorfia stiracchiata.

Stare a tu per tu con Vladimir Putin era come vederlo in televisione. Se poi pensavo che avevamo la stessa età (è nato a San Pietroburgo il 7 ottobre 1952) cadevo in depressione. Soprattutto quando proclamava “Io, qui, sono la Russia”.

E riflettevo “e io, qui, chi sono?”. E poi precisava a fior di labbra sottili e allungate “io e Berlusconi siamo amici ma in politica e negli affari non basta l’amicizia”. Tutto con la voce metallica che suscitava qualche brivido come lo sguardo impenetrabile azzurro-acciaio.

Poco disponibile con i fotografi, si concedeva solo ai flash accanto a Berlusconi che ricambiava con sorrisi abbaglianti. Ma nessuna posa con i giornalisti. Anche davanti alle battute spiritose del Cavaliere (forse per difetto di traduzione) lasciava intuire un certo distacco. Lo stesso che manteneva durante la conferenza-stampa, nemmeno dopo il caloroso applauso per avere partecipato alla ricostruzione di Palazzo Ardighelli e della chiesa di San Gregorio Magno distrutti dal terremoto dell’Aquila del 2009.

Quando gli era stato chiesto se avrebbe assistito alla Messa di inaugurazione della chiesa come aveva dichiarato il Premier, aveva risposto con un sorriso dei suoi, lui che non sa sorridere e al massimo fa una smorfia stiracchiata.

Putin con Berlusconi nel vertice del 2010

 

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Il dialogo del cuore: George Clooney

 

Per George Clooney la beneficenza è più che mai una questione di cuore “ho conosciuto mia moglie a un evento di solidarietà”.

Dopo il sì all’avvocatessa Amal Alamuddin la coppia si è dedicata a opere umanitarie. Due cuori e una fondazione, la Clooney Foundation for Justice “per combattere ogni sopruso”. Una nobilissima causa che merita un weekend in sua compagnia: infatti ha messo all’asta un soggiorno nella sua villa di Laglio sul Lago di Como con la premessa autoironica “ma attenzione, non sono granché come padrone di casa!”.

Lo è invece in fatto di generosità: 250.000 dollari a The Motion Picture and Television FundSag-Aftra Fund e Los Angeles Mayors Fund “per aiutare chi ha bisogno”. E ancora: 100.000 dollari per gli sfollati dopo l’esplosione del porto di Beirut “un dramma”. Altri 300.000 dollari alla Banca del Cibo Libanese “c’è ancora chi muore di fame”. Si muore anche di pandemia: 1 milione di dollari alle associazioni che si occupano del Covid-19 “anche ad alcuni ospedali della Lombardia, dove vivo”.

La stessa profonda sensibilità che l’aveva spinto a partecipare alla maratona televisiva Hope for Haiti per raccogliere 56,4 milioni di dollari “il popolo di Haiti aveva bisogno di noi”.

L’amicizia non ha prezzo per Clooney, anzi ce l’ha: esattamente 1 milione di dollari che ha regalato ai suoi 14 amici più stretti “mi hanno aiutato quando ero al verde”.

Un posto speciale è riservato ai più piccoli e indifesi: 3 milioni di dollari raccolti assieme a Unicef, Hewlett Packard e Google per 3.000 bambini siriani “potranno andare a scuola”.

E siccome il bene è diffusivo, anche i due figli della coppia, i gemelli Ella e Alexander si stanno dimostrando attenti al prossimo. “A Natale – ha spiegato l’attore – ciascuno mi ha offerto il suo giocattolo più bello da regalare a chi non ha niente”.

Nella generosità dei Clooney c’è un angolino anche per gli animali. La coppia, che ha due cocker e una trovatella, ha risposto subito al SOS dell’associazione Camp Cocker Rescue per salvare 9 cuccioli abbandonati in una discarica di Los Angeles “come resistere a tanta tenerezza?”.

Certe risposte arrivano solo dal cuore.

 

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Il dialogo del cuore: Gianni Morandi

Chi ha avuto fortuna nella vita si ricorda di coloro (e sono tanti) che stanno peggio? I cosiddetti big sono grandi anche in beneficenza? Le stelle brillano in solidarietà? Le risposte in questo viaggio alla scoperta del senso della prossimità dei personaggi famosi guidato dal giornalista-scrittore Claudio Pollastri

Apri tutte le porte ha cantato Gianni Morandi al Festival di Sanremo conquistando il 3° posto (ha vinto la serata-cover con Jovanotti). Ed è anche il sentiment che lo ha sempre guidato “me l’ha insegnato mio padre, soprattutto verso gli amici”. Lo sa bene Pupo al quale aveva prestato senza garanzie 100.000 euro, restituiti dopo anni, “li consideravo ormai regalati”.


Con l’entusiasmo dell’eterno ragazzo ama mettersi in gioco. E lo fa dal 1981 con la Nazionale italiana cantanti “la vera partita è contro le ingiustizie”.

Da calciatore a cameriere. Grembiule bianco e sorriso d’ordinanza ha servito gli invisibili al Pranzo di Natale alle Cucine popolari di Bologna “ho capito cos’è l’amore per il prossimo”. E poi, a cento all’ora, verso Assisi per partecipare alla maratona organizzata dai frati francescani “per le famiglie in difficoltà a causa della pandemia”.”

La beneficenza può avere il gusto di un gelato. Gianni ha distribuito coni solidali in via Galleria a Bologna per sostenere Ail e Ant, due associazioni che combattono il cancro “erano tutti sorpresi”. Com’era sorpreso il pubblico di Napoli vedendolo all’improvviso al concerto per aiutare il poliziotto in coma Fabio Graziano “un’emozione particolare”.

Erano particolari anche le emozioni vissute alla maratona “Corri la vita” di  Firenze per sostenere le associazioni contro il tumore “un traguardo di speranza”. La stessa che ha sentito visitando il centro storico di Camerino dopo il terremoto “penso a chi ha dovuto abbandonare tutto”.

E poi ancora e ancora. Un elenco di gesti generosi più lungo dei suoi numerosissimi successi “basta che uno su mille ce la fa per continuare a sperare in un mondo d’amore.

Il giorno di Natale, Gianni Morandi lo ha trascorso a servire alle Cucine popolari di Bologna

La beneficenza può avere il gusto di un gelato. Gianni ha distribuito coni solidali in via Galleria a Bologna per sostenere Ail e Ant, due associazioni che combattono il cancro “erano tutti sorpresi”. Com’era sorpreso il pubblico di Napoli vedendolo all’improvviso al concerto per aiutare il poliziotto in coma Fabio Graziano “un’emozione particolare”.

Erano particolari anche le emozioni vissute alla maratona “Corri la vita” di  Firenze per sostenere le associazioni contro il tumore “un traguardo di speranza”. La stessa che ha sentito visitando il centro storico di Camerino dopo il terremoto “penso a chi ha dovuto abbandonare tutto”.

 

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Gianni Agnelli, l’avvocato che non sapeva amare

  Il 24 gennaio 2003 moriva a Torino, dov’era nato il 23 marzo 1921, Gianni Agnelli. Aveva quasi 83 anni. Se ne andava una figura unica nel panorama imprenditoriale, sportivo e culturale italiano. Era un’icona di stile e molti “vestivano alla Agnelli” imitandone il vezzo di indossare, per esempio, l’orologio sopra il polsino della camicia. Ma l’Avvocato, come veniva chiamato anche se non era mai entrato in un’aula di tribunale, occupava una posizione glamour anche nel jet-set internazionale con le frequentazioni mondane di personaggi come Kissinger e i Kennedy, soprattutto Jaqueline.

Molti hanno scritto e scriveranno su di lui, specialmente oggi. Senza annoiare troppo vorrei aggiungere un ricordo personale che mi aveva profondamente colpito anche se non riuscirò a ricreare quell’atmosfera a tratti surreale perché – come cantava Celentano – le emozioni non hanno voce.

Era un sabato pomeriggio della metà di dicembre del 2000. Una luce lattiginosa riverberata dai piccoli cristalli della neve dipingeva Torino in una luce più fredda del solito. In un teatro cittadino si celebrava la funzione laica del trigesimo della morte, rimasta sempre avvolta dal mistero, di Edoardo Agnelli avvenuta il 15 novembre dal viadotto Generale Franco Romano dell’autostrada Torino-Savona dalle parti di Fossano. Un volo di ottanta metri metteva la parola fine alla vita controversa del primogenito dell’Avvocato che aveva fallito i numerosi tentativi di prendere il comando dell’Impero di famiglia. Gli organizzatori di quell’incontro volevano ricordare la sensibilità frastagliata di Edoardo con la lettura delle sue poesie dove riversava il proprio disagio esistenziale con strofe che riuscivano a scorticare l’anima.

Per un giro intricato che non vi sto a spiegare avevo un posto in prima fila a poche poltrone di distanza dall’Avvocato. Che aveva promesso di presenziare senza però darne la certezza. “Forse non se la sentirà psicologicamente”, commentavano in modo preventivo gli organizzatori temendo una defezione che col passare dei minuti diventava quasi certa.

Ma ecco il colpo di scena com’era nello stile dell’Avvocato. Che due minuti prima dell’inizio era entrato da solo nel teatro ed era venuto diretto verso la poltrona che gli era stata riservata con andatura claudicante per i numerosi infortuni sciistici ma non sofferta per l’atmosfera della ricorrenza. Il volto scavato dalle rughe che tutti avevano imparato a conoscere dalle copertine dei magazine internazionali non sembrava tradire suggestioni particolari. L’espressione impenetrabile dietro una maschera di marmo era la stessa di quando l’avevo intervistato in due occasioni per la Fiat e la Juventus. Una sfinge. E di quella sfinge volevo scoprire le sfumature, le ombre, le lacrime che avrebbero avuto la forza di scendere.  Osservavo il viso dal profilo antico dell’Avvocato mentre nel teatro riecheggiavano i versi disperanti del figlio che si era da poco tuffato in un destino drammatico verso il quale si sentiva intimamente chiamato da tempo.

Le angosce, le speranze subito trasformate in delusioni, l’anelito estremo che Edoardo aveva affidato a quelle strofe struggenti denunciavano il bisogno urlato di aiuto, di mancanza di affetto, di astinenza patologica d’amore paterno che un pacchetto di azioni quotate in borsa non potevano sostituire perché la borsa dei sentimenti non ha prezzo o è talmente alto da pagarlo con la vita.

Nei venti minuti della lettura rivelatrice di una tragedia intimista rimasta inascoltata l’Avvocato era rimasto immobile, senza l’ombra di una partecipazione apparente, né il gesto spontaneo di asciugare una lacrima. Una rigidità esteriore che probabilmente mascherava una tempesta di rimpianti trasformati col tempo in rimorsi verso un figlio così diverso da come l’avrebbe voluto ma così determinato ad andarsene in agghiacciante solitudine rovinando sulle sponde sassose del fiume Stura di Demonte per non continuare una vita che non sentiva sua e che non era più disposto a barattare con l’ipocrisia delle apparenze.

Alla fine del viaggio pubblico nell’animo privato di Edoardo, l’Avvocato si era alzato e sul suo volto non leggevo la sofferenza di avere assistito al testamento morale e all’accusa personale di suo figlio verso un mondo soprattutto familiare che non si era sforzato di capirlo e accettarlo.

Adesso padre e figlio riposano l’uno di fronte all’altro nella monumentale cappella di famiglia del cimitero di Villar Perosa.

 

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Il Dialogo del cuore:
Roberto Benigni

Chi ha avuto fortuna nella vita si ricorda di coloro (e sono tanti) che stanno peggio? I cosiddetti big sono grandi anche in beneficenza? Le stelle brillano in solidarietà? Le risposte in questo viaggio alla scoperta del senso della prossimità dei personaggi famosi guidato dal giornalista-scrittore Claudio Pollastri

D’oro non ha solo il Leone alla Carriera che stringe orgoglioso tra le mani. Ha il cuore. Magari velato per pudore dalla risata dissacrante di eterno giullare. Roberto Benigni ha voluto dedicare la prestigiosa statuetta ricevuta alla 78^ Edizione della Mostra del cinema di Venezia alla moglie Nicoletta Braschi “questo premio è tuo. Io mi prendo la coda, le ali sono le tue”. E poi, senza spegnere il sorriso rubato a Pinocchio, ha aggiunto un romantico crono-complimento conosco solo una maniera di misurare il tempo, con o senza di te”.

Roberto Benigni ha dedicato alla moglie Nicoletta Braschi il Leone d’Oro alla Carriera “questo premio è tuo. Io mi prendo la coda, le ali sono le tue…”.

Binomio indissolubile nel privato e sul set conclamato in mondovisione durante la premiazione del doppio Oscar del 1999 per LA VITA E’ BELLA mia moglie non è solo la mia musa, ma è una grandissima attrice, per questo la scelgo. Un grazie planetario per avergli ispirato il film che più di ogni altro conferma la profonda sensibilità verso la sofferenza dei bambini.

Un’intensa partecipazione emotiva che si concretizza nel volontariato silenzioso verso alcuni ospedali pediatrici come l’istituto Meyer di Firenze “la vera beneficenza è silenziosa” o Villa Ognisanti dove da vero comico aveva salito gattoni la scalinata per strappare un tenue sorriso ai baby-pazienti “sono venuto per una visita”.

Visita simbolica ma con la donazione concreta di un manoscritto originale per contribuire all’asta benefica Batti un colpo se ci sei a favore della clinica pediatrica De Marchi di Milano organizzata dalla onlus Amici del bambino malato che sostiene l’attività pediatrica di diagnosi e cura in Italia e nei Paesi in via di sviluppo “il dolore dei bambini non ha confini”.

Un “ex ragazzo ancora ragazzo” capace di dare una scossa all’ipocrisia dei benpensanti pescando il senso della prossimità dalle proprie radici popolane “ringrazio di essere nato povero così capisco meglio chi soffre”. Lo capisce. E lo aiuta. Partecipando ad esempio alla mostra organizzata a Palazzo Piepoli di Bologna a favore dell’IRST, un istituto di ricerca sui tumori di Meldola, vicino a Forlì.

La beneficenza non conosce né orari né location. Anche partecipare a una cena può alimentare una causa umanitaria. Come a Torino, organizzata dalla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro ONLUS “piatto forte? L’altruismo”.

 

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Quella Notte di Capodanno che volevo fare a pugni per difendere Fratel Ettore

La Notte di Capodanno, in qualsiasi posto mi trovi, penso a trent’anni fa quando avevo salutato il Nuovo Anno a Casa Betania delle Beatitudini di Seveso accanto a Fratel Ettore (al secolo Ettore Boschini). Accompagnare il “padre dei poveri” nel pellegrinaggio notturno in cerca di anime perse da riportare all’ovile, disperati da consolare, ammalati da aiutare, mi aveva fatto trovare la risposta ai dubbi che avevo sempre avuto su come sono i santi …

 

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Chi ha avuto fortuna nella vita si ricorda di coloro (e sono tanti) che stanno peggio? I cosiddetti big sono grandi anche in beneficenza? Le stelle brillano in solidarietà? Le risposte in questo viaggio alla scoperta del senso della prossimità dei personaggi famosi guidato dal giornalista-scrittore Claudio Pollastri.

 

Il dialogo del cuore: Cecilia Strada

 

Un dolore composto. E doppio. “Soffro per mio padre e per l’Afghanistan”, commenta senza cedere al pianto Cecilia Strada, figlia di Luigi, detto Gino, il medico di Sesto San Giovanni fondatore di Emergency stroncato a 73 anni da problemi di cuore, dopo che per una vita era andato proprio dove lo portava il cuore, al di là delle leggi disumane oltre le barriere ideologiche “l’Afghanistan era una sua seconda patria, vi aveva fondato tre ospedali e mi dicono che sentono la sua mancanza”. E poi aggiunge col tono determinato di autentico marchio-Gino-Strada “non si fermano le guerre con altre guerre, mi ripeteva. I fatti di oggi gli danno drammaticamente ragione. Ma adesso basta lacrime, mi avrebbe spronato, bisogna ricominciare a costruire, salvare vite umane”.

La storia di Cecilia è legata a doppio filo (chirurgico) a Emergency “una specie di fratello minore”. Qualche anno fa ha sentito la necessità di staccarsi “seguendo sempre l’insegnamento umanitario”. Pronta a tendere una mano a chi chiede aiuto, Cecilia era su una nave (Resq People ndr) che aveva salvato centinaia di migranti quando le era giunta la notizia della morte del padre “sentivo di essere nel posto giusto dove lui mi avrebbe voluto vedere”.

S’affaccia un velo di tristezza nello sguardo rubato a Gino se accenna alle testimonianze di stima “se stava in ospedale erano tutti dalla sua parte. Ma se raccontava quello che vedeva nelle terre devastate dalle guerre diventava scomodo. Da emarginare”.

La voglia di tenerezza di una figlia devota affiora quando lo ricorda come viaggiatore instancabile e papà premuroso “al ritorno dalle missioni all’estero aveva la valigia piena di regali. Ma poi era irrequieto. Voleva ripartire. Subito”. Come lei, Cecilia. Che è pronta a ripartire per la sua nuova strada. “STRADA LUIGI… magari gli dedicassero una via!”. Lo dice col sorriso. Ma soprattutto col cuore.

Gino Strada, stroncato a 73 anni da problemi di cuore, dopo che per una vita era andato proprio dove lo portava il cuore

Gino Strada con la figlia Cecilia

Cecilia Strada era sulla nave Resq People che ha salvato centinaia di migranti quando le è giunta la notizia della morte del padre.

 

 

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Happy Birthday (ma anche Buon Compleanno) a Madonna, nome d’arte di Louise Veronica Ciccone che festeggia 63 anni. Di origini italiane (il padre, Silvio, era abruzzese di Pacentro) è nata a Bay City, Michigan, il 16 agosto 1958. Semisconosciuta, ha debuttato in Italia il 20 ottobre 1983 registrando in playback “Holiday” nella discoteca BIGGEST di Samassi, Cagliari, per lo show di Raiuno DISCORING.

 

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L’uomo più veloce del mondo

Chi ha avuto fortuna nella vita si ricorda di coloro (e sono tanti) che stanno peggio? I cosiddetti big sono grandi anche in beneficenza? Le stelle brillano in solidarietà? Le risposte in questo viaggio alla scoperta del senso della prossimità dei personaggi famosi guidato dal giornalista-scrittore Claudio Pollastri

L’uomo più veloce del mondo (anche nella staffetta 4×100) desiderava solo volare dai suoi tre figli, Jeremy, Anthony ma soprattutto Megan l’ultima arrivata che gli ha dato la carica per arrivare primo alle olimpiadi di Tokyo “le ho dedicato questa impresa”.

Marcell Jacobs bacia la medaglia dei 100 metri, primo oro italiano in questa specialità

Già, perché quella di Marcell Jacobs è un’impresa mai riuscita a un italiano: salire sul podio più alto dei 100 metri piani che in realtà sono stati pieni di ostacoli. Affrontati con la determinazione di farcela e la capacita di cambiare specialità quando intuiva che la sua medaglia poteva essere altrove. Magari in una corsia olimpica dove conquistare l’oro. Che merita anche nella gara dell’altruismo, del donarsi agli altri. Non con cimeli. Ma con l’esempio. Infatti Marcell arriva di corsa in tutti i posti dove lo chiamano, oratori, scuole, campi sportivi, associazioni di volontariato per dimostrare che la sua grandezza è soprattutto dentro e dare ai ragazzi la possibilità di sfidarlo e magari batterlo “leggo nei loro occhi una gioia che non ho mai provato alla loro età”.

I 4 medaglia d’oro della staffetta 4×100: Lorenzo Patta, Marcell Jacobs, Eseosa Desalu, Filippo Tortu

Storie di tutti i giorni, a un amen dalle favole a lieto fine, che hanno conquistato UNICEF Brescia tanto da indicarlo come esempio per i ragazzi “una specie di padre sportivo”. Bella soddisfazione per uno che il padre non l’ha quasi conosciuto “avevo un mese quando mi ha lasciato per partire per una missione”. A Tokyo è tornato, almeno al telefono “non me l’aspettavo”, mi ha confidato il Figlio del Vento con un velo di commozione nello sguardo di chi ha sempre affrontato la vita a muso duro. Di tenero c’era il sorriso di mamma Viviana che l’ha cresciuto da sola “senza di lei non sarei qui”.

Una dedica che arriva direttamente dall’anima dove germogliano sentimenti che forse odorano d’antico ma che meritano il podio più alto dei valori umani. Dove Marcell è il numero uno. Un vero campione. Planetario.

 

 

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Mi sentivo persa per le vie di Roma quando ho incontrato Dio. Da quel giorno la mia vita è cambiata. Era come se fossi ritornata dal mondo delle tenebre e avessi rivisto la luce, quella che ti sa riempire la vita e dà un significato speciale a ogni giorno della tua esistenza”.

Inizia così il cammino di conversione di Claudia Koll, attrice lanciata da Tinto Brass, prima dell’incontro con la fede.

Era un periodo in cui mi alzavo la mattina e non avevo voglia di niente, la mia vita era vuota e cercavo un pretesto per andare avanti”. Una spinta per guardare a un futuro di speranza che non arriva nemmeno dalla carriera che stava toccando il vertice della popolarità. “la mia attività artistica aveva avuto un’impennata notevole, popolarità e soldi mi accompagnavano, tutti mi cercavano specialmente dopo il Festival di Sanremo accanto a Pippo Baudo. E poi fiction Rai con Nino Manfredi e film impegnati. Mi sentivo realizzata”.

Recitare era il suo sogno di bambina e per realizzarlo, contro il parere dei genitori, aveva cambiato cognome avventurandosi in un ambiente dove è facile lasciarsi affascinare dalle illusioni e dove pochi riescono a sfondare “dopo la solita gavetta che tutte le ragazze devono fare per entrare nel mondo del cinema, ecco l’occasione che ti toglie dall’anonimato per lanciarti nello star-system. Interviste sui giornali, servizi fotografici, trasmissioni televisive. Il gioco mi piaceva, in fondo era quello che avevo sempre sognato”.

Il successo artistico però non va di pari passo con la vita privata “mi ubriacavo di premi, applausi, interviste, ingaggi prestigiosi, tournée fortunate per riempire un vuoto interiore che si andava sempre più dilatando come una voragine e cercavo di capire perché. L’etichetta di attrice sexy legata a quel film era ormai ampiamente superata e non mi pesava parlarne, anzi avevo conquistato così tanti consensi di critica e di pubblico che potevo permettermi di riderci su. Eppure non mi sentivo mai a posto, non dico felice, ma nemmeno appagata o serena. Neanche l’amore delle persone che incontravo riusciva a rendermi felice, a distogliermi da un’ossessione che col tempo diventava angosciante”.

Un bisogno intimo di consigli per cambiare il corso stanco della propria vita ma non sa dove trovarli “passavo davanti alle chiese e, mentre prima quasi non ci facevo caso e tiravo avanti per la mia strada, sentivo una specie di richiamo, la necessità di entrare ma non volevo piegarmi a quella sensazione per me molto strana. La carriera procedeva con un successo sempre più crescente com’era crescente il vuoto dentro da non poterne più. Sentivo che avevo bisogno di un segno forte che scuotesse la mia vita, di un incontro che mi cambiasse l’esistenza”.

Era così lontana dalla fede da credere che l’incontro sarebbe stato esclusivamente umano “un uomo, un amore travolgente, una persona che sapesse riempirmi i giorni e le notti. Perché era la notte il momento più drammatico, quando rientravo a casa e cominciavano i bilanci di quello che avevo fatto durante la giornata e in che modo mi ero arricchita spiritualmente e umanamente”.

La conclusione era sempre la stessa: deprimente e desolante, piena di noia e disperazione “riuscivo a mascherare il vuoto che avevo dentro e l’angoscia di non sapere come riempirlo con grandi sorrisi, duro lavoro e impegno estenuante nella professione per colmare con gli applausi un vuoto dentro che mi raggelava il cuore”.

Il limite di guardia lo raggiunge quando si accorge di non riuscire a mascherare la noia dell’ambiente che la circonda e il senso di vuoto pneumatico delle feste a cui partecipa o gli incontri con le persone del suo ambiente che pure le piace “sentivo che stavo precipitando sempre di più in un buio assoluto dove mi sentivo sola e persa e dove nessuno riusciva o forse poteva tendermi una mano per salvarmi o per tirarmi fuori. Sentivo di non farcela da sola, di precipitare sempre di più verso un baratro che vedevo avvicinarsi in modo inarrestabile. Una notte credetti che il fondo fosse lì, a due passi, e mi stavo incamminando per raggiungerlo quando si era accesa la luce che mi indicava il cammino”.

Quella luce era Dio e attraverso la fede la spingeva verso la risalita, che non è stata facile “iniziare un percorso di fede provenendo da un mondo dove si vive di apparenze e tutto dev’essere superficiale e bruciato in pochi secondi comportava degli sforzi enormi che non credevo di riuscire a superare. Ero scettica perché non contavo sulla forza della fede, non potevo immaginare la carica che riesce a dare la fiducia in Dio, la forza propulsiva della preghiera che sa abbattere ogni timore e ogni ostacolo”.

L’incontro con Dio nello smarrimento del peccato è avvenuto con la forza devastante dell’innamoramento totalizzante che aveva messo per sfondare nel cinema “il mio non è un carattere di mezze misure, quando scelgo una strada la percorro con la determinazione compulsiva di chi deve arrivare al traguardo subito e in modo completo. Così è avvenuto con la fede, un incontro basato sull’amore coinvolgente che non ammette altre distrazioni, ti prende tutto per sé e ti costringe a scelte drastiche: o fuori o dentro. E io non ho potuto che dire di sì a una chiamata così forte, appagante, esclusiva”.

Si avvicina alla Chiesa, ai sacramenti, cambia completamente stile di vita, non rinunciando però al suo lavoro che le è sempre piaciuto svolto con altri parametri e con altre scelte di ruoli “ma sentivo che non era sufficiente, Dio voleva molto di più da me perché la forza con la quale mi aveva teso la amano verso il baratro non doveva restare soltanto dentro me e non poteva servire soltanto a salvare la mia anima. Dio mi chiedeva di testimoniare la mia gioia, coinvolgere più gente possibile nel mio percorso di fede, raccontare al mondo come si vive bene vicino a Dio e come non ha senso stargli lontano perché ogni successo umano non ha senso se non c’è la sua presenza”.

Capiva che dentro di sé stava maturando uno spirito missionario particolare, una scelta di proselitismo fatto di ribalta e di spettacoli per testimoniare anche tra gli attori come può cambiare l’incontro fatale della tua vita. Ha continuato a recitare scegliendo copioni che servissero a raccontare la presenza di Dio, intervenendo a convegni e incontri dove la sua partecipazione ha un significato apostolico “so benissimo che la gente viene agli incontri soprattutto per verificare come si è trasformata un’attrice senza censure in una donna serena e appagata nell’amore di Dio. Ma non importa perché quello che conta è che siano lì ad ascoltarmi. In quei momenti mi sento sicura perché so che Dio mi aiuta a trovare le parole giuste per arrivare al cuore della gente, la calma che trasmette a tutti serenità”.

Riesce anche a rispondere con serenità a certe domande – per la verità sempre meno – che le vengono rivolte sul suo passato “mi servono anzi per confermare che quando Dio ti vuole al suo fianco per diventare suo strumento di apostolato, ti dà la forza per continuare la missione di evangelizzazione che si manifesta in varie iniziative come il volontariato nei Paesi africani o la fondazione di un centro artistico finalizzato alla formazione di giovani di talento che abbiano il senso etico e morale nello svolgere una professione importante come quella di comunicare”.

Ancora più importante è trovare il modo di comunicare con Dio, di raccontargli con la preghiera della sera tutto quello che è successo nella giornata ed è stato fatto nel suo nome “lo ringrazio per il dono della fede e mi vengono i brividi ogni volta che penso a com’ero cieca nel voler cercare la felicità nelle cose terrene. Vedevo nel successo professionale l’unico motivo di appagamento interiore mentre l’unica gioia arriva dell’aiuto verso chi soffre, testimoniare la parola di Dio in un mondo sempre più materialista che ha smarrito la luce della verità”.

Una testimonianza personale che arriva direttamente dal passato proiettato in un futuro di speranza “camminavo al buio sul ciglio di un precipizio e non mi rendevo conto di quanto fosse inutile ostinarsi a cercare nelle cose terrene e nell’amore delle persone la soluzione della propria infelicità. La mia preghiera di ringraziamento a Dio si conclude sempre con la speranza che allunghi, come ha fatto con me, la sua mano verso coloro che non sanno come trovare la via della felicità e si perdono per le strade sbagliate del mondo. Io, nella mia umile persona, cerco di indicare a chi me lo chiede la via della preghiera per essere aiutati da Dio a tornare sulla via della salvezza”.

 

 

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IL DIALOGO DEL CUORE: Roberto Mancini

Chi ha avuto fortuna nella vita si ricorda di coloro (e sono tanti) che stanno peggio? I cosiddetti big sono grandi anche in beneficenza? Le stelle brillano in solidarietà? Le risposte in questo viaggio alla scoperta del senso della prossimità dei personaggi famosi guidato dal giornalista-scrittore Claudio Pollastri.

Un campione d’umanità che dopo la conquista della Coppa agli Europei di calcio allo Wembley Stadium di Londra ha commentato con un velo di lacrime “dedico questa vittoria storica ai bambini che soffrono di tutto il mondo”. Sempre misurato durante i nostri incontri, sa essere riservato anche nei gesti di beneficenza. Come donare all’Ospedale Gaslini di Genova gli introiti del libro scritto con Gianluca Vialli La Bella Stagione o trasformare una serata di gala in aiuti per i bambini brasiliani o una cena ad Amatrice in solidarietà verso i terremotati. Che non ha mai dimenticato. Come non scorda di essere stato fortunato e un po’ di fortuna vuole regalarla ai bimbi dimenticati mettendo all’asta i suoi cimeli più significativi come la sciarpa della Sampdoria indossata a Wembley il 20 maggio 1992, la maglia del suo debutto, il 9 maggio 1982 in Bologna-Inter e quella della Nazionale del 1991.

Goodwill Ambassador UNICEF, ha spiegato che “per guidare una squadra ci vuole passione, per salvare la vita di un bambino ci vuole cuore”. E col cuore ha aderito alle campagne Vogliamo Zero contro la mortalità infantile, 100% Vacciniamoli Tutti, Aleppo Day sul dramma dei bambini siriani fuggiti dalla guerra. Dramma accomunato a quello dei minori stranieri non accompagnati che “il Mancio” denuncia come testimonial della campagna della Panini, quella delle figurine. Dove c’è anche la sua. Di campione. D’altruismo.

 

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IL DIALOGO DEL CUORE: Federica Pellegrini

Chi ha avuto fortuna nella vita si ricorda di coloro (e sono tanti) che stanno peggio? I cosiddetti big sono grandi anche in beneficenza? Le stelle brillano in solidarietà? Le risposte in questo viaggio alla scoperta del senso della prossimità dei personaggi famosi guidato dal giornalista-scrittore Claudio Pollastri

La Divina. Per i primati nel nuoto e le partecipazioni televisive. Ma la vera specialità di Federica Pellegrini è la beneficenza. Che fa in silenzio contrariamente al suo stile esuberante e comunicativo. Nulla di strano. Perché in lei galleggiano alcune contraddizioni come la paura di nuotare in mare nonostante abbia partecipato, unica donna al mondo, a cinque finali olimpiche nei 200 metri stile libero. Anche nell’ultima gara dove è uscita dall’agonismo per entrare nella leggenda ha salutato con la mano aperta com’è aperto il suo cuore regalando all’allenatore-fidanzato Matteo Giunta il merito di essere arrivata fin lì.

Per i fan è semplicemente Fede. E di di fede ne ha sempre avuta verso il prossimo tanto da organizzare un‘asta online con 59 cimeli sportivi a favore dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo “non è stato facile privarmi di pezzi importanti della mia carriera, pezzi del mio cuore”. Un altro pezzo di storia olimpica l’ha donato alla Fondazione Provinciale della Comunità Comasca per aiutare gli anziani durante la pandemia.

La beneficenza non è solo cimeli. E’ anche immagine. Presenza. Fede è scesa in vasca per sostenere Croce Rossa Italiana e Segretariato Sociale della Rai negli aiuti alla Sardegna colpita dall’alluvione ed è stata testimonial della campagna Mare Pulito. Sensibile al dramma dei femminicidi e del doping ha aderito ai progetti Ferma il Bastardo e I am doping free. Abbinando la passione per le foto e il set al profondo senso di altruismo ha partecipato a un cortometraggio Telethon per la lotta alla SM e ha posato per il calendario Aipi Masks 2014 e Masks 2016 per l’Associazione Ipertensione Polmonare Italiana Onlus.

Lo sguardo le si vela di lacrime quando parla dei bambini che soffrono. Per aiutarli collabora con la Casa di Nazareth dell’Associazione volontari del Fanciullo e con ADMO per donare il midollo osseo “il sorriso di un bimbo guarito brilla più di qualsiasi medaglia”. Lei lo sa bene. Di medaglie se ne intende. Soprattutto di volontariato.

 

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Augurissimi di cuore a Luigia, detta Gina, Lollobrigida che spegne 93 candeline. La “donna più bella del mondo” è nata a Subiaco il 4 luglio 1927. Conosciuta universalmente come “la Lollo”, è diventa popolare come “la Bersagliera” accanto a Vittorio De Sica. E’ stata la Fata Turchina del PINOCCHIO televisivo di Comencini. Ha recitato con tutti i più grandi attori internazionali come Hudson, Lancater, Delon, Curtis. Diventata fotografa ha immortalato divi hollywoodiani come Paul Newman. Non ha mai accantonato l’arte di dipingere per la quale aveva studiato. “A ogni compleanno – mi ha confidato – parlo di progetti non di bilanci!…”.

 

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Durante la serata del 3 Dicembre 2018 presso il nostro Centro Diurno Stellapolare (Via Montecassino 8, Monza) abbiamo avuto il piacere di intervistare il Dott. Claudio Pollastri, giornalista Rai, famoso per le sue interviste trasversali a diverse personalità di una certa importanza come Madre Teresa di Calcutta, Obama, Papa Francesco e molti altri appartenenti al mondo dello spettacolo, sport, politica, ecc…

Ascoltate l’intervista completa

 

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Happy Birthday a Bob Dylan, nome d’arte di Robert Allen Zimmerman, che festeggia 80 anni. E’ nato a Duluth, Minnesota, Usa, il 24 maggio 1941. Il 13 ottobre 2016 gli è stato assegnato il Premio Nobel per la Letteratura ritirato a suo nome dall’amica Patti Smith nella cerimonia ufficiale del 10 dicembre a Stoccolma. Dylan ritira il Premio in una cerimonia privata e blindatissima nell’aprile del 2017.

 

 

Buon Compleanno ad Al Bano, nome d’arte di Albano Carrisi, che festeggia 78 anni. E’ nato a Cellino San Marco, Brindisi, il 20 maggio 1943. “Gli

auguri che mi commuovono di più sono quelli di Pippo Baudo che mi ha lanciato…”, mi ha detto.

 

 

Happy Birthday a Cher, nome d’arte di Cherilyn Sarkisian LaPierre, che festeggia 75 anni. E’ nata a El Centro, California, Usa, il 20 maggio 1946. “Mi sento un po’ italiana perché sono stata sposata con Salvatore, detto Sonny, Bono…”, mi aveva spiegato il 4 novembre 1999 al Mediolanum Forum di Milano.

 

 

Auguri

“fichissimi” per un Compleanno “eccezzziunale veramenteeee” a Diego Abatantuono che festeggia 66 anni. E’ nato a Milano il 20 maggio 1955. Un augurio speciale al “terrunciello milanese i cento pe cento” da Stefania Sandrelli.

 

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Ci ha lasciato Franco Battiato. Aveva 76 anni. Era nato a Ionia, Catania, il 23 marzo 1945. Le condoglianze del Dalai Lama attraverso il suo portavoce in Italia, Chodup Lama.

 

 

 

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Happy Birthday a George Timothy Clooney che festeggia 60 anni. E’ nato a Lexington, Kentucky, Usa, il 6 maggio 1961. “Mi sento quasi italiano anche se non parlo la vostra-nostra lingua…”, mi ha spiegato a Venezia il 31 agosto 2017 dov’era ospite della 74^ Edizione della Mostra del Cinema.

 

 

 

 

 

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Happy Birthday ad Anthony Charles Lynton, detto Tony, Blair che festeggia 68 anni. E’ nato a Edimburgo, Regno Unito, il 6 maggio 1953. E’ stato Primo Ministro del Regno Unito dal 2 maggio 1997 al 27 giugno 2007.

 

 

 

 

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Happy Birthday

a David Robert Joseph Beckham che festeggia 46 anni. E’ nato a Londra il 2 maggio 1975. Fuoriclasse del Manchester United e del Real Madrid, ha sposato nel 1999 Victoria Adams, ex Spiece Girl, dalla quale ha avuto 4 figli. “Mi piacerebbe moltissimo giocare nel Milan…”, mi aveva confidato il 17 giugno 2006 ospite di Giorgio Armani. Aveva indossato la maglia rossonera nel 2009 e nel 2010.

 

 

 

 

 

 

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Buon Compleanno a Giovanni, detto Nino,

Benvenuti che festeggia 83 anni. E’ nato a Isola d’Istria il 26 aprile 1938. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, è stato Campione del mondo WBC nel 1965-66 e 1967-70. Smesso il pugilato ha fatto il giornalista e interpretato 3 film. Nel 1996 è stato volontario a Calcutta da Madre Teresa.

 

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Buon Compleanno alla Principessa Bianca Irene, Olga, Elena, isabella, Fiorenza, Maria D’Aosta Savoia che festeggia 55 anni. La figlia di Amedeo d’Aosta e Claudia d’Orleans è nata a Firenze il 2 aprile 1966. L’11 settembre 1988 ha sposato il conte Gilberto Arrivabene Valenti Gonzaga dal quale ha avuto 5 figli.

 

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Buon Compleanno
a Elena Sofia Ricci, nome d’arte di Elena Sofia Barucchieri che festeggia 59 anni. E’ nata a Firenze il 29 marzo 1962. Un augurio particolare a Suor Angela da Stefania Sandrelli con la quale ha girato nel 2011 il film TUTTA COLPA DELLA MUSICA e dal 1996 al 1997 la fiction di Canale 5 CARO MAESTRO.

 

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Happy Birthday
a Lady Gaga, nome d’arte di Stefani Joanne Angelina Germanotta che festeggia 35 anni. Di origini italiane è nata a New York il 28 marzo 1986. E’ molto amica di Donatella Versace. Ha cantato l’Inno Nazionale in diretta tv nella cerimonia d’insediamento del 46° Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden il 20 gennaio 2021. “Mi sento molto legata alle mie radici italiane…”, mi aveva spiegato il 4 novembre 2014 al Mediolanum Forum di Assago, Milano.

 

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Augurissimi di cuore 25 MARZO
a Mina, nome d’arte di Anna Maria Mazzini, che festeggia 81 anni. E’ nata a Busto Arsizio, Varese, il 25 marzo 1940. Il 28 agosto 1978 ha tenuto il suo ultimo concerto dal vivo alla Bussola di Viareggio. Il 10 gennaio 2006 ha sposato il cardiochirurgo Eugenio Quaini.

 

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IL FESTIVAL DI SANREMO …

Questa sera prenderà il via la 71.ma edizione del Festival di Sanremo che, pur in modalità del tutto particolare, non mancherà di assolvere alla sua funzione di  condizionamento sociale, creando nuove mode e nuovi comportamenti, ma non solo…
“La storia del Festival di San Remo non è scritta soltanto dalla grande evasione di tv, Sorrisi e Canzoni. E tanto meno da quello che, davanti agli occhi di tutti, accade sul palcoscenico. Esiste infatti una storia segreta che attraversa tutto il dopoguerra italiano e le cui premesse nascono da una sorta di Progetto Sanremo ideato alla fine dell’Ottocento: un paradiso terrestre dove il gioco d’azzardo è il termine medio tra spionaggio internazionale e …”
Approfondimenti su questo argomento nel testo “IL LIBRO NERO DEL FESTIVAL DI SANREMO” che ci hanno presentato i due autori Romano Lupi e Riccardo Mandelli

 

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LIETI CALICI: UN VIAGGIO NELLA MUSICA DAL LAMBRUSCO ALLO CHAMPAGNE

DANIELE RUBBOLI

Giornalista professionista e musicologo modenese, membro dell’Accademia italiana della cucina, affronta l’argomento del connubio musica vino, assunto come testimonial. Lo scorrere del vino e la musica sono da sempre presenti nella storia, popolare e non, trovando rappresentazione nel teatro lirico, nel melodramma ma anche nella musica leggera come nelle canzoni d’autore. Ovunque c’è musica le persone non solo ballano, ma sognano e … brindano!

In una parrocchia è stato ritrovato un inno al vino che così si esprime:

“Già si dice nel Vangelo che chi non beve non va i cielo, come disse il Padre Eterno chi non beve va all’inferno, lassù in ciel Gesù Bambino beve sempre e solo vino ed il vecchio Abramo gran patriarca con il vino andava in barca, San Giuseppe il putativo se beveva era giulivo e Giovanni il Battista era sempre il primo in lista, e quell’altro San Giovanni lo bevette per cent’anni; San Gregorio detto il Magno con il vin faceva il bagno e nel vino San Tommaso ci metteva pure il naso, l’immortale Celestino sol beveva il Grignolino e da piccolo San Lucio lo succhiava con il ciuccio, Sant’Ambrogio di Milano predicò col fiasco in mano e con un sol bicchier di vino convertì Sant’Agostino, Sant’Antonio del porcello lo beveva dal mastello, San Giacomo il maggiore lo beveva a tutte le ore, e a quell’altro Giacomino piaceva tanto tanto il vino; Anna e le suore di clausura avean il fiasco alla cintura, mentre le cottolenghine se la fan con le cantine… ma anche noi un quartiletto lo beviam al divin banchetto perché inebria tutti quanti e ci fa diventar santi ed in cielo tra i beati noi berremo vino chianti andando a spasso in compagnia con Gesù e con Maria”.

Il libro “LIETI CALICI” è una documentata esposizione storica di quanto unisce il grande piacere della musica a quello altrettanto piacevole della musica. Si dice che il vino ben fatto sia una “poesia” ma si potrà scoprire come in realtà abbia influenzato intere generazioni di musicisti di ogni dove ed appartenenti ai più svariati generi.

 

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Giulio Andreotti

Serena e Stefano, due dei quattro figli (gli altri sono Marilena e Lamberto) di Giulio Andreotti hanno presentato in questa incontro l’ultimo libro dell’ex senatore “Il buono cattivo” pubblicato postumo in occasione del centenario dalla nascita. Il libro – come ricorda Serena – è stato da lei ritrovato mentre stava sistemando le carte del famoso e documentatissimo archivio del padre. Tra i documenti aveva trovato gli appunti scritti nel 1973 e che facevano parte di un libro impostato sullo stile narrativo, non saggistico e nemmeno politico, ma che tuttavia contiene i commenti su persone e fatti di quel periodo, trattati con l’abituale arguzia e ironia che lo avevano caratterizzato nella vita pubblica.
L’incontro con i due figli di Andreotti è stata l’occasione per scoprire alcuni particolari inediti della vita privata dell’uomo politico più temuto, celebrato, controverso del secolo scorso, alcuni aspetti conosciuti da tutti come la fede che lo portava ad andare a Messa tutte le mattine e l’altra incrollabile fede, quella calcistica per la Roma. Meno nota la passione per le corse dei cavalli sui quali scommetteva regolarmente e per il cinema americano in particolare, quand’era studente, per l’attrice Carol Lombard perché “gli uomini, anche politici, preferiscono le bionde”. Un occasione da parte del pubblico per farsi raccontare dai due figli anche i retroscena familiari dei drammi che hanno segnato la vita italiana e quella di Andreotti in particolare come l’assassinio di Aldo Moro.

 

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SCOPRIAMO ADRIANO CELENTANO

BRUNO PERINI, giornalista economista e giudiziario, interviene come ospite in  occasione degli 80 anni di Celentano quale nipote intellettuale, figlio della sorella Maria, e presenta il suo libro “Memorie di zio Adriano” di cui ne racconta la vita dopo averla vissuta di persona. Non la solita biografia centrata solo sul personaggio, ma svolta in parallelo con il contesto socio politico, come per esempio il riferimento iniziale al 1938 con emissione delle leggi razziali in coincidenza con l’anno della sua nascita. Gli episodi sono notizie inedite con episodi sconosciuti, tratti alcuni dal racconto diretto della madre ed altri dallo stesso Adriano, visto come artista ma anche come zio giocherellone. Emerge la figura di una generosità totale e senza interessi nei confronti della famiglia, con un grande senso dell’amicizia, anche se talvolta non ricambiata e anzi proprio tradita utilizzando il suo nome e la sua carriera per interessi personali. Caratteristica delle sue apparizioni in televisione nei vari spettacoli è sempre stata la regola di una massima libertà di espressione e assenza di un copione prestabilito autorizzato. La sua storia, raccontata così da vicino, diventa così la nostra storia e l’ eccezionale grandiosità di questo mostro sacro della musica italiana assume un gusto piacevolmente familiare, così come con la stessa familiarità lo abbiamo conosciuto meglio grazie alla descrizione in diretta di questo amato, anche se talvolta contestato, nipote.

 

Le rubriche di Christian Alberto Polli

1861, s’è fatta l’Italia,
ma non ancora Brugherio:
da frazioni a unico paese

Come già ricordato nello scorso articolo, gli austriaci furono scacciati dalla Lombardia nel 1859 dalla coalizione franco-piemontese di Napoleone III. La regione era finalmente libera ed entrava a far parte del regno sardo-piemontese e, il 17 marzo 1861, del neonato Regno d’Italia. Se lo Stato nazionale era finalmente nato, questo non lo si poteva dire per Brugherio, sempre diviso tra i suoi Comuni agricoli, Monza, la Martesana e la Brianza. Cambiato definitivamente il regime, i possidenti terrieri e il parroco don Gian Andrea Nova indirizzarono una missiva al governo sabaudo per poter formare un unico Comune sotto il nome di “Brugherio”. Il parroco e i vari possidenti terrieri di estrazione meneghina, a capo dei quali vi era Giovanni Noseda, industriale e sindaco di Cassina Baraggia, strinsero una sorta di alleanza fra di loro per poter unificare le varie realtà amministrative: non ci sarebbero stati intoppi come nel 1719 ad opera dei Dubini di Monza, né freni all’unità come un secolo dopo ad opera degli austriaci. Questa volta l’energico parroco, che fu pastore della parrocchia di San Bartolomeo dal 1838 fino alla morte avvenuta nel 1878, trovò in Noseda, in Alessandro SormaniAndreani, in Paolo e Michele Veladini e in Carlo Ghirlanda-Silva dei validi alleati per promuovere l’unità, oltreché religiosa, anche politica del territorio. Se i Comuni di Moncucco, guidato dal conte Alessandro Sormani-Andreani, e Cassina Baraggia erano d’accordo sull’iniziativa unionista, restava però il problema di San Damiano. Quel Comune, infatti, nutriva vincoli più campanilistici rispetto agli altri e buona parte della popolazione (dove per popolazione si intende chi poteva votare, ossia una ristrettissima cerchia di persone arroccata sui suoi diritti censitari) preferiva passare sotto Monza (basti ricordare la separazione dalla nuova parrocchia di San Bartolomeo nel 1582 per tornare sotto quella del Duomo).
Ci vollero intensi mesi di “campagna elettorale” per convincere i sandamianesi ad entrare a far parte della nuova realtà amministrativa. Il 1865 fu l’ultimo anno di San Damiano come Comune autonomo e ultimo sindaco fu Giuseppe Pasta: i sandamianesi accettarono alla fine la via “unionista” nel nuovo Comune. Si giunse infine al decreto che istituiva la nuova realtà amministrativa: il 9 dicembre 1866 il ministro guardasigilli Bettino Ricasoli e il re Vittorio Emanuele II decretarono, dalla capitale d’Italia Firenze, la nascita del Comune di ‘’Brugherio ed Uniti’’, che comprendeva la parte di Brugherio sotto Monza, il Comune di Baraggia (con le rispettive cascine Pareana e Sant’Ambrogio), quello di Moncucco (con la Pobbia e le cascine Torazza, Casecca, Moia, San Cristoforo e Occhiate) e quello di San Damiano. Il “risorgimento brugherese” era finalmente terminato: diviso per secoli e secoli, il nostro territorio poteva finalmente trovare un’espressione politica e geografica oltreché religiosa, sancendo un nuovo cambiamento di rotta nella storia della nostra comunità civile.

 

 

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Gli austriaci mai amati e le prime idee liberali
con gli arresti di Veladini e del fratello del parroco

Gli austriaci non furono mai amati dalla classe borghese e da quella aristocratica: la pesante censura intellettuale, i posti di comando affidati esclusivamente agli uomini di Vienna e le alte tasse rendevano il Regno Lombardo-Veneto un vero e proprio stato fantoccio. Questo stato di cose peggiorò notevolmente nel corso degli anni ’30 e ’40 del XIX secolo, allorché in Italia si diffusero le prime idee liberali, le associazioni carbonare e, grazie al movimento romantico, l’idea di un’Italia unita e libera dallo straniero. Quest’insofferenza per il governo austriaco si palesò in tutta la sua forza nel 1848 allorché, durante le gloriose cinque giornate di Milano, i milanesi riuscirono ad allontanare dalla città l’esercito guidato dal feldmaresciallo Radetzky, permettendo così di accogliere l’esercito sabaudo di Carlo Alberto. Brugherio ebbe una sua parte nel grande palcoscenico del Risorgimento: nobili quali Gaspare Ghirlanda e Piero Cornaglia parteciparono, insieme ad un buon numero di contadini, alla rivolta scoppiata a Milano, dando prova di grande coraggio. La rivoluzione liberale terminò, come si sa, con la sconfitta di Carlo Alberto e il ritorno degli austriaci. Un ruolo più decisivo, però, i notabili brugheresi lo ebbero in occasione del moto mazziniano del 6 febbraio 1853, allorché un gruppo di patrioti avrebbe dovuto occupare il Castello Sforzesco compiendo un vero colpo di Stato. Tra i cospiratori vi erano due personalità importanti: Giuseppe Nova, fratello del parroco di Brugherio Gian Andrea, e Paolo Veladini, fratello del futuro sindaco Michele. Il moto fallì e ai ribelli fu comminata o la pena di morte o la detenzione in qualche prigione: Gian Andrea Nova, uomo dal forte carattere, supplicò le autorità austriache di risparmiare il fratello. Paolo Veladini, che risiedeva nel capoluogo lombardo per esercitare la sua professione di medico-chirurgo, fu arrestato nella notte tra il 28 e il 29 marzo di quell’anno. L’estratto dell’interrogatorio, conservato nei fondi dell’Archivio di Stato di Milano e presente, sotto forma di copia, anche nel Fondo Meani della Sezione di Storia Locale della Biblioteca Civica, riporta precisamente le parole del Veladini, il quale fu però condannato alla pena capitale in quanto mostrò titubanza nel riportare quanto fece la sera prima dell’attentato. Graziato dall’imperatore Francesco Giuseppe nel 1856, tornò in libertà in seguito alla liberazione della Lombardia ad opera delle truppe franco-piemontesi durante la seconda guerra d’indipendenza (1859). Un’ultima curiosità: nelle fila dell’esercito franco-piemontese v’era arruolato anche il conte milanese Giulio Venino che, nel 1857, aveva osato fischiare all’imperatore austriaco e per questo dovette darsi alla macchia. In seguito divenne uno dei più grandi possidenti terrieri a Brugherio acquisendo, come dote della moglie, la Cascina Guzzina e quella denominata Cavarossa nel territorio di Cologno Monzese.

 

 

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La Restaurazione e il tempietto di Moncucco

Ritornati gli austriaci nel 1815, la Lombardia venne inquadrata nella nuova entità politica del Regno Lombardo-Veneto. Il territorio brugherese, nonostante il ritorno all’ordine e alla legittimità voluto dal Congresso di Vienna, non subì modifiche dal punto di vista sociale ed economico: i grandi proprietari terrieri “laici” nati sotto l’epopea napoleonica mantennero infatti le loro proprietà. Per quanto riguarda l’aspetto invece strettamente amministrativo, la nostra comunità rimase frazionata sempre tra le comunità di Cernusco sul Naviglio (al cui territorio apparteneva la Cascina Increa), quella di Monza e quella di Vimercate. Erano inoltre sorti dei Comuni gestiti dai notabili, quali per esempio quello di Moncucco, quello di Cassina Baraggia e quello di San Damiano. Il fatto più rilevante però per la prima metà del XIX secolo risultò il tentativo, da parte dei proprietari terrieri, di formare un solo Comune unitario a partire da quelli già esistenti, segnando l’inizio del Risorgimento brugherese. Paradossalmente, il tentativo questa volta fu bocciato dal governo austriaco nel 1819, in quanto «dovrebbero essere alterati il compartimento territoriale e le tavole del censo e lo stato di attività e passività di diversi comuni» (Brugherio, storia sociale ed economica, p. 90). A fianco di questi travagli istituzionali, è fondamentale segnalare una delle iniziative che porteranno alla nascita di uno dei simboli della nostra città, ossia la “ricostruzione” di quello che comunemente è chiamato il Tempietto di Moncucco, rivestito di patina neoclassica all’esterno e all’interno arricchito dai suoi preziosi medaglioni. Delineato in modo ineccepibile da Laura Valli e da Calogero Cannella nei suoi sviluppi storici e nell’analisi artistica, in questa sede se ne ricorderanno succintamente le vicende. L’architetto milanese Giocondo Albertolli intervenne immediatamente per salvare la chiesa del convento francescano di Lugano dalla distruzione cercando un “patrono” che permettesse il trasferimento di quella chiesa in territorio lombardo. Il conte Gianmario Andreani accettò di sobbarcarsi le spese, chiedendo all’Albertolli di adattare la chiesa, di ispirazione rinascimentale con influssi bramanteschi e leonardeschi, ad uso privato come cappella gentilizia e di porla sul terreno dove sorgeva precedentemente un oratorio dedicato a San Lucio Papa: da qui il perché si chiama ufficialmente chiesa di San Lucio. Pertanto nel 1816 iniziarono i complessi lavori di “trasporto” del materiale che da Lugano sarebbe giunto via terra fino a Como, poi via lago fino a Lecco e da lì, imboccato prima l’Adda e poi il Naviglio della Martesana, sarebbe approdato finalmente al porto del “Mattalino”, situato al confine tra Milano e Cologno. Da lì il materiale sarebbe giunto fino alla Villa di Moncucco. Gianmario non vide la fine dell’opera di ricostruzione, che sarebbe terminata solo nel 1832.

 
 
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La morte di Dante

 

Sotto: La morte di Dante, di Eugenio Moretti Larese
Cino da Pistoia fu l’ultimo esponente, in ordine cronologico, del dolce stilnovo. Giurista, amico di Dante e poi del giovane Petrarca, Cino compose nel 1321, in occasione della morte di Dante che si ricorda nella notte tra il 13 e il 14 settembre, questa canzone in cui dichiara morta la poesia, l’acme che la lingua volgare toccò con il poeta fiorentino e prega per l’anima di Dante perché possa ricongiungersi con l’amata Beatrice.

“Su per la costa, Amor, dell’alto monte,
Drieto allo stil del nostro ragionare,
Or chi potrìa montare,
Poi che son rotte l’ale d’ogni ingegno?
I’ penso ch’egli è secca quella fonte,
Nella cui acqua si potea specchiare
Ciascun del suo errare,
Se ben volem guardar nel dritto segno.
Ah vero Dio, che a perdonar benegno
Sei a ciascun che col pentir si colca,
Quest’anima, bivolca
Sempre stata e d’amor coltivatrice,
Ricovera nel grembo di Beatrice.
Quale oggi mai degli amorosi dubi
Sarà a’ nostri intelletti secur passo,
Poi che caduto, ahi lasso!,
È ’l ponte ove passava i peregrini?
Ma ’l veggio sotto nubi:
Del suo aspetto si copre ognun basso;
Sì come ’l duro sasso
Si copre d’erba e tal’ora di spini.
Ah dolce lingua che con tuoi latini
Facei contento ciascun che t’udìa,
Quanto dolor si dia
Ciascun che verso Amor la mente ha vôlta.
Poi che fortuna dal mondo t’ha tolta!
Canzone mia, alla nuda Fiorenza
Oggi ma’ di speranza, te n’andrai:
Di’ che ben può trar guai,
Ch’omai ha ben di lungi al becco l’erba.
Ecco: la profezia che ciò sentenza
Or è compiuta, Fiorenza; e tu ’l sai.
Se tu conoscerai
Il tuo gran danno, piangi, che t’acerba:
E quella savia Ravenna, che serba
Il tuo tesoro, allegra se ne goda,
Che è degna per gran loda.
Così volesse Dio, che per vendetta
Fosse deserta l’iniqua tua setta.”

 

 

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Brugherio e la parentesi  franco-napoleonica

Il tranquillo e calmo ambiente arcadico-illuminista fu letteralmente spazzato via con l’arrivo di Napoleone Bonaparte nel 1796 e l’instaurazione della Repubblica Cisalpina, una delle cosiddette “Repubbliche sorelle” di quella rivoluzionaria francese. Scacciati gli austriaci, i francesi provvidero a mettere in atto una radicale riorganizzazione amministrativa del territorio amministrativo da un lato e, dall’altro, ad esportare gli ideali di uguaglianza, fraternità e libertà propri della rivoluzione d’oltralpe. In primo luogo, la creazione dei dipartimenti: l’attuale territorio brugherese fu posto sotto l’egida del Dipartimento dell’Olona, con capitale Monza la quale, quando fu creato il Regno d’Italia (1805-1814), divenne sede di villeggiatura e della mondanità grazie alla presenza del Viceré Eugenio de Beauharnais e della moglie Augusta di Baviera. In secondo luogo, i francesi continuarono in modo più radicale l’opera di Giuseppe II d’Asburgo dell’espropriazione dei beni ecclesiastici disseminati sul territorio.

Per quanto riguarda Brugherio, o meglio “Brugherio di Sant’Ambrogio delle Monache” (con riferimento alle monache di Santa Caterina alla Chiusa di Milano che avevano in gestione la chiesetta e il cascinale), la situazione non fu differente da Milano o da Monza. I beni di queste religiose, che erano tra le maggiori proprietarie fondiarie del nostro territorio, furono espropriati, permettendo così alla nuova classe borghese e alla vecchia aristocrazia di “spartirsi” i beni ecclesiastici e di poter così affermare nuovi poteri locali all’interno della comunità: saranno i “vecchi notabili” del Risorgimento e dell’Italia liberale, come i Veladini, i Sormani-Andreani, gli Ottolini, i Napollion, i Noseda e molti altri. In particolar modo, chi si arricchì di nuovi terreni fu Gianmario Andreani (il fratello dell’esploratore Paolo) il quale annesse ai suoi possedimenti i beni delle cascine Moia, Torazza, Casecca, San Cristoforo, San Bernardo, la Cassinazza e altro ancora.

Per quanto riguarda invece le notizie di “cronaca”, queste sono scarse e frammentate. Si sa che i francesi, nel 1799, saccheggiarono le cascine della zona requisendo i beni di prima necessità ai contadini. Questi ultimi, già gravati dalle tasse, furono costretti a pagare una nuova tassa, quella del “millione Tornese”, andando così a gravare ulteriormente sullo stato di miseria della povera gente. D’altro canto, però, ci furono delle novità nel campo dell’istruzione: come ha raccontato la memoria storica locale, ossia la signora Anna Sangalli Beretta, nel 1809 a Baraggia aprì una scuola con una sola classe maschile che doveva frenare il dilagare dell’analfabetismo. È il primo accenno all’istruzione del nostro territorio che verrà portato avanti al ritorno degli austriaci nel 1815.B

 

 

 

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Il volo dell’avventuriero esploratore Paolo Andreani

La magia del volo, il piacere della scoperta, la razionalità propria dell’Illuminismo e al contempo la voglia di infinito tipica del Romanticismo si sono incarnati in un nobiluomo milanese del ‘700 che ha solcato i cancelli del XIX secolo entrandovi a pieno diritto: sto parlando del conte Paolo Andreani (1763-1823). La sua figura, magistralmente raccontata dal ricercatore locale Giuseppe Sardi, verrà qui succintamente rievocata, talmente è vasta la portata storica delle sue iniziative. Orfano in tenerissima età, Paolo crebbe insieme al fratello maggiore Gianmario il quale, nel 1779, comprò da Giuseppe Bolaños la tenuta di Moncucco. Già dalla giovinezza, però, Paolo non si limitò ad alternare la sua residenza tra Milano e la villa di campagna: Francia e Austria furono alcune delle sue mete, ove spese grandi somme al gioco. Dotato di mente vivacissima, il “contino” si appassionò alle ricerche scientifiche proprie del secolo dei Lumi, in particolare alla neonata scienza aerostatica avviata in Francia dai fratelli Montgolfier nel 1783. Desideroso di emulare anche lui l’impresa, si mise d’accordo con due ingegneri, i fratelli Gerli di Milano, perché realizzassero anche loro un pallone aerostatico. La voce si diffuse per tutta Milano e giunse anche agli orecchi dell’imperatore Giuseppe II che, in quei mesi, si trovava nel capoluogo lombardo. Quando seppe dell’intenzione del giovane conte di innalzarsi in volo e di essere stato invitato all’evento pubblico, però, l’imperatore ordinò al conte Wilczek di evitare che quest’evento accadesse, temendo il peggio. I fratelli Gerli, all’ultimo, diedero infatti forfait e l’Andreani dovette chiedere aiuto a due brugheresi, Giuseppe Rossi e Gaetano Barzago, di aiutarlo nell’ascesa verso il cielo. La prova avvenne con successo dal giardino della villa di Moncucco il 13 marzo 1784, alla presenza di tutta l’aristocrazia di Milano (vi era presente anche Pietro Verri) e del parroco di Brugherio don Paolo Antonio De Petri. La mongolfiera si elevò sopra i campi della Martesana fino ad atterrare, in modo un po’ spericolato, su di un gelso nella Cascina Seregna di Caponago. Quello che raccolse alla Scala l’Andreani fu un trionfo e anche Giuseppe Parini esaltò il coraggio del giovane “Icaro”. Le sue imprese, però, non si conclusero con il volo “brugherese”. Nel corso degli anni successivi, infatti, si aprì per l’argonauta dei cieli il sipario americano, dove entrò in contatto con Thomas Jefferson e con l’élite politica della giovane repubblica statunitense. Dalla east coast esplorò, per primo, l’interno del continente americano, studiando e riportando gli usi e i costumi dei nativi che gravitavano intorno alla regione dei Grandi Laghi. Dopo una vita di avventure (visitò anche i Caraibi tra il 1810 e il 1812), Paolo si stabilì a Nizza nel 1817 ove morì, in condizioni di povertà, l’11 maggio 1823.

 

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‘700: Monza un cappellificio e Brugherio per villeggiatura

 

Siamo giunti nel ‘700. Gli spagnoli, con il trattato di Utrecht del 1714, persero la Lombardia a favore degli austriaci che la detennero fino al 1796, anno dell’arrivo di Napoleone. In questo lasso di tempo Carlo VI e, soprattutto, la figlia Maria Teresa poi, operarono per il bene della provincia lombarda, che divenne il teatro delle riforme illuministiche adottate, in primo luogo la revisione del codice legislativo e la promozione delle arti e delle scienze. Anche Monza cambiò padrone: i De Leyva nel 1648 vendettero il feudo per una grossa somma alla famiglia di imprenditori dei Durini i quali, nel corso del secolo dei Lumi, diedero respiro all’economia monzese rendendola un centro di cappellificio. E Brugherio? Brugherio nel ‘700 e per buona parte dell’800 fu un ricercato centro di villeggiatura da parte delle famiglie nobili milanesi le quali, per ricercare riparo dalla calura cittadina, si spostavano verso la campagna: gli Andreani e i Cornalia erano solo alcune di queste famiglie che possedevano delle ville destinate non soltanto agli ozi dell’aristocrazia ma, come ricorda Indro Montanelli, anche alla produzione agricola e quindi all’economia di mercato. Si cominciò dunque a profilare una più chiara stratificazione sociale all’interno del nostro territorio: non solo contadini, ma anche aristocratici. Un quadro ben dettagliato della zona ce lo dà, sul finire del secolo, don Antonio De Petri, parroco di Brugherio dal 1778 al 1819. Questi, volendo emulare l’opera storiografica del canonico monzese Francesco Frisi, cercò anche lui di delineare le ville, le cascine e il piccolissimo cuore di quella che sarebbe diventata la nostra città nel tentativo di “fotografare” in un’istantanea quasi impressionista la sua parrocchia per i secoli a venire. Ed è un racconto prezioso e ricco di informazioni che attesta la presenza della bella società milanese che, durante i mesi autunnali, si riuniva nella nostra città. Così infatti riporta il parroco nell’introduzione: «Vi abbondano […] nobili abitazioni in cui villeggiano li molti possessori, tra i quali è diviso quel territorio, onde nella stagione autunnale vi si unisce una società assai maggiore di quella che da un sì piccolo paese si dovrebbe aspettare». Nel frattempo, questa aristocrazia così illuminata favorì anche un mecenatismo di tipo religioso: il nostro campanile, così particolare tra quelli della Brianza e della Martesana, fu realizzato per volontà del conte Carlo Bolaños, importante uomo di Stato di origini spagnole, e del marchese Pallavicini tra il 1751 e il 1771. Nonostante ciò, l’aristocrazia non si dimostrò sempre lungimirante: il governo austriaco, nel 1721, tentò di unificare amministrativamente il territorio in un’unica entità locale, ma vi si opposero i Durini i quali, avendo numerosi possedimenti sul lato confinante con Monza, non volevano perdere gli introiti che questi possedimenti garantivano loro.

 

 

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La giovinezza di Dante

Dante, come sappiamo, nacque a Firenze nel 1265 da Alighiero di Bellincione, una specie di commerciante/usuraio che dovette morire nella prima giovinezza del poeta, e da Bella degli Abati, morta sicuramente quando Dante era molto piccolo se non addirittura nel darlo alla luce.

Si sa che nacque in quell’anno grazie alla testimonianza di Giovanni Boccaccio che, saputolo da un amico ravennate del poeta, lo trascrisse nel suo “Trattatello in laude di Dante”: una vera miniera d’oro per avere informazioni sul nostro poeta. Ma quando nel 1265? Questo ce lo dice direttamente il nostro poeta nel canto XXII del Paradiso: nella costellazione dei gemelli, costellazione che genera uomini dotti e di alte virtù (e qui Dante un po’ se la tira, diciamocelo…).

Fu battezzato nel suo “bel battistero di San Giovanni”, come lo ebbe a definire, il 27 marzo del 1266 insieme a tutti i nati dell’anno precedente (ricordiamoci che per i fiorentini l’anno iniziava il nostro 25 marzo, per cui fu battezzato quasi il giorno di capodanno della città toscana).

Educato secondo lo status proprio di un rampollo di una famiglia agiata, il piccolo Dante fu mandato a studiare presso un grammatico (che gli insegnava a leggere, scrivere e far di calcolo) e poi, quando fu adolescente, presso il celebre letterato e giurista ser Brunetto Latini, che gli insegnò l’ars dictaminis, ovvero l’arte di esprimersi in pubblico e di scrivere lettere pubbliche, ovvero d’ambito politico-diplomatico. Ma Dante non si limitò a studiare quelle materie: la Divina Commedia e le altre sue opere sono pregne dei grandi classici latini (non conoscevano ancora direttamente quelli greci, per questo bisognerà aspettare il XV secolo), di filosofia aristotelica (sulla base della quale modellerà il mondo della Commedia), di astrologia, di matematica, cosmologia e dei più recenti modelli letterari allora in voga (verrebbe da dire “anni di studio matto e disperatissimo”, vero Leopardi?).

Difatti Dante cominciò a scrivere poesie d’amore secondo lo “stilo della loda” per lodare, appunto, una giovane di casa Portinari di poco più piccola di lei, Beatrice, la quale sarà di ispirazione per la nascita di un libro il cui titolo è tutto un programma: “La Vita nova”, ossia una vita rinnovata dall’amore tutto spirituale per la giovane donna presentata come un angelo disceso dal Cielo a portare beatitudine. “Lo stilo della loda” non fu però un’invenzione dantesca, quanto semmai una sua perfezione di un modello già originario. Alcuni giovani fiorentini quali Lapo Gianni e Guido Cavalcanti avevano forgiato un nuovo modo di fare poesia, basato sulla dolcezza delle parole e sulla musicalità, sulla presentazione della donna amata come signora sovrannaturale. Ecco la genesi di quello che verrà chiamato dagli storici della letteratura, basandosi su quanto un poeta toscano precedente, Bonaggiunta Orbicciani, ebbe a definire “dolce stil novo”, proprio perché differente rispetto alle rime “aspre” dei compositori precedenti.

Ma Dante non fu soltanto un intellettuale e un giovane innamorato: fu anche un soldato. Nella guerra contro Arezzo (ricordiamoci che i toscani e più in generale gli italiani sono molto “campanilistici”) Dante fu chiamato a prendere le armi (era abbastanza ricco per permettersi armatura e cavallo) per partecipare alla battaglia di Campaldino del 1289: aveva 24 anni, e probabilmente già sposato con Gemma di ser Manetto Donati. Secondo quanto attesta una lettera perduta ma letta dal cancelliera della Repubblica Fiorentina Leonardo Bruni nel XV secolo, Dante ebbe grande paura ma non si comportò da vigliacco: fece la sua parte e coi fiorentini vinse la ghibellina Arezzo.

Insomma, non poco per un giovane fiorentino, orfano molto giovane, profondamente studioso che, già nel fiore della giovinezza, scrisse quel piccolo capolavoro che è la Vita Nova. Il seguito lo vedremo in una prossima puntata. A presto, amici.

 

 
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“Siete voi qui, ser Brunetto?”: Dante e l’omosessualità nel Medioevo

Siamo ormai sul sabbione ardente, rigato soltanto dal fiume Flegetonte, dove vengono puniti i violenti contro Dio, nel VII cerchio. Nello specifico, il canto XV si occupa dei violenti contro natura, ovvero coloro che si macchiarono in vita del peccato di Sodoma e Gomorra: i sodomiti. Gli omosessuali, in sostanza, sono posti da Dante in questo sabbione ardente dove sono costretti a correre per l’eternità puniti dal fuoco che cade loro sulla testa e dalla temperatura elevatissima del terreno che calpestano. Una piaga davvero terribile. Se qualcuno di loro, come spiegherà il protagonista di questo canto, si fosse fermato, sarebbe stato costretto a rimanere fermo per un secolo in quel luogo, subendo ancor di più la già tremenda tortura.

I due poeti Dante e Virgilio stanno camminando lungo gli argini del Flegetonte, unica area risparmiata dalla terribile calura quando, all’improvviso, un’anima si rivolge a Dante in modo meravigliato per la presenza di quello che fu suo pupillo a Firenze: è il politico e letterato Brunetto Latini. Dante, faticando inizialmente nel riconoscere l’antico maestro a causa dell’arsura del volto, rimane anch’egli stupito di trovarsi davanti colui che gli insegnò l’ars dictaminis (ovvero l’arte di scrivere e tenere discorsi politici) proprio nel girone dei sodomiti. Il tono del colloquio è affabile e incentrato sul rispetto da parte dell’ex allievo nei confronti dell’antico maestro, disposto ancora a dispensare dei consigli quali il tenersi lontano dall’invidia dei fiorentini ma prevedendogli anche lui la futura via dell’esilio, esattamente come fecero Ciacco e Farinata. Un altro canto “politico”, insomma, in cui Dante, vero discendente dei romani che fondarono Firenze dopo aver distrutto la vicina Fiesole, rischia di ritrovarsi fagocitato tra i guelfi bianchi e i guelfi neri, discendenti invece dei fiesolani inurbatisi successivamente nella colonia romana, che vogliono fargli del male. Insomma, un’altra batosta per il povero Dante “personaggio” cui verrà svelato il significato ultimo di queste profezie “post eventum” soltanto dall’amata Beatrice.

Che cosa ci insegna questo canto, forse non tra i più conosciuti dell’Inferno? In primo luogo, l’atteggiamento di Dante. Brunetto Latini non è il primo dannato a mostrarsi gentile nei confronti del poeta (ricordiamoci di Francesca da Rimini), ma Dante, davanti ad un “crimine” così nefando come l’atto omosessuale, si mostra e si mostrerà (nel successivo canto) estremamente benevolo e pietoso verso la condizione di queste anime. Il velato rimprovero espresso dalla domanda “Siete voi qui, ser Brunetto?” esprime piuttosto la meraviglia di trovare un’anima così nobile in un luogo come l’inferno: non si sa come Dante abbia saputo dell’omosessualità del Latini, ma probabilmente giravano delle voci riguardo al suo conto già quando il poeta era un adolescente. Un atteggiamento benevolo che susciterà la costernazione dei primi commentatori della Commedia quando, nel corso del XIV secolo, le punizioni e l’ostracismo nei confronti dei sodomiti aumentarono notevolmente.

Ne consegue un altro spunto di riflessione: l’atteggiamento di noi moderni davanti alla punizione della pratica omosessuale. Lo spazio è troppo poco per riflettere attentamente riguardo a questa tematica ma, di sicuro, chiunque non abbia delle basi di medievistica e di dottrina cristiana di quel periodo potrebbe insorgere in nome dei diritti degli omosessuali. Oggi la Chiesa ha posizioni più morbide nei confronti di queste persone (se si pensa che nel Medioevo e nel primo rinascimento v’erano inquisizioni, torture e roghi nei confronti degli omosessuali) e, a mio giudizio, sembra che Dante in questo dimostri grande modernità, per l’ambiente in cui s’è trovato a crescere. Durante il discorso con Brunetto dimostra di dividere sapientemente il peccato dal valore della persona che ha dinnanzi, ossia di dividere, come insegna il Vaticano II, il peccato dal peccatore. E questo è un atteggiamento straordinariamente moderno da parte del nostro Dante che si rivela ancora una volta sempre più vicino a noi.

 

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La peste, San Carlo e la quota di Sant’Albino

Cari lettori, siamo giunti ormai nel pieno del XVI secolo. L’Italia è ormai preda dei conquistatori spagnoli che, con la pace di Cateau-Cambresis del 1559, sancirono il loro predominio sulla penisola italiana. Il Ducato di Milano toccò al diretto governo degli spagnoli che vi rimasero a lungo, dal 1559 appunto al 1714. La loro amministrazione fu deleteria per una ricca regione quale era la Lombardia: si rileggano a tal proposito le pagine de “I promessi sposi” del Manzoni.                                                           Il nostro territorio, d’altro canto, nel corso della seconda metà del ‘500, fu legato alla figura del grande arcivescovo riformatore Carlo Borromeo (1564-1584). Da un lato il suo nome è collegato nella memoria alla triste epidemia di peste che colpì Milano e il territorio circostante nel 1576-1577, durante la quale cercò di portare sollievo alla popolazione; dall’altro fu lui, nel 1578, a gettare le fondamenta per la nascita di una parrocchia e di una prima appartenenza della popolazione locale ad un ente che la riunisse in un’unica comunità. Per quanto riguardo la peste, in uno dei due volumi editi per il centenario del Comune nel 1966 intitolato “Brugherio: il suo territorio, 2000 anni di storia” (la cui autrice è stata identificata nella maestra Tina Magni), si narra di come essa sia arrivata nella nostra zona per colpa di una mercantessa mantovana che nascondeva delle piaghe che aveva sul collo. Da qui un bambino, di nome Riccardo, l’avrebbe poi portata a Brugherio: le vittime furono sicuramente numerose, ma non ci sono dati statistici che ne rivelino esattamente il tasso di mortalità.

Dopo la morte, però, la rinascita.  Nel corso delle sue numerose visite pastorali, il Borromeo giunse tra il 15 e il 16 giugno del 1578 a Brugherio dove poté constatare le difficoltà “pratiche” che la popolazione delle cascine e del nostro piccolo borgo vivevano: per ricevere o partecipare ai sacramenti, dovevano recarsi fino alla chiesa di San Giovanni Battista di Monza e ciò risultava scomodo soprattutto se si trattava di partecipare alla messa domenicale o alla somministrazione dell’unzione degli infermi.

Pertanto, su richiesta della popolazione locale, il cardinal Borromeo creò la parrocchia dedicata a San Bartolomeo agglomerandovi: Cascina de’ Bastoni, quella di Baraggia, Moncucco, Dorderio, la Guzzina, Torrazza, Ca’Secca, la Moia, San Cristoforo, Occhiate, San Damiano, la Cascina “detta di San Donato”, Bettolino, Sant’Albino e Sant’Ambrogio “delle Monache”. Soltanto nel 1582 l’arcivescovo, dietro richiesta della comunità di San Damiano, che non intendeva pagare l’annua prestazione per il parroco della piccola e povera parrocchia, diede il permesso a questa comunità di restare sotto la giurisdizione della chiesa di San Giovanni di Monza, estremamente più ricca.

La popolazione, secondo quanto ricavato dal libro “Brugherio: una città nel segno dei magi” di Luciana Tribuzio Zotti e di Giuseppe Magni, ammontava nel 1582 a 900 “anime”, ossia persone.

 
 
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Canto III “secondo round”: l’incontro con Caronte
«Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!» […]
(Inferno III, vv. 82-84)

La scena, dopo quella dell’Antinferno con gli ignavi, ora cambia repentinamente. La congiunzione “ed” apre un nuovo scenario sul palco della vicenda dantesca e si presenta, in tutta la sua crudezza, Caronte, il primo dei traghettatori della Commedia.

Già personaggio della mitologia classica deputato al trasporto delle anime nell’Ade pagano, qui Caronte, come molti altri personaggi e/o eroi mitologici, viene trasfigurato in un essere demoniaco al servizio eterno della volontà divina nell’adempiere ai suoi voleri («Caron dimonio, con occhi di bragia», ossia di “fuoco”, v. 109).

Ed infatti quel grido che non lascia alcuna speranza nella salvezza dell’anima doveva essere qualcosa di terribile, di terrificante non solo nell’animo dei dannati, ma anche in quello di Dante:

«Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo».
(Inferno III, 85-87)

Si nega la Salvezza («mai veder lo cielo»); Caronte ribadisce la volontà cui è preposto di condurre quella turba di anime dannate «a l’altra riva / ne le tenebre etterne», sia dove si soffre il caldo quanto il gelo – in quest’ultimo caso si riferisce all’ultimo cerchio dell’inferno, nel luogo ove regna direttamente Lucifero. L’allusione è chiara: dopo la morte corporale, a costoro non può aspettare che la morte spirituale.

La reazione delle anime? Dante sembra che dipinga, piuttosto che descrivere, la reazione di costoro alle parole di Caronte: «cangiar colore e dibattero i denti» (v. 101), prese quasi da un attacco di panico.  Poi, ormai non più “timorose” del giudizio divino «bestemmiavano Dio e lor parenti» (v.103), cioè i loro genitori e anche tutti i loro antenati per averli generati e destinati alla dannazione. Come se fosse colpa di questi ultimi se l’uomo si danna: quest’ultimo si nega la salvezza per il suo voler allontanarsi volontariamente da Dio, dalla carità e dalla fede, non pentendosi dei suoi peccati. Un ultimo barlume di peccato prima che queste anime verranno gettate nei cerchi a loro preposti.

Un quadro che duecento anni dopo Dante un altro fiorentino, il pittore Michelangelo, inquadrerà benissimo nel suo Giudizio universale nella Cappella Sistina, come potete osservare dalla foto.

E Dante? Il dialogo tra lui e Caronte avviene prima della reazione delle anime, che ho posticipato per una questione di maggiore ergonomicità. Caronte, davanti a Dante, non sembra stupito nel vedere un’anima viva tra le anime dei defunti. Il traghettatore, piuttosto, continua a parlare per autorità e gli intima di andarsene, dicendo che per un’altra strada, per un altro porto giungerà alla spiaggia («per altra via, per altri porti / verrai a piaggia», vv. 91-92), in allusione a quella del Purgatorio e non a quella dell’Inferno, come riscontrato anche da un autorevole della Commedia quali furono Umberto Bosco e Giovanni Reggio. Solo l’intervento di Virgilio, l’amata guida e il duca che lo condurrà tra i meandri dell’Inferno e tra le ripide ascese del Purgatorio, farà calmare dai suoi propositi Caronte, quasi pronto ad usare la violenza contro Dante perché si allontani dal quel luogo, con la celebre terzina:

«E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”».
(Inferno III, vv. 94-96)

Grazie a Virgilio, così, Dante può salire sulla zattera di Caronte, ragguardato dal volere divino ai suoi propositi, e passare all’altra riva senza problemi. Le anime dannate, giuntevi, si sparpagliano quasi come gli uccelli per l’aria tutte pronte per andare, come vedremo, dal giudice infernale Minosse.

Non hanno più paura del giudizio come prima, in quanto «pronti sono a trapassar lo rio, / ché la divina giustizia li sprona, / sì che la tema si volve in disio». (vv. 124-126), tanto è forte la volontà giudicante divina.

Il canto si chiude con lo svenimento di Dante: preso da una grandissima paura per un terremoto insorto nelle cavità infernali il poeta, non ancora abituato ai drammi e al terrore dell’Inferno, finisce per perdere conoscenza:

«Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte […]
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l’uom cui sonno piglia».
(Inferno, III, vv. 130-131; 133-136)

 

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Il volto di Dante

Nel 2015, quando stavo redigendo la voce wikipedia su Dante Alighieri (https://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Alighieri), volli dedicarmi ad una ricerca riguardante alle fattezze del Sommo Poeta. “A che pro”, direte voi? Semplicemente per avvicinarci a colui che ci ha donato quel monumento alla letteratura universale che è la Commedia, perché possa essere ancora “Dante con Noi”.

Innanzitutto, bisogna premettere che di Dante si conosce poco in modo preciso: non si ha addirittura alcun suo manoscritto in cui si possa leggere la sua grafia! E di questo ce ne ha parlato lo storico Alessandro Barbero in una recente puntata da lui diretta. Ma di questo ne parleremo un’altra volta. Se abbiamo un’idea vaga di come potesse essere l’aspetto di Dante, lo dobbiamo all’autore del Decameron, ossia a Giovanni Boccaccio (1313-1375) che del Nostro aveva un culto a dir poco sfegatato. Scrisse, sul modello dei libelli agiografici della sua epoca, un trattato, chiamato appunto Trattatello in laude di Dante ove, al capitolo XX, Boccaccio scrive così:

«Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura […] Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso».

Il naso aquilino, il carattere malinconico e pensoso…e chi non ha in mente i ritratti di Botticelli, di Raffaello Sanzio e di Domenico Peterlini? Il primo, un Dante di profilo, dal volto anonimo, in cui spicca il suo bel nasone; il secondo, raffigurato nella Stanza della Segnatura in Vaticano, rispettivamente negli affreschi Il monte Parnaso e La disputa del Sacramento (tanto per intenderci, il Dante di quest’ultimo affresco diverrà il modello da conio per la moneta da due euro); il terzo, invece, disteso su una spiaggia con lo sguardo malinconico, corrucciato, di chi è “exul immeritus”, ossia esule immeritato dall’amata Firenze.

Questo volto di Dante ha dominato e domina tutt’ora la nostra immaginazione. Recentemente, però, Giorgio Gruppioni, antropologo dell’Università di Bologna, ha saputo ricostruire quello che doveva essere al 95% il vero volto dell’Alighieri partendo dalla ricostruzione effettuata, con metodi certamente più antichi, nel 1921. Si è scoperto che il volto di Dante, oltre ad essere diverso, mostrava quella dicotomia tra “volto fisico” e “volto psicologico” cui i vari artisti hanno attribuito al Sommo Poeta risultando (e mi cito) «privo di quel naso aquilino così accentuato dagli artisti di età rinascimentale e molto più vicino a quello, risalente pochi anni dopo la morte del poeta, di scuola giottesca».

Mi riferisco, infatti, ad un ritratto di Dante giovane situato nel Palazzo dell’Arte dei Giudici e dei Notai di Firenze (nella raccolta di immagini è l’affresco danneggiato) e realizzato, come detto prima, da Giotto o da uno dei suoi collaboratori. Il ritratto, certamente meno enfatizzato rispetto a quello dei suoi più celebri epigoni, dev’essere anche più veritiero per il presunto incontro avvenuto tra Giotto Di Bondone e Dante Alighieri, entrambi a Roma nel 1300.

 
 
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(Dalla pagina Facebook “Dante con noi”)
DANTE CON NOI

Farinata e il cerchio degli eretici

Nei “canti” precedenti…Dante e Virgilio, lasciato Ciacco e attraversato il cerchio degli avari e prodighi, si dirigono verso la palude Stigia dove li attende un altro

Disegno di William Blake (1757-1827)

traghettatore, Flegiàs. Quest’ultimo li accompagna, non senza qualche disavventura, fino alle mura della città di Dite dove una gran folla di diavoli e le tre Erinni non intendono far passare Dante dal cancello di quella città. Virgilio, vista l’inutilità della sua retorica davanti all’immobilismo delle creature infernali, viene giunto in soccorso da un angelo

che, rigido esecutore della volontà divina, fa scappare i demoni permettendo ai due pellegrini di entrare in Dite…una città popolata da sepolcri aperti e arroventati dalle fiamme.

Il canto X dell’Inferno si apre così su una landa desolata costellata da queste tombe. Sono le tombe degli eretici, dei seguaci del filosofo greco Epicuro che non credevano nell’immortalità dell’anima e che quindi sono destinati a subire questa pena. La natura strutturale del canto è basata sulla struttura bipartitica tra l’incontro di Dante con Farinata e “l’intermezzo” pseudo-ludico di Cavalcante de’ Cavalcanti, padre del grande amico di Dante, il poeta Guido. Tale struttura serve soprattutto per “raffreddare gli animi” tra il guelfo Dante e il ghibellino Farinata e quindi di alleggerire un tono soprattutto drammatico dal punto di vista politico con uno pseudo-ludico come quello di Cavalcante.

Ma chi era Farinata, colui che invoca Dante perché, dalla parlata, sembra essere della sua stessa città, Firenze? Ancora una volta, come Ciacco, un fiorentino, col quale discutere di politica. Farinata, ossia Manente di Jacopo degli Uberti, era nato all’inizio del XIII secolo e per due volte, nel corso dei travagliati anni a metà di quel secolo, rientrò nella città natale per due volte, dopo essere stato scacciato dai guelfi. Presentatosi come sdegnoso, altero e “magnanimo” (ossia che ha lottato per i suoi ideali fino alla fine senza compromessi), Farinata chiede a Dante chi fossero i suoi avi e, avendo saputo che erano guelfi, disse che per ben due volte li scacciò dalla città. Dante, però, in un moto di orgoglio, ribadì che se i suoi avi furono capaci di rientrare a Firenze, quelli di Farinata invece non ne furono capaci. Materiale per arrivare a toni ben più severi da ambo le parti, come sono capaci di fare solo i toscani.

Ecco allora che il Dante “autore”, per raffreddare la scena, mette in mezzo lo spirito di Cavalcante de’ Cavalcanti, anche lui accusato di eresia e per questo finito nel VI° cerchio. Ho definito scena “pseudo-ludica” in quanto il povero Cavalcante, in tutto opposto al fiero Farinata, riconosce Dante e chiede come mai Guido, suo figlio, non è con lui in questo viaggio. Dante fa per rispondergli ma suscita il dolore e la costernazione del padre quando Dante, al verso 63, utilizza il passato remoto, facendo intendere che Guido fosse già passato a miglior vita (cosa non vera nella finzione storica, in quanto Guido Cavalcanti morirà di lì a poco). Il passato remoto è dovuto al fatto che Guido Cavalcanti, noto seguace dell’averroismo e quindi non seguace del tomismo che coniuga la filosofia aristotelica con la teologia (e quindi, allegoricamente, Beatrice), non poté intraprendere il viaggio insieme a lui perché non seguace della teologia. Frainteso il senso, Cavalcante si lascia cadere nuovamente nella tomba che condivide con Farinata, facendo così riaprire il dialogo prima interrotto tra i due.

Nella seconda parte del colloquio si ha la prima, esplicita profezia post eventum. Rimasto imperturbato per il dolore di Cavalcante, Farinata dichiara che “la faccia della luna non si riaccenderà cinquanta volte che «tu [Dante] saprai quanto quell’arte pesa» (v. 81). È una caratteristica infatti dei dannati prevedere il futuro più lontano questo è possibile, per poi svanire dalla loro memoria quando diventa presente. Questa dichiarazione susciterà la paura e la costernazione di Dante, ma Virgilio lo rassicura dicendogli di attendere da Beatrice, quando la incontrerà, di sapere tutti gli eventi futuri della sua vita.

L’accusa di Farinata, però, si rivolge ancora contro Firenze: Dante riconosce che, nonostante le opposte fazioni politiche, Farinata fu l’unico, nell’esilio ad Empoli, ad opporsi alla distruzione di Firenze rispetto a tutti gli altri capi ghibellini e che per questo motivo si acquistò il titolo meritorio di “magnanimo”, nell’accezione prima spiegata. E allora come mai la sua famiglia è ancora bandita da Firenze e i fiorentini ce l’hanno ancora così in odio? Non sembra di sentire il dolore del Dante autore per la recente condanna all’esilio, dopo tutto il bene che il Nostro ebbe compiuto per la sua città d’appartenenza? La colpa di Farinata e degli Uberti? La troppo violenta vittoria da loro ottenuta nella battaglia di Montaperti del 1260 ai danni della città: poco importa che Farinata poi si spendesse per la salvezza di Firenze. Agli esiliati e ai giusti non è riconosciuta alcuna vittoria in vita e, forse, neanche dopo la morte.

 
 
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(Dalla pagina Facebook “Dante con noi”)
DANTE CON NOI
 

Il “primo” canto politico: l’incontro con Ciacco
“Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi.”
(Inferno, Canto VI, vv. 73-75)

Ormai Dante, incosciente, ha lasciato Paolo e Francesca al loro tormento per scendere ulteriormente giù nelle viscere infernali. L’aspetto del terzo cerchio è più terribile che mai: non solo la terra è putrida e dal cielo, sempre oscuro, scende «de la piova etterna, maladetta, fredda e greve» che rende il tutto estremamente nauseabondo, ma questo cerchio è affidato alla custodia del «demonio Cerbero», cane a tre teste appartenente alla mitologia pagana e anch’essa reso da Dante creatura demoniaca al servizio della volontà divina.

Superato il mostro grazie all’intervento di Virgilio (che gli lancia in bocca un po’ del putridume trovato sul suolo), Dante si ritrova circondato da una marea di dannati accasciati a terra, avviluppati nel terreno fangoso. Sono i golosi e, come loro si cibarono in modo indegno infischiandosene del grido dei poveri, così ora sono costretti a giacere quali porci in questo disgustoso ambiente. Ecco il contrappasso che Dante sceglie per questa categoria di dannati ed un monito sempre nei confronti di chi mette la gola al primo posto nella propria vita.

Sembra un cerchio tranquillo: nessuno si muove per chiedere di Dante e Virgilio finché, ai vv. 38-39, «una ch’a seder si levò, ratto / ch’ella ci vide passarsi davante». L’anima, che si dichiara implicitamente fiorentina, non si presenta subito, vuole che Dante la indovini in quanto lui nacque prima che quel personaggio spirasse. Davanti alla difficoltà di Dante, l’anima si presenta finalmente: è quella del fiorentino Ciacco. Chi fosse costui, non è dato saperlo. Ciacco, poi, è un soprannome o il vero nome di battesimo? Come rivendicava il Boccaccio nel suo commento alla Commedia, era un uomo di corte e quindi esperto di questioni politiche? Ai dantisti l’ardua sentenza. A noi interessa il discorso che Dante intesse con quest’anima.

Il Dante “autore”, ormai esiliato da Firenze, fa finta che il suo Dante “personaggio” chieda all’informato Ciacco del decadere di Firenze e a quale punto giungeranno le parti in lotta, ai vv. 60-63:

«“ […] ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
per che l’ ha tanta discordia assalita.”»

Fondamentalmente, Ciacco riassume la vicenda politica interna di Firenze, dilaniata dai due gruppi magnatizi (ossia dei ricchi) dei Cerchi (ai quali Dante apparteneva) e dei Donati. Per chi li ha studiati a scuola, erano rispettivamente i guelfi bianchi e i guelfi neri: i primi pretendevano l’autonomia dal papato, mentre i secondi accettavano una maggiore interferenza della Santa Sede nelle vicende interne del Comune di Firenze. Qui Dante rievoca, per bocca di Ciacco, l’iniziale supremazia dei bianchi sui neri e l’esilio di questi ultimi; poi, nel giro di tre anni (Dante utilizza la metonimia “tre soli”), la parte nera prenderà il sopravvento, scacciando i bianchi dalla città e decretando l’esilio di Dante. Ci troviamo, in parole povere, davanti ad una profezia post eventum: il Dante autore sapeva quello era già successo perché vi era passato per quelle vicende, ma il Dante personaggio invece, fermo ancora al 1300 (quindi un anno prima dell’esilio), era ancora ignaro di ciò che sarebbe successo.

Interessante poi la risposta che Dante/Ciacco fornisce al Dante personaggio: ossia che le cagioni che hanno spinto i fiorentini ad odiarsi tanto sono dovute alla superbia, all’invidia e all’avarizia. Vi ricorda qualcosa? Deve, perché le tre fiere che Dante incontrò nel I canto dell’Inferno erano l’allegoria esatta di questi tre mali. Tre mali che tutt’oggi, all’interno dei consigli, delle commissioni e dei rapporti dialettici tra politici purtroppo non si sono ancora estinte, ma che invece rappresentano talvolta l’unica valvola di sfogo tramite cui i politicanti esercitano il loro mandato.

Altro spunto importante che Dante, esperto politico, ci fornisce: se la morale civile è vittoriosa sui peccati dei singoli uomini. Dante infatti chiede se varie personalità che si sono rese distinte per il loro servizio nei confronti della patria fiorentina si trovano anch’esse all’Inferno. Ciacco ribadisce che esse si trovano «son tra l’anime più nere»: alcuni di essi infatti si troveranno tra i sodomiti e altri invece tra gli scismatici. Insomma, anche qui: è inutile il servizio alla patria, il riconoscimento delle qualità retoriche e l’intuito politico se la persona che le possiede non persegue la virtù morale. E anche qui è un invito agli uomini politici odierni a perseguire, forse, prima una vita moralmente degna e incline al bene piuttosto che una vita politica sfolgorante ma intrisa dei peccati più neri.

Ormai il tempo di Ciacco è finito: come ogni anima dannata, privo della luce divina, non riesce più a sostenere un discorso compiuto e finisce per entrare in uno stato di coma dal quale solo il Giudizio Universale lo sveglierà. Il compito del “canto politico” è finito: ma vedrete che Dante, su questo tema, ritornerà ancora parecchie volte e sempre in modo più duro.

 
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DANTE CON NOI

Canto III “primo round”:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
(Inferno III, vv. 1-3)

Ormai Dante, accompagnato da Virgilio, deve accingersi ad attraversare ciò che ogni uomo sulla terra non oserebbe fare: attraversare l’Inferno. Dante, per far calare progressivamente il lettore nelle tenebre infernali, s’idea la porta dell’Inferno sulla quale vi è inciso un forte messaggio minaccioso che termina con Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate (v. 9). Un’annotazione importante: ricordatevi sempre che ci sono due Dante nella Divina Commedia: il Dante “auctor”, cioè l’autore, colui che racconta ciò che dichiara di aver visto; e il Dante “personaggio”, nel quale si cala tutta la tensione drammatica degli eventi da lui vissuti.

Ricominciamo. Superata la porta dell’Inferno, l’ambiente circostante cambia radicalmente: la luce, fonte della saggezza divina e della ragione, scompaiono per lasciar luogo ai tristi lamenti e ai dolori dei primi dannati che riecheggiano per la vallata dannata: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle…» (vv. 22-23). Chi sono i primi dannati che Dante nel III canto incontra? Non sono propriamente dei dannati nel senso stretto della parola: sono persone che, in vita, hanno manifestato solamente la propria incapacità di prendere una decisione tanto che il nostro poeta li definisce «…sciaurati, che mai non fur vivi» (v. 64) e che per questo motivo non potevano essere accolti in Paradiso né tantomeno nell’Inferno, in quanto non avevano compiuto né opere buone né malvagie. Un giudizio durissimo che denota l’indignazione da parte del poeta e di Virgilio verso coloro che non seppero usare il libero arbitrio e non dimostrarono fermezza nel prendere quindi una decisione stabile nel corso della vita. Un ammonimento anche per i giorni nostri: guai lasciare che le cose vadano secondo il flusso della storia senza che noi non operiamo in qualche modo, senza lasciare una traccia nostra perché, come dirà più avanti nell’Inferno Ulisse: «non foste fatti per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».

Mentre i due poeti si stavano allontanando sdegnati da quella turba, continuamente molestata da vespe e calabroni e costretta a seguire una bandiera – ecco qui il primo esempio di “contrappasso”, ovvero di una determinata pena contraria o simile al comportamento peccaminoso che i dannati e le anime del purgatorio devono subire come punizione – Dante «vid[e] e conobb[e] l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» (vv. 59 – 60). Chi poteva essere costui? Certamente qualcuno che Dante ebbe modo di conoscere direttamente o indirettamente, ma su cui nessun commentatore – fin dai tempi più antichi – si è trovato d’accordo: Romolo Augustolo, Ponzio Pilato? Se fossero loro, Dante non avrebbe usato l’endiadi “vide e conobbe”. Oppure Celestino V, papa nel 1294? La maggioranza propone per il papa eremita che, conscio della propria incapacità di gestire il governo della Chiesa, abdicò aprendo le porte all’arcinemico di Dante, ossia Bonifacio VIII. Forse la rabbia che Dante nutrì per Celestino non fu dovuta solamente al fatto che questo papa non confidò abbastanza nello Spirito Santo come aiuto alle proprie manchevolezze: di sicuro, la “colpa” (se così vogliamo definirla) di Celestino fu quella di aver favorito l’ascesa di un papa corrotto e mondano mentre su di lui si riponevano le speranze per il rinnovamento in senso francescano della Chiesa di Roma.

Ma Celestino, a mio parere, prese una decisione ben definita, non fu un ignavo: come poteva continuare a rimanere pontefice se era quasi illetterato e non conoscitore della macchina della curia romana? Era soltanto un eremita dedito costantemente alla preghiera e al digiuno, non un politico. È come se qualcuno oggi accusasse Benedetto XVI di ignavia perché rinunciò al magistero petrino nel 2013: chi siamo noi per valutare e condannare la coscienza di qualcuno, se per di più ispirata dallo Spirito Santo? Troppo duro insomma il giudizio di Dante, a mio avviso, ma comprensibile, se desiderava una riforma morale della Chiesa. Decisamente più vicino al nostro è invece il giudizio che ne darà Francesco Petrarca molti anni dopo nel De Vita solitaria, dichiarando ammirazione per il coraggio che papa Celestino ebbe nel lasciare il trono di Pietro. Vedete, insomma, la differenza tra il “medievale” Dante e il “moderno” Petrarca nel valutare le scelte della vita.

Lasciamo ora in pace l’anima di questo pontefice bistrattato da due dei più grandi poeti che la nostra letteratura produsse e dirigiamoci verso l’incontro con Caronte…ma questo è un altro episodio.

 

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Brucia di petali d’alba…

 

Brucia di petali d’alba
bagnati da brina vespertina
Monza, sorgente di nuda
torre tibaldea,
incastonata nella corona alpina,

Sbocciante, un tempo,
di ville e monasteri;
forgiata di porte e castra
che sono ceneri
ormai di un addio
che è per sempre;
cancello di quella Brianza,
ove la labo
fiera teca di paesi
affrescati d’incanto
e specchianti in placide colline.
Monza, dove sei?

I rintocchi dei sacri battacchi
si mesciano agli echi
dei treni fiacchi;
e i sussurri misterici
delle selve reali
s’infrangono
nell’informe traffico
crogiolante
di stressate anime.

Il Lambro scivola
imperituro,
nelle sue secolari acque
ancora
sotto gli sguardi del Carrobiolo e dei Leoni;
ma infognate di veleni e scarti,
portano alla foce
delle industrie un’oscura voce.

E più vale un like o un sms
del campionese duomo irrorato
di pizzo marmoreo: ignorato è
il san Giovanni scultoreo;
e gli Zavattari si perdono lontani

nel gotico vuoto e stentoreo
dai più incompreso.

Ma Monza continua
a bruciare ancora petali d’alba,
e a perdersi tra la Grigna e il cielo;
libera così dal volgare velo
ritorna a nascere
per chi la sa sempre amare.

Tratta da Aritmie Spirituali – edizioni Convalle 2019

 

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  DANTE CON NOI

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita…
(Inferno I, vv. 1-3)

 

Chi non conosce questi famosissimi versi? Ormai sono entrati nell’immaginario collettivo di tutti noi: Dante, ormai esule politico, si ritrova nella selva dei suoi pensieri, della sua ira, delle sue delusioni.

Scacciato ingiustamente dalla sua Firenze (e ricordiamocelo: per un uomo del Medioevo la città era come il grembo della propria madre), Dante viaggia ora nel silenzio di un mondo che ancora non conosce, quello dell’Italia delle Signorie. È come se noi fossimo letteralmente gettati in una realtà nuova, priva di sbocchi per l’anima, insicura e ostile.

Con questa terzina Dante ci sta mostrando la sua fragilità anche di cristiano: vittima del peccato, cerca soltanto conforto e redenzione da quella «selva selvaggia e aspra e forte / che nel pensier rinova la paura!» (vv. 5-6) in cui gli uomini medievali vedevano la fine della civiltà, l’oscurità dell’anima, l’assenza della ragione.

Quante volte anche noi ci ritroviamo nelle nostre selve oscure? Quante volte aspiriamo «a riveder le stelle» (Inferno XXXIV, v. 139), ma ci ritroviamo immersi nel circuito delle nostre preoccupazioni, delle nostre angosce, delle nostre colpe? Quasi sempre. Dante è immortale perché continua a parlare agli uomini di ogni tempo in quanto si mostra sempre (e ricalco l’avverbio) un uomo. Non è più di tanto l’uomo accigliato e burbero dal naso aquilino che l’iconografia tradizionale ci ha tramandato: è l’espressione di un’umanità che mai tramonta e che si rinnova insieme a lui nel suo lungo viaggio ultraterreno.

Per fortuna sua e nostra, non siamo mai soli: qualcuno ci tende sempre la mano davanti a dei nemici quasi sempre invalicabili. Dante si ritrova, uscito dalla selva oscura, davanti al colle della Grazia e quindi della Salvezza: purtroppo gli si stagliano davanti una lupa, un leone e una lonza, simboli del peccato. Quando tutto sembrava perduto, Dante viene soccorso da Virgilio e da quell’incontro inizierà l’immortale viaggio.

E noi? Dobbiamo sempre affidarci ai nostri amici, ai nostri famigliari: nessuno è una roccia compatta. Dobbiamo sempre sentirci una comunità viva e forte, ma soprattutto legata dall’amore. Tutti noi abbiamo un Virgilio e una Beatrice, insomma: basta cercarli nella profondità dei nostri affetti e di chi si dimostra, sempre per citare Dante, «tanto gentile e tanto onesta pare»
(Vita Nova, capitolo XXVI).

 

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E’ UN GIRONE ERMETICO
E’ un girone ermetico,
il reparto di psichiatria,
di viva e lucida follia
si tinge l’oscura mente
di chi crede il nulla, assente.
E’ un vagare salmodiante,
che puzza di EN,
ciondolante in un perenne
meriggio, cinereo:
la scarsa luce filtra,
opaca divinità,
sui visi smunti
di chi vagheggia, falsità.
E’ un riso di chimera,
il delirio sonnolente
di chi barcolla, demente
avanti indietro-indietro avanti:
urlano alle coscienze,
e sono così nitide
a loro stessi,
moderni reietti!
Ma a loro si negano
le segrete sinapsi,
criptici rapsòdi
ai più ignoti;
è un inferno scostumato,
timido e celato,
bagnato d’asciutti
silenzi, stremati.
E’ un ermetismo
(si può dire) falso;
vociano dolori a noi
noti, carnosi di vita;
solo agli altri paion ignoti,
queste maschere d’infermità
afone blasfemie:
ma parliamo di vita.

 

tratto da ARITMIE SPIRITUALI
Edizioni Convalle 2019

 

 

 

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BRUGHERIO …

Brugherio, 9 dicembre 1866. La nascita di un Comune, la fine di un risorgimento locale che ha comportato numerosi sacrifici da parte dei possidenti terrieri, in primo luogo Giovanni Noseda, e da parte del parroco del paese, il reverendo don Gian Andrea Nova. Eh sì, perché Brugherio doveva già nascere nel 1721, quando il governo austriaco intendeva, sulla base del catasto censitario, fondare una nuova comunità. Questo però avrebbe comportato per la famiglia Dubini di Monza, che aveva numerose pertiche di terreno sul nostro territorio, la perdita di grossi possedimenti. E non si fece nulla.

Non si fece nulla neanche nel 1819 quando questa volta furono gli austriaci, ritornati dopo l’epopea napoleonica in Lombardia, che decisero di non complicare ulteriormente il frammentatissimo territorio amministrativo, politico e finanziario che divideva le varie comunità, ossia le cascine e i primi nuclei territoriali di case che si stavano lentamente formando intorno alla parrocchiale di San Bartolomeo.

Questa rimaneva l’unico punto fisso, l’unico riferimento per Brughé. Soltanto con l’arrivo dei piemontesi nel 1859 e la nascita del Regno d’Italia, le cose cominciarono a cambiare anche per la nostra futura città. I proprietari terrieri (i Sormani Andreani, i Noseda, i Pestagalli, i Tizzoni) e il parroco Nova scrissero più volte al governo centrale la richiesta di fondare un’unica comunità che permettesse ai brugheresi di sentirsi “legalmente” tali. Era interesse dei grandi proprietari terrieri, infatti, avere un Comune con un proprio consiglio comunale dove sedersi e poter gestire le realtà locali senza far riferimento a Monza, a Cernusco o a Vimercate per le decisioni politiche. Alla fine, grazie alle insistenze, il governo sabaudo decise di dare il proprio placet, da tenersi dietro ad un referendum. La parte forte la face il sindaco di Cassina Baraggia Giovanni Noseda, il quale non ebbe grosse difficoltà a far accettare alla cittadinanza questa scelta se non alla comunità di San Damiano, corteggiata da Monza che non aveva intenzione di vedere quel territorio unito al futuro Comune.

Gli scontri non si fecero attendere da ambo le parti ma alla fine il Consiglio Comunale sandamianese, allettato dalle promesse elettorale del Noseda, decise di scegliere per la via unionista. Si giunse così al fatidico 9 dicembre, data in cui fu eletto come sindaco Giovanni Noseda. La storia di Brugherio come entità politica ebbe finalmente inizio ..

 

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UN RE MATTO IN INGHILTERRA: GEORGE III

Riprendo, con questo titolo (il primo di una trilogia di biografie) quello elaborato da Dario Fo nel 2015 per il suo romanzo “C’è un re pazzo in Danimarca”. Eh sì, perché il XVIII secolo fu un secolo abbastanza nefasto per i reali d’Europa. Oltre al povero “re di Danimarca” Christian VII (1766-1808) e alla regina di Portogallo Maria I (1777-1816), l’uno schizofrenico e l’altra affetta da porfiria – una malattia genetica del sangue che procura sintomi psichiatrici – v’era nel Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda un sovrano che fu ben più famoso dei suoi due colleghi danesi e portoghesi: George III di Hannover. Il primo motivo era dovuto all’importanza dell’Inghilterra nel panorama politico, militare ed economico del Secolo dei Lumi; il secondo motivo per il gran numero di saggi e di film (ricordo in questa sede La pazzia di Re Giorgio, lungometraggio del 1994 con Nigel Hawtorne e Helen Mirren che ottenne un’ottima critica da parte dei giudici al Festival di Cannes).

Ma torniamo a Giorgio III. Sovrano per ben sessant’anni dal 1760 al 1820, padre di quindici figli e sovrano attento alle novità culturali, industriali e sociali del proprio Paese, George III fu il sovrano “delle rivoluzioni”: quella americana, quella industriale e quella francese. Fu durante il suo regno, quindi, che la Gran Bretagna vide sconfitte decisive (la nascita degli USA), ma anche vittorie strabilianti, come quelle su Napoleone e l’estensione del dominio marittimo, industriale e commerciale di Londra su tutto il mondo, anticipando la gloria del regno della nipote, la famosa regina Vittoria. Ma torniamo al nostro re “matto”: non era una malattia propriamente psichiatrica ma, come nel caso di Maria I del Portogallo, di una malattia genetica, la porfiria.

I sintomi? Psichiatrici (allucinazioni, deliri, incapacità di stare in silenzio, aggressività, etc…), neurologici, gastrointestinali e…urinari (le urine, durante il periodo di infermità, erano di colore blu). Insomma, un vero calvario, specialmente per la moglie del sovrano, la buona regina Charlotte, che soffriva terribilmente nel vedere il marito in quelle condizioni. La prima crisi avvenne nel 1763, ma si risolse nell’arco di poche settimane; ben più grave fu quella del 1788-89, crisi che determinò lo stallo del governo (guidato dall’abilissimo primo ministro William Pitt il Giovane) e la possibilità di una reggenza da parte del pigro e ambizioso principe di Galles George.

A curare il malato sovrano fu chiamato un “prototipo” di psicoterapeuta, un membro della Chiesa Anglicana che lasciò la cura d’anime per dedicarsi alle malattie mentali: il dr. Francis Willis. Le sue terapie (lavoro nei campi, il controllo del malato tramite il fissarlo negli occhi costantemente, una rudimentale sedia a cui il paziente veniva legato durante le manifestazioni psicotiche) furono determinanti nell’arginare le manifestazioni psicotiche del sovrano, ma non a risolverne la causa, visto che la porfiria era allora sconosciuta. Infatti, il sovrano ebbe delle altre recidive del suo male nel corso degli anni a venire fino al tracollo totale che avvenne nel 1810 quando seppe della morte della sua figlia preferita, la principessa Amelia. Da quel momento non recuperò più la lucidità mentale e (finalmente) il principe di Galles George divenne principe reggente per i restanti anni di vita del padre, che morì nel castello di Windsor dieci anni dopo. Gli succederà al trono col nome di George IV.

 

Le rubriche di Zaira Ruberto

Equilibri – dinamici  – movimento – ArteterapiaPsicodinamica

Quando perdiamo l’equilibrio….possiamo scegliere cosa fare.

È possibile “usare” le nostre azioni per affermare la nostra vera natura, per stare vicini ai nostri bisogni prendercene cura ed essere chiari con noi stessi. Così affrontiamo ciò che ci spaventa e ci fa sentire fragili e vulnerabili trovando in noi il potere di ricostituire un nuovo equilibrio.

Ma è anche possibile “usare le azioni” o omettere il nostro potere personale, per sfuggire a delusioni, rabbia e situazioni che non ci piacciono. Così facendo ci allontaniamo dall essere autentici e chiari con noi stessi, rinunciamo al nostro potenziale di determinazione e autoaffermazione. Inevitabilmente restiamo stagnanti in vecchi schemi di comportamento, convinti di non poter cambiare le situazioni invece di costruire nuovi equilibri più consoni ai nostri bisogni e coltivare in noi la speranza di raggiungere i nostri obiettivi, restando flessibili durante il processo.